Si chiama Yoshimi. È una cintura nera di karate al servizio della città. Deve addestrare il suo corpo, perché sa di dover sconfiggere quelle macchine malvagie. So che può batterle.

(The Flaming Lips, Yoshimi Battles The Pink Robots, part 1)

Sono queste le parole con cui Wayne Coyne ci presenta la protagonista della sua caleidoscopica creazione datata 2002; l’eroina di un’epopea che galleggia tra cyber-punk, psichedelia pop e delirio, un’opera che si rifiuta di farsi chiamare concept album, con la stessa carnevalesca determinazione con cui la band di Oklahoma City sfugge a qualsiasi categorizzazione.

Provo a spiegarmi un po’ meglio. Partiamo dal titolo: Yoshimi Battles The Pink Robots. Già in cinque parole ci sono tanti, troppi richiami all’attenzione di chi vi si trova davanti. Leggiamo per primo un grazioso nome di ragazza giapponese, probabile omaggio a quella Yoshimi, dei nipponici Boredoms; poi, scorrendo le parole, salta fuori che questa ragazza è coinvolta in una battaglia contro dei robot… rosa. In poche parole, prendiamo Terminator, mescoliamolo con una serie tokusatsu e facciamo dirigere il tutto a Wes Anderson. E il bello è che, ne sono sicuro, ne risulterebbe una gran figata.

Insomma, cosa aspettarsi da un titolo del genere, coadiuvato da una copertina che sembra la locandina di un film sci-fi di serie B: una ragazza con addosso un avanguardistico completino alla Jetsons ci dà le spalle, fronteggiata da un robottone che pare spuntato direttamente dagli anni ’50 (solo che è rosa)?

Se c’è una lezione che i Flaming Lips ci hanno insegnato, è: non aspettarsi nulla. Inutile fare previsioni, le vedremo spazzate via con la tenacia di una misteriosa supereroina che prende a calci dei robot malvagi (e rosa).

Perché non è corretto definire quest’album un concept, dunque? Diciamo che sarebbe un po’ lo stesso che tentare di affibbiare un genere a L’arcobaleno della gravità: è un romanzo di guerra? Di spionaggio? È una lunga allegoria sulla paranoia o sui pericoli della tecnologia? È un moderno ciclo arturiano? Allo stesso modo, i temi di Yoshimi sono mutevoli e difficili da afferrare: si inizia con una denuncia alla guerra e si continua con il tema del sentimento-nella-macchina; arriva Yoshimi e ci trascina nella sua battaglia per la salvezza dell’umanità, per poi lasciarci nell’arco di due tracce; torna la coscienza della macchina, quindi è il momento dell’introspezione più pura. E noi siamo troppo sopraffatti dal cambiamento per accorgerci che sta avvenendo. Sopraffatti, sì, ma dolcemente, mentre elettronica e psichedelia, post-punk e pop bucolico si alternano alla velocità della luce, in un album che è un’epopea di 45 minuti appena. Postmoderno, insomma, ma senza logorrea.

Resta il fatto che, se trovare un fil rouge in un concept album è di solito un’impresa discretamente facile, lo stesso non può dirsi di un semi-concept album. Specie se partorito dalla mente di Coyne (il primo, del resto, a negare la natura concettuale del disco). Ma non è un buon motivo per arrendersi: basta prendere gli spunti e le suggestioni, lasciati lì come pennellate di colore che ci guidino verso una forma, o un percorso.

 

 “L’Unità 3000-21 si sta surriscaldando. Emette un ronzio quando i suoi circuiti replicano delle emozioni

(The Flaming Lips, One More Robot – Sympathy 3000-21)

L’album, come già avevo accennato, si apre con la parentesi bellica del brano Fight Test. È però con la seconda traccia, One More Robot, che iniziamo a sentire il suono dei circuiti che si agitano sotto la superficie del disco. E questi circuiti non si rassegnano ad essere dei semplici cavi di conduzione elettrica: vogliono incanalare dei sentimenti umani.

 “Un altro robot impara ad essere qualcosa in più di una macchina. Quando ci prova, dà l’impressione di saper amare

(The Flaming Lips, One More Robot)

L’umanizzazione del robot è un tema comune nella fantascienza; è una corrente che rende ancora più controverso il fattore di terrore dell’imposizione della macchina sull’uomo che si vede, giorno dopo giorno, soppiantato da organismi che sente estranei a sé, inumani. Una macchina in grado di pensare rappresenta un naturale concorrente dell’essere umano, unico essere dotato di intelletto emotivo. Nel cinema e nella letteratura ci sono due filoni principali che rappresentano questo conflitto: in uno le macchine hanno preso il sopravvento, e la loro sortita alla pole-position della catena alimentare è la naturale punizione all’hybris dell’uomo che le ha create e che ora deve combatterle (basti pensare alla saga di Terminator, oppure a Matrix dei/delle Wachowski).

L’altro filone, invece, forse più lucido ed empatico, vede la macchina come il figlio tradito dell’uomo: quest’ultimo l’ha perfezionata a tal punto da donarle la capacità di provare emozioni, per poi essere spaventato da questa perfezione e ripudiarla.

 “L’empatia esisteva solo nel contesto della comunità umana, mentre qualche grado di intelligenza si poteva trovare in qualsiasi specie e ordine animale

(Philip K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?)

