Gli Wilco tornano al Fabrique di Milano a quasi 3 anni precisi dall’ultimo tour di Schmilco. La mini-tournée europea di presentazione di Ode to Joy non è meno emozionante e purificatrice.

Piccola doverosa premessa: chi scrive non può (e non vuole) eseguire una cronaca oggettiva di quanto accaduto il 19 settembre 2019 al Fabrique di Milano, la prima delle due date italiane del tour di Ode to Joy, in uscita il 4 ottobre prossimo. Sono troppo emotivamente coinvolto con questa band per poter farmi da parte e valutare obiettivamente una serata che non posso non ritenere purificatrice e fonte di vibrante sollievo per l’animo. Per questo ho chiesto a un mio carissimo amico, neofita del gruppo di Chicago, di accompagnarmi, per poter annusare quella sensazione di stupore e meraviglia che un concerto dei Wilco provoca anche a chi magari è sempre bastata solo Jesus, etc. E così è stato: gli Wilco fanno breccia, e non solo per la tecnica sovrumana che contraddistingue questi musicisti in grado di regalare uno spettacolo musicale che basterebbe anche solo per come viene eseguito, ma anche per la sensibilità melodica e lirica che scioglie le paure, libera, allevia e purifica. Il cuore degli Wilco e il leit motiv dell’amore che ammanta ogni brano colpirebbero anche il più gelido degli spettatori.

La gioia, nel senso stretto di spensieratezza, sarà il tema del disco imminente in uscita per dBpm Records. Questo sentimento viene trasmesso in un’escalation di canzoni incastonate in una setlist mirata, strutturata con ingegnosità capace di visitare un bouquet di generi da far impallidire dall’imbarazzo quegli artisti che, pur avendo avuto la fortuna di campare 25 anni facendo musica, si sono accontentati sempre e solo della stessa proposta. Gli Wilco giocano un altro campionato, è cosa ben nota. Pertanto al bando un qualsiasi accenno di scenografia: solo un telo di velluto nero su cui proiettare flebili sagome di luce, accenni di vividezza onirica, il tutto manovrato dalla regia che con un’illuminazione saggia sa mettere in risalto un particolare del testo, l’assolo dello strumento, un gesto significativo di Jeff, come quello di togliersi il cappello per complimentarsi con Jeff Cline concluso l’assolo di Impossible Germany, che più passano gli anni più ha il sapore del brano per chitarre definitivo di questo secolo. Canzone ed esecuzione tecnica da empireo.

La colonna vertebrale della scaletta di questo tour viene mantenuta, ma come ogni band americana che si rispetti le eccezioni che rendono speciale e unica la serata ci sono, inevitabili. Posta come terza troviamo subito I Am Trying to Break your Heart, carillon musicale bellissimo, poi Heavy Metal Drummer verso la fine che invece fa esultare il pubblico, ma anche il bluegrass di Forget the Flowers e la disincantata Dawned on Me sono rarità gradite.

Per il resto, se di resto si può parlare, è necessario menzionare il vaudeville di Hummingbird, unico brano su cui Jeff Tweedy non imbraccia la chitarra, Via Chicago lacerata dalle sferzate di Glenn Kotche, il jazz di How to Fight Loneliness con il suo intermezzo di piano, la sperimentazione macabra di Black Bull Nova, la già citata Impossible Germany e via con Reservations e il rock n’ roll di I’m the One Who Loves You. Tra le “cover”: Laminated Cat dei Loose Fur e l’arrangiamento della California Stars guthriana, con tanto di assolo di banjo, mettono sempre i brividi.

Ce n’è ancora nell’encore, affidato a Misunderstood, nella quale superano la ventina i NOTHING gridati a squarciagola dal pubblico, Theologians e The Late Greats, che chiude le danze.

Inchino, sorrisi, saluti. Il rito è compiuto anche questa volta. Che tu sia nuovo o un amico di vecchia data, gli Wilco non fanno distinzioni e regalano il loro amore, ma fate attenzione: si cela ovunque, basta aprire il cuore… e le orecchie.

“There’s a party there that we ought to go to
If you still love rock and roll
You still love rock and roll?”