“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.

(Gabriel García Márquez – Cent’anni di solitudine)

Parlare di realismo magico. In tutta realtà, non saprei neppure da dove iniziare. Per questo, mi sono affidato ad un incipit ben più valido di qualsiasi parola potrebbe mai uscire dalla mia penna: l’incipit del capolavoro di Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine.

Adesso passiamo pure a qualche dato.

Con realismo magico si intende, in ambito letterario, una corrente estetica in cui un contesto realistico viene “contaminato” da elementi sovrannaturali o, per l’appunto, magici. Contrariamente a quello che accade di solito nel fantasy, tuttavia, nel realismo magico gli avvenimenti fantastici vengono solitamente accettati dai personaggi – e il lettore è spinto a fare altrettanto – come naturali, senza che siano percepiti come una vera e propria frattura con la realtà, per affiorare insospettati fra le pieghe della quotidianità. Ad un primo impatto, ci si può meravigliare, vedendo immagini estatiche o grottesche – spesso condite con un magistrale utilizzo di figure retoriche sensoriali – balenare tra le righe. Ci si meraviglia, ma non ci si stupisce propriamente; ad un certo punto, si accetta.

 “Sfiniti per la lunga traversata, appesero le amache e dormirono profondamente per la prima volta dopo due settimane. Quando si svegliarono, già col sole alto, rimasero stupefatti. Davanti a loro, circondato da felci e palme, bianco e polveroso nella silenziosa luce del mattino, c’era un enorme galeone spagnolo. Leggermente piegato a tribordo, dalla sua alberatura intatta pendevano i brandelli squallidi della velatura, tra sartie adorne di orchidee. Lo scafo, coperto da una nitida corazza di remora pietrificata e di musco tenero, era fermamente inchiavardato in un pavimento di pietre. Tutta la struttura sembrava occupare un ambito proprio, uno spazio di solitudine e di dimenticanza, vietato ai vizi del tempo e alle abitudini degli uccelli. Nell’interno, che la spedizione esplorò con un prudente fervore, non c’era altro che un fitto bosco di fiori.

(Gabriel García Márquez – Cent’anni di solitudine)

Seguendo questi canoni estetici, le origini del genere sono spesso attribuite ai racconti romantici del tedesco E.T.A. Hoffmann, per poi essere riprese, in un diverso ambito storico e culturale, da scrittori come l’italiano Dino Buzzati e l’argentino Jorge Luis Borges. Tuttavia, ad essere considerato come vero e proprio manifesto del movimento è il romanzo Cent’anni di solitudine del colombiano Gabriel García Márquez, pubblicato nel 1967; allo strepitoso successo del romanzo (che negli anni ha venduto oltre venti milioni di copie, arrivando ad essere definito il più importante romanzo in lingua spagnola dopo il Don Chiciotte della Mancia) seguì un rinnovato boom della letteratura latino-americana, rendendo il libro non solo un successo di pubblico, ma anche un vero e proprio pilastro culturale contemporaneo.

Attingendo a piene mani dallo stile fiabesco quasi cosmogonico di Paradiso (José Lezama Lima) e dal gusto estetico di Rayuela (Julio Cortázar), il capolavoro di Márquez offre una panoramica coloratissima ed esotica (secondo i detrattori dello scrittore perfino troppo romanzata) della cultura, del meltin-pot di culture, del continente latino.

Cent’anni di solitudine è la storia della famiglia Buendía e delle sue sette generazioni nella Colombia caraibica; per la precisione, nell’immaginaria cittadina di Macondo, che si fa specchio dell’intera America Latina: le tradizioni e le superstizioni in contrapposizione alla tecnologia, l’isolamento in contrapposizione ai mutamenti del mondo esterno; eppure, nonostante quest’isolamento, perfino Macondo non sarà immune agli sconvolgimenti politici che premono per violare il suo eremo.