Nel romanzo di Dick, che anni dopo avrebbe ispirato il cult cinematografico Blade Runner, l’umanità è definita tale in base alla sua capacità di provare emozioni. E fin qui nulla di male, se non fosse per l’ipocrisia di base dietro al concetto: gli uomini devono ostentare questa loro prerogativa, al punto da essere quasi costretti ad adottare degli animale, quasi estinti e costosissimi; al limite, in mancanza di fondi, possono accontentarsi di replicanti elettrici. Quest’ostentazione del sentimento è un sintomo della paura nei confronti degli androidi, totalmente simili agli esseri umani eppure rinnegati (qui la contraddizione di base, qui l’ipocrisia si svela) da questi ultimi, i quali negano la possibilità che questa loro perfetta e fallimentare creazione possa provare dei sentimenti autentici. Erano gli anni della Guerra Fredda quando Dick scrisse il suo romanzo: c’era sempre un diverso dietro l’angolo, un essere simile a noi eppure differente in un modo che non si sarebbe potuto spiegare, un essere che celava – doveva essere così per forza – un seme malato che lo rendeva inumano. Ammettere la falsità di tutto questo significava veder crollare un intero sistema.

 “Il dono dell’empatia rendeva indistinti i confini tra vittima e carnefice, tra chi ha successo e chi è sconfitto.

(Philip K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?)

 

È difficile dire cos’è reale, quando sai come ti senti. È sbagliato pensare che sia amore, quando (il robot) ci prova in quel modo?

(The Flaming Lips, One More Robot)

 

Quindi si torna a Yoshimi, la nostra indefinita supereroina persa in una misteriosa battaglia. La storia è raccontata dalla voce confusa di un narratore esterno: ogni empatia è scomparsa, le macchine sono una terrificante minaccia:

 “Non permetterai che questi robot mi mangino

Si può continuare a parlare di cyberpunk, ma tenendo presente una cosa: la tipica atmosfera di genere, resa cupa da cieli divenuti di piombo per via dell’inquinamento, e dal grigiore della tecnologia onnipresente, qui è inondata di colore: non solo il rosa dei robot, ma tutta una gamma di tonalità fluorescenti create dallo psych-pop dei Flaming Lips.

Tuttavia, sorgono spontanei dei dubbi circa l’attendibilità del narratore: il racconto è confuso, la minaccia dei robot malvagi è definita in termini vaghi. Il ritornello sembra un delirio schizofrenico in cui il cantante alterna preghiere di salvezza rivolte a Yoshimi ad affermazioni secondo le quali “loro” non gli crederebbero: gli altri non sembrano disposti a concedere fiducia ad un individuo che farnetica di un’invasione di robot rosa (strano).  Il tutto si perde in un’atmosfera la cui psichedelia allucinata alla Dumbo è amplificata dal fatto che, col brano successivo, Yoshimi scompare. L’ultimo lascito dell’atmosfera fantascientifica dell’album è racchiuso in una manciata di versi:

 “Mi svegliai una mattina, e non ricordavo… cosa sono l’amore e l’odio? Un errore di calcolo

(The Flaming Lips, In The Morning of The Magicians)

È a questo punto che nasce un altro dubbio: non mettiamo in discussione solo la relatà dei sentimenti o la realtà della vita-in-quanto-tale. Se mettessimo in discussione la realtà… della realtà? Perché ora ci troviamo come di fronte al risveglio da uno strano sogno; il problema è che anche la realtà-fuori-dal-sogno non è poco bizzarra, con o senza robot. Il resto dell’album alterna momenti di struggente introspezione (Ego Tripping at The Gates of Hell, Do You Realize?) a parentesi bucoliche (It’s Summertime, Approaching Pavonis Mons By Balloon), mai prive di una carica allucinatoria ed onirica; specialmente l’ultimo brano, uno strumentale annaffiato da versi gutturali, fiorisce tra archi, synth e chitarre distorte, per poi svanire all’improvviso, quasi a svelare l’illusione/allucinazione dell’uomo che ha creato le macchine e che ha immaginato Yoshimi.  Per certi versi questa fioritura ricorda la fine de La Guerra Dei Mondi di H.G. Wells, in cui gli alieni invasori sono sconfitti (con un escamotage appena naif) dalla loro incapacità di adattarsi ai batteri presenti nell’atmosfera terrestre, e perfino la tecnologia più avanzata deve cedere il passo alla natura.

E ancora, resta il dubbio: si tratta della fine dell’allucinazione narrata nel disco? Oppure è la fine della storia, dentro e fuori dall’allucinazione? A questo punto, potremmo pensare al finale della Trilogia del drive-in, di Joe R. Lansdale (ALLERTA SPOILER): in un crescendo metafisico e metanarrativo che Matrix se lo sogna, i protagonisti scoprono non solo di vivere in un’illusione, ma di essere un’illusione: nient’altro che un sogno, e non di un dio, neppure di un essere umano. Sono il sogno di una macchina che sta per spegnersi. E con essa, anche loro.

 “Le pagine si sciolsero nel buio come boccoli di zucchero filato sotto la lingua, poi il muso dell’aereo scomparve, e io risi e vidi svanire Grace e Reba, e Steve mi guardò e sorrise, poi svanì anche lui e infine…

(Joe R. Lansdale, La notte del drive-in 3)

 

Nicola De Zorzi