Le più recenti ricerche dimostrano che la satira è un tema delicato da trattare. Diventa subito conflitto, e non solo nella concezione Charlie Hebdo del termine. Il fatto è che di solito un’opera di satira ha questo vizio di portare con sé, per forza di cose, uno scontro di sensibilità, nel quale è difficile stabilire norme di buono e cattivo gusto, correttezza artistica ed etica, per non parlare di ragione e torto. In questo scontro, l’ “offensore” viene accusato di scarso rispetto nei confronti del tema parodiato; accusa alla quali lui si può difendere accusando a propria volta l’accusatore di perbenismo. L’accusatore originale può, allora, criticare il mezzo stilistico con cui la sua controparte ha deciso di veicolare il messaggio, e si va avanti così e non la si finisce più.

Probabilmente, il trucco sta nell’avere il coraggio di osare; da entrambe le parti. Anche se pure questa, a ben vedere, può diventare una scusa. Magari bisogna saperlo fare con intelligenza. Da entrambe le parti.

E Paul Beatty la sua parte l’ha fatta. Per quanto quello di satira sia un termine che, per sua stessa ammissione, gli sta stretto. Nel suo romanzo Lo schiavista (in originale The Sellout, pubblicato in Italia nel 2015 da Fazi Editore), l’autore americano va, difatti, ben oltre il concetto di satira, riportando a galla problematiche sociali volutamente ignorate in maniera personale, esilarante e profonda, pungente e scorretta. Brillantemente scorretta.

 “So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente. Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere al supermercato, incurante delle regole del mercantilismo e delle prospettive di salario minimo. Non ho mai svaligiato una casa, né rapinato un negozio di alcolici. Non mi sono mai seduto in un posto riservato agli anziani su un autobus o su un vagone della metropolitana strapieni, per poi tirare fuori il mio pene gigantesco e masturbarmi fino all’orgasmo con un’espressione depravata e un po’ avvilita sul volto. Eppure eccomi qui, nelle cupe sale della Corte Suprema degli  Stati Uniti d’America, con l’auto, quasi per ironia della sorte, parcheggiata in divieto di sosta su Construction Avenue, le mani ammanettate dietro la schiena, il diritto di restare in silenzio che mi ha detto addio da un bel pezzo; seduto su una sedia dall’imbottitura spessa che, proprio come questo paese, non è affatto comoda come sembra.

E questo è il primo paragrafo.

La trama

Tanto per dare un po’ di chiarezza a quello che finora potrei aver presentato come un mezzo delirio: la storia è ambientata a Dickens, ghetto periferico di San Francisco che si ritrova, di punto in bianco, cancellato dalle mappe. Dalle cartine stradali. Dalle previsioni meteo. E questo a qualcuno non va giù. Nello specifico, al protagonista-narratore, il cui gesto di protesta (nonché tentativo di redimere la sua città) lo porta a ricorrere a misure estreme: reintrodurre lo schiavismo e la segregazione razziale a Dickens. Figlio di un sociologo alquanto peculiare che ha usato il ragazzo, fin dalla tenera età, come cavia per i propri esperimenti (tenergli perennemente legata la mano destra in modo da renderlo mancino e stimolare l’emisfero cerebrale opposto, è stato solo il primo e non il più estremo), e affiancato da Hominy Jenkins, ultimo superstite delle Simpatiche Canaglie e al momento cittadino più famoso di Dickens, Bonbon – timido tentativo di nome da strada per il protagonista che resta parzialmente anonimo per tutta la narrazione – si getterà più o meno proprio malgrado in una serie di imprese volte apparentemente a restituire al sobborgo un’esistenza ufficiale. In realtà, il messaggio che Beatty cela dietro questa trama è un po’ più complesso: il romanzo è un ritratto dell’America post-razziale, del declino dell’era-Obama e una critica ad una condizione di finta comodità sulla quale un intero popolo ha deciso di adagiarsi, ignorando il fatto che le cose non sono cambiate poi così tanto; che un uomo di colore può ancora predere la vita perché sparato per strada dai poliziotti (com’è accaduto al padre del protagonista), e che il valore di un’effettiva libertà è effettivamente discutibile.

