Racconto dei Crass, ultimo baluardo punk

“Sostenere la Gran Bretagna? Fanculo la Gran Bretagna. Troppe volte è stato chiesto ai lavoratori di fare uno sforzo per il loro paese. Il loro paese? Quale paese? Il risultato di anni di governo inefficace, di casino, di pericolose, compiaciute e ipocrite bugie. Il governo uccide. Giusto? Irlanda. Giusto? Vietnam. Giusto? La democrazia è una bugia. Un totalitarismo a due facce. La realtà non cambia. La democrazia è un signore feudale bicefalo, il suo cavallo è un pungolo che mi blocca la gola… Questa è la nostra cazzo di musica, il nostro cazzo di tempo e nessun manager imbrillantinato e rincoglionito ci deve mettere il becco. L’uomo della strada ha infine trovato la sua voce”.

Recitava così, un pezzo uscito su “International Anthem” , la rivista pubblicata dai Crass, storico gruppo punk dell’Essex. Nati come collettivo prima, e poi diventati anche una vera e propria band, i Crass durante la loro carriera combatterono qualunque forma di sessismo, nazionalismo, razzismo e sopratutto, loro battaglia più nota, contro il capitalismo. Anarchici fino al midollo nella sua matrice più pacifista, i Crass liquidarono qualunque forma di svendita, criticando anche chi aveva aperto qualche anno prima la stagione del punk inglese (Clash e Sex Pistols su tutti), che aveva inevitabilmente perso per strada qualunque forma di ideale appartenente al filone DIY (Do It Yourself). Il punk si era rivelato l’ennesima truffa, vendutosi al mercato e diventando nient’altro che una moda passeggera.

Intanto però nella grigia e austera Inghilterra di fine anni ’70 cominciò a farsi strada una profonda crisi sociale che investì su tutti gli strati popolari della società inglese di allora. Nell’inverno fra il 1978 e il 1979 Londra contava centomila occupanti abusivi, e la situazione politico-economica era in una fase di immobilismo senza precedenti. I laburisti persero il consenso della classe operaia, perno principale del loro elettorato, in seguito ad una politica di risanamento economico che mandò sul lastrico gli strati più poveri della popolazione. Furono dimezzati i salari e i servizi pubblici. Era uno dei periodi più bui del ‘900 britannico. Accadde l’inevitabile e nel maggio del 1979 i laburisti furono letteralmente sconfitti dalla “Lady di ferro” Margaret Thatcher che aprì alla ben nota “svolta neoliberista”. L’era thatcheriana aprì una sanguinosa stagione di proteste, specie dopo le riforme economiche applicate dalla Prima ministra che fecero lievitare la disoccupazione alle stelle.

Minatori inglesi durante una protesta

Nel frattempo il Fronte Nazionale cominciò a radicarsi nei quartieri popolari, disseminando odio e razzismo fra le classi più povere. I concerti dei Crass divennero delle vere e proprie polveriere, dove spesso e volentieri si registravano scontri fra gruppi di sinistra e i fascisti del Fronte Nazionale. Come risposta al fenomeno nacquero l’Anti Nazi League e il Rock Against The Racism dove i Crass parteciparono attivamente oltre che da gruppo musicale come collettivo. Dal loro modus operandi nacque un’idea di underground radicale, che toccava tantissimi campi delle arti partendo dalla musica, passando per il teatro fino alle arti visive. Nacque una coscienza di classe, di appartenenza, diversa da quelle viste prima di allora. I Crass avevano appena marchiato a fuoco decine e decine di gruppi che poi si sarebbero ispirati a loro, avevano appena creato un modo di concepire la musica fuori da qualunque schema stabilito dalle major. Il loro era un patto con il popolo, che mai avrebbero tradito svestendosi dalle loro vesti di divulgatori. La musica come strumento di comunicazione.

