Via tutti i preliminari e diamo una risposta immediata alla domanda: può formarsi una punk generation a partire dai populismi che animano l’Occidente da circa un decennio? No.

Se c’è un momento nel quale sarebbe stato naturale e propizio il crescendo di un sentimento generazionale di ribellione anti-sistema e trasformazione sociale, quello è il 2008, l’anno chiave della crisi economica che tutti conosciamo e alla quale forse non facciamo più tanto caso tempestati da zerovirgola. A dieci anni di distanza hanno vinto le fake news e un vago ritorno al look anni Ottanta. E il tenore di questi trionfi rispecchia quello degli interessi rilevanti nella società contemporanea.

Ebbene sì, una subcultura come quella nata sul tramontare degli anni Settanta è lontana anni luce da una qualunque forma di contenitore sociale giovanile più contemporaneo. Abbattute le barriere artistiche e musicali dalle quali è facile trarre paragoni e registrare consistenti – ovvie – differenze, è impensabile ritrovare dei riferimenti alla mentalità punk “su larga scala” nella gioventù odierna. Possiamo distinguere tre elementi che pronunciano una sorta di sentenza finale sulla social generation: l’assopimento giovanile, il populismo facile e l’aumento del senso di confronto.

Anche se l’aumento dei collegamenti tra individui nel mondo ha generato una moltitudine di comunità che interagiscono in maniera ancora più complessa e rapida, in quest’ultimo decennio non è nata la “classe” più importante e visibile, quella dei senza lavoro (o destinati a esserlo per molto tempo). La nuova “generazione punk” potrebbe essere – anche se molto alla lontana – quella dei precari, ancora non auto-percepiti come una generazione. Un flop cognitivo che ha generato una “stagnazione consumistica” in cui chi raccoglie faticosamente denaro – nella maggior parte dei casi, paradossalmente, soprattutto nei contesti più disagiati e nelle periferie delle metropoli – lo fa per acquistare un pregiato manufatto di avanzatissima tecnologia. La gioventù anestetizzata è quella che non si percepisce come un popolo in grado di lottare per conquistare diritti.

E poi ci sono loro, le vie d’uscita velocissime contro tutto e tutti, saltando passaggi fondamentali quali i fatti concreti: i populismi – d’Europa e molto oltre – non hanno generato una consapevolezza di classe ma hanno anzi riunito quello che ogni buon “partito pigliatutti” deve fare. Siamo arrivati al punto che qualunque cosa sia “anti-establishment” sia buono e giusto, perché il mondo brutto e cattivo se lo merita. I richiami nazionali alla chiusura di frontiere e alla disgregazione di ordini sovranazionali hanno sì generato una gioventù ribelle, dalla quale si diramano due vie, ma non tutta la ribellione va presa per onesta. Una parte di questa è l’area sociale di rifondazione della reciprocità umana e della solidarietà; l’altra parte è quella xenofoba che non ha bisogno di ulteriori presentazioni.

E a proposito di confronto con gli altri, quella che abbiamo definito come “generazione social” ha a che fare con un grosso problema che in un modo o nell’altro danneggia schiere di ragazzi nel pieno della propria crescita umana, spirituale, civica (e chi più ne ha più ne metta): la vetrina web del social network. Mai come adesso è stato così determinante nelle dinamiche interne della società – dall’informazione, alla diffusione di pettegolezzi e miti, dalla pubblicità alla moda – un unico strumento tecnologico. Se la telefonia mobile aveva collegato in maniera (anche ossessiva) tutti noi, il social network (Facebook e Twitter in particolar modo) ha reso ognuno passabile e sottoposto al paragone di migliaia di altri aspiranti cloni. È scientificamente provato che la presenza frequente in questi luoghi di vita generano bisogni, desideri e necessità economiche dovuti essenzialmente al paragone al quale si è costantemente esposti. Se dovesse nascere un nuovo movimento punk, di ribellione o di isolamento dalla massa, non lo farebbe di certo a partire da una piattaforma intrisa di conformismo – o tendente a questo. E sempre meno sono i “non collegati” sul social.

Addormentato disoccupato davanti al computer. Sembra questo il ritratto del giovane contemporaneo, tutto tranne che potenzialmente ribelle. Anche gli alternativi sono socializzati. La vera dimostrazione di ribellione potrebbe consistere in una sorta di “buddismo tecnologico” in cui si mantiene il progresso e si abbandona la competizione dell’apparenza.