Negli ultimi tempi si sente spesso definire un artista “genio” o “poeta”, soprattutto nel Rap italiano. Gran parte delle volte, però, questi termini vengono utilizzati senza cognizione di causa, quasi come fossero sinonimi di “bravo” o “capace”. Questo avviene soprattutto nei confronti degli artisti che fanno un certo tipo di Rap, più contenutistico e ispirato al cantautorato italiano di una volta e del quale spesso vengono definiti eredi. Tralasciando il delicato dibattito per decidere se ciò sia vero o meno, uno degli esponenti più particolari di questa “corrente” è di sicuro Murubutu.
Questo artista ha all’attivo quattro album solisti che si distinguono dal resto del Rap italiano fondamentalmente per una caratteristica: ogni suo brano non è un’esternazione di un sentimento personale o un mero esercizio tecnico, ma un vero e proprio racconto breve con un diverso protagonista ogni volta; ricordando, appunto, i cantautori sopracitati senza però volerli necessariamente ricalcare e trovando, anzi, un proprio inconfondibile stile personale.

Le vicende narrate nei “racconti” di Murubutu sono varie e molteplici e possono ambientarsi in epoche passate, presenti o indefinite, realistiche, fantastiche o allegoriche, lasciando sempre all’ascoltatore il compito di trovarvi il proprio significato, ammesso e non concesso che ce ne sia uno. Le sue storie non sono mai banali e riescono a catturare l’attenzione e a trasportare la mente di chi ascolta grazie a una potenza descrittiva notevole e un’atmosfera suggestiva, a tratti quasi onirica. I finali, molto spesso tristi o agrodolci riescono talvolta a stupire, commuovere e –perché no?- a far riflettere.
Il tutto è accompagnato da delle produzioni, curate spesso da Il Tenente, che catturano appieno il senso del testo, trasportandolo e unendosi ad esso in maniera indissolubile, al punto da non permettere più di richiamare alla mente le immagini senza i suoni.

Alla fine del disco sembra veramente di aver letto un’antologia di racconti che, come nel caso deli ultimi due album, è attraversata da un unico filo conduttore: il mare in Gli Ammutinati del Bouncin’ e il vento in L’Uomo che Viaggiava nel Vento. Non a caso le copertine ricordano proprio quelle di una collana di libri sia per l’illustrazione sia per l’”etichetta” che indica titolo e autore.
Il vero punto di forza di Murubutu quindi è proprio quella capacità di descrivere e narrare storie e mondi di tutti i tipi, facendoci capire –nonostante possa sembrare scontato- che la musica, così come la letteratura possa farci veramente viaggiare senza alcun limite.