Nella mia terra la luce ha una qualità particolarissima: fulgida, nitida, come se venisse non dall’oggi ma dall’età classica.

(William Faulkner)

Pare che il titolo a cui Faulkner avesse pensato inizialmente per il suo romanzo fosse Dark House: un titolo forse più emblematico – almeno nell’immediato – per un romanzo che ha a che fare con i fantasmi del passato; un passato che può essere di natura famigliare, storica o allegorica. Nella narrazione i personaggi si muovono come spettri, tormentati dai propri trascorsi e dall’impossibilità di lasciarsi alle spalle il proprio retaggio, le proprie scelte e i propri rimpianti. Forse per questo Luce d’agosto viene solitamente collocato nella corrente del cosiddetto Southern Gothic (un genere che stravolge il romanzo americano alla Twain, riportando nei territori degli Stati Uniti del Sud le atmosfere cupe e tragiche tipiche del genere gotico originale).

Sarà un’associazione banale, ma questa definizione non può non riportarmi alla mente il celeberrimo dipinto dello statunitense Grant Wood: American Gothic. Dipinti con le espressioni tetre della pittura gotica e vestiti con gli abiti tipici della popolazione contadina dei padri fondatori, i due personaggi sembrano essere una rappresentazione-parodia della classe agricola dell’America rurale (che si sentì del resto oltraggiata nel vedersi rappresentata come “magra, lugubre e puritana fondamentalista”). Il forcone impugnato dall’uomo, che in un contesto normale sarebbe stato un simbolo del lavoro manuale, evoca nell’osservatore immagini meno rassicuranti: un senso di minaccia forse legato all’antica “tradizione” (nell’ambito gotico) per cui il forcone, assieme alla torcia, fosse lo strumento prediletto di rivolta popolare ai danni dei “mostri”, dei diversi.

American Gothic - Grant Wood, 1930
American Gothic – Grant Wood, 1930

Allora da cosa deriva la scelta del titolo definitivo, in apparenza più sereno e vitale? Probabilmente dal fatto che la luce di cui parla Faulkner è una luce crudele: si frappone spietata all’ombra in cui i suoi personaggi vorrebbero nascondersi, li espone ai propri demoni e li lascia nudi tanto davanti al lettore, quanto ad un destino che pare immutabile.

Ne è un esempio Christmas, la cui misteriosa consapevolezza di avere “sangue negro” nelle vene lo porterà a dover convivere e lottare con un tremendo contrasto interiore, una carenza d’identità dolorosa e terrificante.

 “Viveva coi negri, tenendosi alla larga dai bianchi. Mangiava con loro, dormiva con loro, irascibile, imprevedibile, taciturno. Ora viveva come marito e moglie con una donna che sembrava una scultura d’ebano. La notte giaceva accanto a lei, insonne, e si metteva a respirare forte e profondo. Lo faceva con intenzione, sentendo, perfino osservando, il proprio petto bianco arcuarsi sempre più a fondo nella gabbia toracica, cercando di inspirare l’odore scuro, lo scuro e impenetrabile pensare ed essere dei negri, cercando ad ogni espirazione di espellere da dentro di sé il sangue bianco e il pensare e l’essere bianco. E per tutto il tempo, a sentire l’odore che cercava di rendere proprio, le sue narici si sbiancavano e si tendevano, tutto il suo essere si contorceva e si ribellava come per una violenza fisica, un rifiuto dello spirito.

Si tratta di un contrasto che, reale o immaginato, Christmas avverte nei propri confronti da parte dei bianchi, e che lui ricambia con un odio confuso, che sfocia spesso in atti di violenza istintiva, quasi inconsapevole – e non per questo meno feroce.