Hominy Jenkins e Rosa Parks

Rosa Louise Parks in una foto del 1955

Il nome di Rosa Parks compare più di una volta all’interno del romanzo; attivista originaria dell’Alabama, fece scalpore il suo rifiuto di cedere un posto in autobus “riservato a soli bianchi” ad un uomo salito dopo di lei, fatto che, nel 1955, le valse un arresto.

L’ex simpatica canaglia Hominy Jenkins riveste, nella storia, un ruolo apparentemente opposto – e complementare – a quello di Rosa. Sarà lui a proporsi volontariamente come schiavo personale di Bonbon; sarà lui a spalleggiare, e spesso incoraggiare l’uomo nei suoi atti di recupero/segregazione all’interno di Dickens; e sarà sempre lui, nel giorno del proprio compleanno, ad esigere che una donna bianca, rimasta in piedi su un autobus, prenda il suo posto.

 “Senza che nessuno glielo chiedesse o glielo ordinasse, le cedette il posto con un atteggiamento così ossequiosamente da negro che, più che un offerta, era un lascito. Perché per Hominy quel posto, duro e di plastica marrone-arancio, apparteneva a lei per diritto di nascita, e il suo gesto era un omaggio, un tributo da lungo tempo dovuto agli dèi della superiorità bianca. Se fosse riuscito a trovare il modo di alzarsi in piedi mettendosi in ginocchio lo avrebbe fatto.

Per Hominy la missione di Bonbon è ancora più importante di quanto lo sia per l’uomo stesso. Perché se il secondo si imbarca nella sua impresa per una volontà che a volte sembra essergli stata inculcata a forza dal padre, una serie di impulsi dai quali non può liberarsi, per Hominy la cosa è ancora più personale.

 “«Come perché, badrone? Perché quando Dickens è scomparsa sono scomparso anch’io. Non ricevo più lettere dai fan. Sono dieci anni che nessuno viene più a trovarmi, perché nessuno sa più dove trovarmi. Voglio solo sentirmi importante. È chiedere troppo per un vecchio negro come me, badrone? Sentirmi importante?»

Per Hominy la schiavitù è un’occasione per avere di nuovo un ruolo, qualunque cosa che sia meglio dell’oblio e dell’inutilità; ma è anche il suo modo per incitare Dickens a risvegliarsi; per far capire loro che il Ghetto, ogni ghetto, non è mai uscito dal proprio stadio di segregazione ed iniquità nel quale è nato.

L’apartheid come denuncia all’apartheid

L’idea che la rinascita di una città debba partire da due dei peggiori crimini contro l’umanità è bella controversa. E il romanzo non ha certo la pretesa di non esserlo. Soprattutto quando, in certi capitoli, al protagonista viene fatto notare che il nuovo regime di segregazione ha portato a Dickens un ordine che prima non era neanche immaginabile. Soprattutto quando la situazione immaginata da Beatty diviene l’esatto opposto della segregazione storica, e un gruppetto di ragazzini bianchi, desiderosi di entrare in una scuola ormai per-soli-neri, viene respinto (voleranno dei proiettili, tra l’altro).

Beatty non si cura delle mezze misure; in questo, forse, la sua opera si può definire satira: nella sua mordacità, nella sua capacità di mostrarci con chiarezza e humour grottesco quanto sia assurda la realtà che abbiamo costruito. Ma non c’è solo questo. C’è una profondità di fondo che rende Lo schiavista un romanzo universale, completo, difficile eppure leggero: l’abilità di un grande scrittore di spingerci a domandarci fino a che punto siamo esseri umani, nei confronti della nostra integrità personale e della società di cui ci circondiamo.

Nicola De Zorzi