A quest’atmosfera di contrasti non sfuggono certo i personaggi che, pur sfilando in una coloratissima ed ipnotica parata come in un carnevale latino, non riescono a sfuggire alla solitudine: la solitudine che dà il titolo al romanzo e che affligge come una maledizione ogni membro della famiglia Buendía, da José Arcadio che trascorrerà da pazzo gli ultimi anni della sua vita al Colonnello Aureliano che non saprà mai amare davvero, a Remedios la Bella che ascenderà in cielo dopo aver fatto impazzire innumerevoli uomini senza aver mai accettato di legarsi a nessuno di loro. È la solitudine della morte, grande costante nell’opera di Márquez.

Ciò che ha reso grande il romanzo dello scrittore colombiano – e che ha stabilito uno dei punti cardine del realismo magico a venire –  oltre all’eleganza stilitica ed estetica, è qualcosa che va oltre a – e più in profondità –  dell’estetica stessa: lo stile non è mai fine a se stesso, ma è sempre al servizio del contenuto. Scritto in anni caratterizzati da grandi sconvolgimenti per l’America Latina, Cent’anni di solitudine ha la particolarità di aver sfruttato al meglio una sorta di linguaggio in codice già creato da scrittori come Borges e Cortázar: le immagini fantastiche, ora angeliche, ora grottesche, si caricano di un profondo simbolismo, volto ora ad addolcire, ora ad esasperare in modo astratto determinati aspetti della condizione socio-politica latinoamericana: si trattano temi quali bigottismo e xenofobia, violenza sociale e repressione, ma il tutto è raccontato come in una fiaba. Per quanto Márquez non sia mai stato un politicante, non va dimenticato il fatto che il libro è un concentrato dei suoi ricordi e impressioni, del suo vissuto personale.

Ho parlato di linguaggio in codice perché questo tipo di scrittura ha anche lo scopo di essere pubblicata liberamente senza la morsa della censura: la denuncia è camuffata da allegoria, è inattaccabile, e comprensibile a chi è disposto ad ascoltare. Aveva fatto lo stesso Michail Bulgakov in opere quali Romanzo Teatrale e, con potenza ancora maggiore, ne Il Maestro e Margherita, nei quali la feroce critica allo snobismo dell’élite intellettuale russa (e, a seconda delle chiavi di lettura, allo stesso regime comunista) è mascherata tanto dall’ironia quanto dall’improbabile, offrendo interpretazioni diverse, difficili da sostenere quanto da confutare.

Altro importantissimo punto della letteratura magico-realista è l’elemento-cultura: nelle opere di scrittori come i già citati Lima e Cortázar, Márquez e  Bulgakov e, volendo allargare un po’ i paradigmi stilistici e di genere, anche il cileno Bolaño, l’elemento estetico, l’elemento dell’educazione estetica, è spesso in primo piano. Se ad una prima lettura quest’aspetto della narrazione può sembrare un pulo divertissement dell’autore in questione, un volgare sfoggio di cultura, basta riflettere un po’ per capire che non è così. È già stato detto che questo tipo di letteratura rappresenta una valvola di sfogo nei confronti di diversi tipi di repressione: nominare e citare, decretare attraverso il proprio amore nei confronti di autori ed opere ritenuti imprescindibili, è la personale maniera di questi scrittori per garantire la sopravvivenza, se non l’immortalità, di culture che si ritrovano, giorno dopo giorno, minacciate ed osteggiate.

 “È morto Pablo, gli dissi. Di cancro, di cancro, disse Farewell. Andiamo al funerale? Io sì, disse Farewell. Vengo con lei, gli dissi […] Il corteo funebre era numeroso e man mano che avanzavamo si univa altra gente. […] Erano giovani e di malumore ma a me sembravano usciti da un sogno dove il malumore e il buonumore erano solo accidenti metafisici.

(Roberto Bolaño, Notturno cileno)

 

Nicola De Zorzi