E la tematica della razza è ciò che, secondo alcuni critici, rende Luce d’agosto il miglior esempio di Grande Romanzo Americano scritto da Faulkner: l’odio che Christmas cova in sé è frutto di un ambiente primordiale che non è riuscito ad imprimere nell’uomo nient’altro che furia; e la stessa condizione passa attraverso la penna di Faulkner da personale ad universale, e le vicende del singolo sembrano le stesse di una nazione intera. L’America dipinta dall’autore di New Albany è quella intrappolata tra le due Grandi Guerre e, allo stesso modo, imprigionata in credenze e canoni sociali che appaiono medievali: sono come incastonati nel tempo, obsoleti e, paradossalmente, quasi solenni. Hanno il sapore dell’epica, del mito, della genesi teogonica. Come scrive Tommaso Pincio, “I personaggi di Luce d’agosto ci appaiono infatti vivere fuori dal tempo, sublimi e meschini come gli dèi dell’antica Grecia”. E proprio per questo, secondo Pincio, la scrittura di Faulkner si rifà alla narrazione antica, con un linguaggio che rimanda alla semplicità del racconto orale.

Ma non c’è solo Christmas, e quella legata alla razza non è l’unica tematica di spessore affrontata dallo scrittore. La società viene dipinta in tutte le sue sfaccettature più infime, senza per questo perdere un impatto umano totale e magistralmente articolato.

Troviamo così Joanna, unica superstite di una famiglia di abolizionisti del New England: trattata come una reietta da Jefferson, la città in cui la storia è ambientata, solo la sua morte scatenerà nei suoi concittadini un interesse ipocrita per la sua tragica fine, per quanto quest’interesse sia solamente la maschera per la ricerca di un capro espiatorio che possa soddisfare la sete di sangue – e probabilmente la noia – della città.

 “Lei aveva vissuto una vita appartata, aveva talmente badato agli affari propri che lasciava alla cittadina dov’era nata, vissuta e morta come un’estranea, come una forestiera, un’eredità, diciamo così, di stupore e di sdegno per la quale, benché alla fine avesse fornito loro una scampagnata emotiva, quasi una festa romana, non l’avrebbero mai perdonata e lasciata morire in pace e in silenzio.

E ancora, Lena Grove, Byron Bunch e Lucas Burch, che rappresentano lo stoicismo quasi cieco dell’amore fedele e l’indifferenza dell’uomo nei confronti del sentimento più puro (e, nel caso di Burch, ci vengono fatte capire l’ironia del destino e la fallibilità della giustizia, secolare o divina che sia).

E infine, ma non meno importante, troviamo Hightower, un tempo pastore di Jefferson, personaggio romantico nella propria tragicità, vittima a tempi alterni del disprezzo e della compassione della città, che riuscirà solo alla fine a redimersi tanto dai propri errori, quanto da colpe che forse non gli appartenevano ma che l’hanno tormentato per tutta la vita.

 “«E anch’io, mi sa che è a mia vita» disse l’altro. ‘Ma adesso so perché è così’ pensa Byron. ‘È perché uno ha più paura dei guai che potrebbe avere che di quelli che ha già. Si aggrappa ai guai ai quali è abituato piuttosto che rischiare di cambiare. Un uomo può parlare di come gli piacerebbe sfuggire alle persone vive, Ma sono i morti quelli che gli fanno più male. Sono i morti che se ne stanno belli tranquilli in un posto e non cercano di trattenerlo, quelli a cui non può sfuggire’.

L’insieme di personaggi che il romanzo ci presenta è una parata di anime che si farebbe fatica a non definire dannate: personaggi mai prive di colpe, ma che le espiano (quasi tutti, perlomeno) sotto i nostri occhi mentre li vediamo attraversare le luci e le ombre del grande Sud. Personaggi nei confronti dei quali non si può non provare empatia e compassione. Così Faulkner, nella grande tradizione della narrazione americana, in cui possiamo inserire nomi come Caldwell e Haruf, Dubus, Carver e Pancake, riesce a ritrarre l’anima di un Paese partendo dalla provincia: partendo dalle prime linee tratteggiate, come un pittore che riesce con le sole prime linee di base a dare tutto il senso di profondità e dimensione. al proprio dipinto.

Nicola De Zorzi