Un misto di curiosità e timore. Questo il mio stato d’animo mentre raggiungo Padova per la seconda delle cinque date italiane di William Basinski, 58enne compositore texano, che presenterà l’ultima sua creazione, “A shadow in time”: un requiem, un’elegia in memoria di David Robert Jones, ai più noto come David Bowie. La curiosità scaturisce principalmente per la materia che sto andando ad affrontare, siamo in piena musica d’avanguardia e protagonisti saranno loop, drone, musica ambient. Il timore nasce da quel senso di inadeguatezza che mi colpisce ogniqualvolta mi approccio alle varie forme di “musica colta”.

I pensieri vengono spazzati via al mio ingresso nella “Sala dei giganti”, un salone altissimo, affrescato in ogni parete con ritratti dei “giganti”, personaggi di origine petrarchesca dipinti verso la fine del XVI° secolo. Una bellezza che toglie il fiato. L’alto soffitto a cassettoni rende poi ancora più suggestiva l’atmosfera e le dona un tocco ancor più nobile. La strumentazione è stata posizionata a metà circa della parete lunga e le sedie sono state poste tutte attorno, a mò di cavea greca. I posti sono già per la maggior parte occupati, specie nella parte centrale, quindi decido di accomodarmi alla destra del palco (in realtà si tratta di una pedana sulla quale poggia un tavolo che ospita un lap top, un mixer, due registratori reel-to-reel).

Basinski fa un fugace ingresso in sala con un cappello da cowboy bianco ed una giacca dello stesso colore per sparire subito da una porta laterale. Un paio di minuti ed eccolo riapparire. “Mickey Rourke!” Questo ammetto che è stato questo il primo pensiero che mi è venuto in mente appena l’ho visto tornare. Giacca nera tutta ricoperta di strass, occhialoni da sole e capello lungo, mosso, lievemente unto, alla maniera del protagonista di “The wrestler”. Pochi istanti, un rapido saluto “cominciamo, ragazzi” e ci immergiamo immediatamente nelle atmosfere tanto care al creatore dei “Disintegration Loops”. I volumi, tenuti presumo più bassi del normale per preservare gli affreschi, non permettono alle nostre orecchie di godere appieno delle impercettibili variazioni che compongono la base.

Basinski, immobile nella sua posizione eretta, modifica e modula a piacere. Dopo alcuni minuti fa il suo ingresso un loop di chitarra, lievemente distorto, che da corpo estraneo diventa pian piano un tutt’uno con il resto. Il secondo movimento, anch’esso di circa 20 minuti abbondanti, a chiudere questa elegia, si evolve in maniera più “rumorista”, per spegnersi con un loop di piano che si affievolisce, lentamente, sino al silenzio. Per rispetto, per venerazione, per timore, nessuno si azzarda ad applaudire fino alla chiusura dei lap-top e dei due registratori.
La musica di William Basinski richiede attenzione, chiede di concedervisi e di lasciarsi trasportare. Se ci si distrae e se si abbandona il “mood”, diventa d’un tratto noiosa, ripetitiva e distante.
Riaccesi i due enormi lampadari che sovrastano la stanza ritorniamo nella dimensione umana dove all’improvviso quell’apparente inaccessibilità strumentale sembra essersi dissolta lasciando spazio solo ad una piccola sensazione di aver mancato di poco il centro.

Si ringrazia di cuore come sempre Adu (@adumanlio su Twitter) per il report e Michele Poloniato (@blackurfaust) per le bellissime foto scattate al concerto.