Con “Penis Envy” i Crass giunsero probabilmente ad uno dei momenti cardine della loro carriera, spazzando via qualunque cliché che riguardasse il panorama punk. Penis Envy lo si può definire un vero e proprio manifesto femminista. Una bambola gonfiabile fa da copertina al disco, e l’intero album è un inno contro la mercificazione della donna. “Povera ragazzina, povera piccina/ le riempiranno la testa di inutili porcherie/ le insegneranno tutti i trucchi… voglio toglierti gentilmente la maschera” recita “Systematic Orchestra”. Dietro Penis Envy esiste anche un aneddoto che forse meglio descrive lo spirito del disco, nello specifico per quanto riguarda la traccia “Lipstick On Your Penis” . I Crass durante la stesura dell’ultima traccia pensarono bene di inviarla alla rivista Loving, un magazine per teenager che propinava tutti i classici stili di vita stereotipati del tempo, spacciandola per una canzone sdolcinata e melensa. La rivista fu felice di pubblicare in allegato alla rivista un flexy-disc del brano. Poco dopo però si scoprì l’imbroglio, che meritò subito il titolo da The Star come “Il messaggio amorevole della band dell’odio”. In merito alla questione Penny Rimbaud dichiarò poi in seguito che ” Loving era uno di quei giornali che vende bugie alle ragazzine, gli mette in testa fantasie assurde e impossibili, che non riusciranno mai e poi mai a realizzare. Giornali come quelli creano solo sofferenze, allontanano i giovani da sé stessi, li preparano ad essere sconfitti.”

Carcere, pace, guerra diedero vita a Christ The Album. Era una dichiarazione di guerra alla guerra da poco scoppiata nelle Falklands, e alle gravi ingiustizie in corso in quegli anni in Irlanda. Un disco che raccontava la rabbia del movimento anarco-punk nei confronti dei commercio internazionali d’armi, tutta concentrata in “Major General Despair”: “Cerchiamo un mondo nuovo, ma cosa vediamo? Soltanto odio, povertà, aggressione, miseria. Tanti soldi spesi per la guerra quando tre quarti del mondo è disperatamente povero”. E poi “Nineteen Eighty Bore”, con un’iniziale commento della Thatcher sull’occupazione del Nord Irlanda. Stando alle dichiarazioni di Penny Rimbaud fatte a Vice UK i Crass a proposito della guerra delle Falklands stavano scatenando una vera e propria crisi diplomatica:

“Volevamo fare qualcosa con cui poterci liberare della Thatcher. Era subito dopo tutta la pagliacciata delle Falklands, quando stava per essere rieletta. Ci avevano detto che una cosa che sapevamo avrebbe potuto seriamente intaccare l’Impero della Thatcher. A quando pare, la Marina aveva permesso che la HMS Sheffield venisse fatta esplodere, non informando l’equipaggio che un missile Exocet era stato individuato sul radar. Le altre tre navi del gruppo furono informate e poterono difendersi. Perché? Perché una di quelle navi era la Invincible e a bordo c’era il Principe Andrea. Dato che l’informazione era segreta, abbiamo pensato che l’unico modo di renderla pubblica fosse fingere una conversazione telefonica tra Reagan e la Thatcher.”

“Abbiamo editato frammenti di vari discorsi tenuti dai due, creando una conversazione che includeva tutti i dettagli della Sheffield. Mandammo le cassette a tutti i principali giornali europei, ma non successe nulla. La Thatcher venne rieletta, ma poi, sei mesi dopo, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti annunciò di essere in possesso di cassette del KGB ‘prodotte con lo scopo di distruggere la democrazia nelle vesti a noi note’.”

“Divenne presto ovvio che stavano parlando della nostra cassetta. Era inquietante. Un branco di cazzoni anarchici che davano inizio a una guerra mondiale? Comunque, la stessa storia del KGB è poi esplosa sulla stampa britannica e non è passato molto prima che The Observer si mettesse in contatto con noi, chiedendoci se sapessimo nulla delle cassette. Era incredibile. L’intera operazione era stata portata avanti in assoluta segretezza, ma in un modo o nell’altro erano riusciti a risalire a noi. Dopo un’estenuante giornata di negoziazioni, accettammo di ammettere la nostra responsabilità se loro avessero scritto i dettagli della Sheffield nel loro articolo, cosa che effettivamente fecero, mantenendo la parola data. Abbiamo fatto del nostro meglio per rivelare la storia, ma ancora oggi non hanno dedicato una piena e giusta investigazione alla questione.”

I Crass ormai erano il grido e i portavoce di una generazione in lotta, che combatteva contro un sistema opprimente e degradante che aveva trasformato il Regno Unito in un paese instabile e dalle prospettive incerte.

Yes Sir I Will è l’ultimo disco dei Crass, lo stesso che chiuse una carriera incredibile terminata però con una sconfitta, la stessa subita dai minatori, dai movimenti e tutto ciò che scaturì i tumulti di quegli anni. Un anno di scioperi, il 1984, che pose fine ad un ciclo, una generazione e forse anche ad un ideale che però non è mai stentato a morire. Un lungo monologo accompagna tutto il disco, con dei suoni stridenti a fare da sottofondo. Il suono della fine, la sconfitta che brucia e che non ti da alcun modo per riscattarti.

Il punk è morto? Forse nel 1984.