È forse dalla notte dei tempi che l’uomo indaga con lo sguardo il cielo stellato ponendosi domande che lo coinvolgono in un turbinio di pensieri filosofici che si assopiscono in un solo desiderio: guardare quello stesso cielo da uno di quei pianeti lontani che si vedono da qui giù.

Beh, nel 1969, qualcuno è riuscito a salire oltre l’atmosfera terrestre e a dire “Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità” e a quanto pare è stato solo l’inizio di un’era che presto potrebbe effettivamente portarci a fare le gite domenicali intorno all’orbita terrestre. Speriamo, perché i giardini la domenica iniziano a diventare davvero affollati.

In ogni caso, da quando l’uomo è riuscito a costruire macchine che gli permettono di raggiungere lo spazio, la sua fantasia non si è sopita, anzi. Chiaramente è stato un nuovo inizio anche per l’immaginario collettivo. Dagli anni Settanta, in particolare, ci portiamo dietro una scia di opere televisive, letterarie e musicali che mettono al centro dell’attenzione lo spazio, i suoi misteri e la speranza di riuscire a vedere la Terra da un’altra prospettiva, prima o poi.

È proprio a questo periodo che fa riferimento la serie Lost in space, la prima. Sì, perché Lost in space è una serie televisiva degli anni Sessanta durata tre stagioni (1965-1968) e mandata in onda negli Stati Uniti.

Lost in space 2018
Lost in space 1965

 

 

 

 

 

Non è tutto, la storia, o parti di essa, è stata ripresa successivamente durante gli anni per cartoni animati, un film uscito nel 1998 e una serie chiamata The Robinson: lost in space, andata in onda sempre negli USA nel 2004.

Lost in space 2018 fa riferimento a questa serie scopiazzandone un po’ il plot ma usando costumi meno kitsch e i soliti ingredienti delle serie Netflix che garantiscono alla casa produttrice un consenso quasi unanime.

La storia, senza spoiler chiaramente, è un po’ questa: la famiglia Robinson parte per andare a colonizzare Alpha Centauri, stella, (ma non pianeta) realmente esistente peraltro, dopo aver passato una dura selezione per riuscire a creare sulla colonia un ambiente più… sano (?), corretto (?) e ordinato (?) possibile.

La navicella sulla quale viaggiano, però,  ha dei problemi e i Robinson si ritrovano catapultati su un pianeta che fortunatamente è adatto alla vita umana e quindi riescono a non sciogliersi nell’atmosfera. Mentre sono lì si accorgono che anche altre navicelle provenienti dalla navicella madre sono “naufragate” sullo stesso pianeta e quindi capiscono anche che se riescono a sopravvivere abbastanza da trovare una soluzione riusciranno ad andarsene.

Il caso vuole che su quel pianeta non siano soli, ma Will, il più piccolo della famiglia e forse leggermente troppo somigliante a un Justin Bieber in miniatura per risultare tenero, “trova” casualmente un robot figherrimo che per una serie di vicende diventa il suo migliore amico e protettore. E qui dobbiamo fermarci perché qualsiasi altra informazione in più potrebbe rovinarvi la sorpresa.

La trama, senza spingerci nel dettaglio, è un po’ “la solita trama” infarcita di: amore, personaggio simpatico, personaggio antipatico, colpo di scena, contro colpo di scena, cazzata contro ogni legge della fisica, elemento che ti costringe a guardare la puntata successiva perché effettivamente interessante.

Piccola zoommatina su alcuni dettagli: un nice touch molto apprezzato è sicuramente il cognome Robinson perché strizza l’occhio al personaggio di Robinson Crusoe e alla sua avventura. I personaggi principali della serie infatti si ritrovano catapultati su un pianeta sconosciuto e con provviste razionate e solo dopo si accorgono di non essere soli. Chiaramente Robinson Crusoe non aveva nemmeno una bussola, mentre loro hanno tutto l’equipaggiamento necessario per, effettivamente, invadere un nuovo pianeta, ma sono dettagli.

Un secondo nice touch, un po’ di moda e un po’ meno apprezzabile, è l’inserimento quasi forzato di Judy, la sorella di colore della famiglia Robinson. Sembra quasi che mentre gli sceneggiatori festaggiavano la fine della stesura della trama abbiano detto: “Cxxxo! Ci siamo dimenticati di inserire un nero”. E quindi abbiano inserito per par condicio questo personaggio all’interno della trama per far vedere che Netflix è rispettosa di tutte le razze. Alla fine, è un’idea delicata e il personaggio di Judy è costruito davvero bene, ma quando si pone un dettaglio del genere in modo così evidente è inevitabile farsi due domande sul perbenismo ostinato che si potrebbe nascondere dietro alcune scelte.

In definitiva, quello che colpisce della serie non è la trama principale in sé e per sé, ma piuttosto ciò che ne viene fuori attraverso dei piccoli dettagli.

Per esempio, i Robinson: una famiglia apparentemente smaltata e perfetta che come tutte le famiglie a prima vista normali in realtà nasconde crepe relazionali e falle emotive. Più o meno ogni personaggio manca di un elemento che durante la serie fa sentire la propria assenza, ma che infine inizia a spuntare fuori nelle ultime puntate, un po’ come se il viaggio nello spazio fosse diventato catartico in qualche strano modo.

Il personaggio di Will, nonostante si tratti di un bambino, è più significativo degli altri, perché tecnicamente giudicato inadatto a intraprendere la missione spaziale a causa di un suo disturbo d’ansia. Qui si scoperchia il vaso di Pandora e si può iniziare a trattare uno dei temi più interessanti della serie: cosa può stabilire chi è meritevole di andare a formare una colonia umana nello spazio e chi invece deve restare a perire sulla Terra, sempre più verso la fine dei suoi giorni? È un po’ un’estensione del Dilemma del carrello di Foot, in cui realmente, non c’è ancora soluzione.

Il robot, che inizialmente sembrava avere il ruolo fondamentale per eccellenza, si ritrova a essere una componente secondaria, un aiutante, un elemento importante perché aiuta a raggiungere il proprio scopo a ognuno dei protagonisti. E infatti il suo aspetto richiama quasi questo suo tipo ruolo: la sua testa, o la sua schermata, sembra una galassia in continuo movimento che i protagonisti si ritrovano a guardare in cerca di risposte. Risposte che non si palesano immediatamente, ma alla fine, beh la fine bisogna vederla.

Nonostante alcuni difetti di sceneggiatura abbastanza evidenti, come alcuni buchi di trama, alcuni dettagli lasciati un po’ al caso e repentini cambiamenti di ritmo nella storia (spesso si ha l’idea di scene fatte all’ultimo minuto per risolvere una questione lasciata in sospeso venti minuti prima), l’idea è buona e merita almeno un briciolo di attenzione, ma anche uno sforzo mentale in più per sorvolare su alcuni difetti dovuti ai calcoli dell’algoritmo Netflix.

In sostanza, tutta la storia è basata su una fuga da qualcosa o da qualcuno che lascia spazio alla riflessione personale e riesce a squarciare la quarta parete dello schermo facendo chiedere a ognuno cosa porterebbe sullo spazio come bagaglio indesiderato:

Qualunque sia la cosa dalla quale state fuggendo sulla Terra, la state portando con voi.