Che il primavera Sound sia ormai da anni una specie di festa comandata del musicofilo medio europeo è storia vecchia. Si può decidere di mettere a frutto anni di istruzione superiore per ricavare la line up incrociando date e nomi di tutti gli altri festival estivi, tour europei o semplicemente aspettare di essere travolti sui social dall’entusiasmo/disappunto/sarcasmo/rosicamento di parenti e amici ma alla fine, quando Gennaio arriverà e la line up troverà l’ennesima assurda, spesso snervante (non vi sarete mica scordati il videogame del 2014?), maniera di svelarsi al mondo ci sarà spazio solo per la ricerca disperata di voli per Barcellona.

In un immaginario collettivo dominato da deserti californiani e fattorie inglesi, la formula catalana è riuscita a ritagliarsi nei (relativamente) pochi anni di attività una nicchia particolarmente florida. Parliamo infatti di un festival prettamente cittadino, con una programmazione ricchissima che coinvolge l’intera città di Barcellona e che, per una certa clemenza climatica/logistica di cui non potremmo essere più grati, non impone alle migliaia di pellegrini dell’indie che vi accorrono il supplizio di un fine settimana senza (o quasi) acqua corrente, col fango fino alle ginocchia e i piedi distrutti da calzature pensate forse per l’allevamento delle anguille ma di sicuro per nessuna attività ricreativa. Non guasta nemmeno il fatto che il rapporto qualità/prezzo sia di gran lunga tra i più vantaggiosi in circolazione e che questo permetta anche all’età media del pubblico di non impennarsi per motivi beceramente economici.
Ma questa è un’altra storia.

Ad ogni modo, il Primavera Sound 2016 è arrivato e se n’è andato e come tutti gli anni stimare la qualità oggettiva della settimana trascorsa (come pure la strada percorsa ad ampie, gioiose, falcate verso la sordità) è fatica enorme quanto inutile. La quantità di palchi ed artisti presenti, nonché la sequela di scelte più o meno sanguinose da fare, crea una varietà di programmi possibili talmente disarmante da rendere ogni tentativo di standardizzazione dell’esperienza del festival semplicemente impossibile: in pratica, ognuno ha il Primavera che si merita.
E siccome il Primavera che ci tocca ha le sue gioie ma anche le sue asprezze, il finale inevitabile della transumanza musicale dell’anno è un preoccupatissimo sguardo al futuro e per questo motivo, da qui in poi l’esperienza di chi scrive (aficionada del Primavera e, genericamente parlando, persona semplice) sarà partizionata nelle due macro categorie di pensiero più quotate fin dalle 5 di mattina della Domenica sulla metro di ritorno.

“Appena escono i biglietti li prendiamo”

I

La grande novità dell’anno, l’eroico colpo di reni contro la concorrenza spietata dei festival d’elettronica croati, si chiama Beach Club. Poche storie, per anni gli organizzatori hanno voltato le spalle al Mediterraneo che abbraccia amorevole la location del Forùm, ingrati e miopi, ma quando finalmente la direzione del loro sguardo si è spostata dei 180° sufficienti ad accorgersi di tanta fortuna beh, magic happened.
L’ormai tradizionale stage dedicato all’elettronica targato Bowers & Wilkins non ha tradito le aspettative sia in termini di quantità che di qualità: c’era Todd Terje con la disco sorniona che tutti desideravamo per alleviare la calura pomeridiana, Powell e Helena Hauff a spingere l’Universo verso il disordine che merita, e DJ Koze a far quello che meglio gli riesce. Qualsiasi cosa sia.

II

Ormai l’avrete sentito tutti per cui non serve fare giri di parole: I Radiohead hanno suonato sia Creep che Karma Police e quell’irrefrenabile conato di gioia e incredulità rappresentato dai due minuti di For a minute yeah I lost my myself/ I lost myself cantati ad oltranza dal pubblico rimane il picco di una gaussiana chiamata Primavera. Un primo quarto tutto dedicato al nuovo disco, A Moon Shaped Pool, solido e asciutto, ed una larga porzione “formato festival” dedicata alle hit con qualche gradita puntata all’insolito (Talk Show Host) e qualche piccola assenza (True Love Waits, da sempre la preferita dallo zoccolo duro dei fan). Poco importa se limitatisi all’ essenziale e a tratti apparsi quasi irrigiditi (ci deve essere un motivo se i Radiohead Creep non la fanno proprio mai), la band di Oxford porta a casa il premio MVP col minimo sforzo. No Surprises.

III

Poco prima sullo stesso palco che sarebbe stato di lì a poco dei Radiohead, mentre davanti a loro occhi andava in scena una tiratissima guerra di posizione per accaparrarsi la possibilità di un contatto visivo con l’occhio buono di Thom Yorke, si sono esibite le Savages. Sebbene circondate da una perenne aurea di diffidenza e da un certo pregiudizio che le vorrebbe penalizzate dai palchi grandi e dalla luce del sole diretta, Jenny Beth & socie hanno dato vita ad un set tiratissimo cercando di compensare le distanze logistiche con ripetute sessioni di crowdsurfing ed un rapporto dialettico col pubblico curiosamente sospeso tra la sincera gratitudine e la bacchettata criptica che probabilmente non ha aiutato la diffidenza di cui sopra ma pazienza: se lo scopo era ricordarci dell’esistenza di altre band oltre “quelli che suonano dopo” il messaggio è stato recepito forte e chiaro.

Un po’ meno forti e chiari sono arrivati i Tame Impala o almeno dopo che un misterioso problema tecnico ha interrotto il set dopo una splendida Eventually e un sacco, davvero, un sacco di coriandoli.
Alla fine s’è risolto tutto.

IV

La quota rap del Primavera ricopre un ruolo molto importante per quella parte d’Europa meno fortunata ai margini di ogni tour degno di nota. Quest’anno, il piatto non ha deluso e nell’arco di tre giorni sono passati per Barcellona Vince Staples, Pusha T e Action Bronson. Assente giustificato ahimé, il fedele collaboratore di MF DOOM, Freddie Gibbs, che aveva altro da fare. Se Action Bronson è stato (con la morte nel cuore) sacrificato dalla sottoscritta sull’altare dei Sigur Ròs, i primi due sono stati vissuti invece con insistenti manifestazioni verbali di apprezzamento verso Lamborghini, liquidi fermentati, controverse specie erbacee, e una malcelata ostilità verso le forze dell’ordine. Ça va sans dire, tutto molto gradito.
Ugualmente apprezzate dal circuito mesolimbico le esibizioni di Dâm Funk, Maceo Plex e, Scotland’s finest, Hudson Mohawke il cui eclettismo senza compromessi lo ha costretto a fare un dj set con una cornetta del telefono.

V

Il banco di prova degli headliner quest’anno non ha riservato brutte sorprese e il brecciolino che separa i due palchi principali dell’ Heineken Stage e dell’ H&M è stato calpestato da piedi piuttosto soddisfatti.
I discepoli della DFA non hanno visto disattese le loro preghiere e gli LCD Soundsystem hanno fatto battere forte il cuore festaiolo dell’indie rock dei primi anni 2000 come un set impeccabile.
Ugualmente solide le performance di Sigur Ròs, Beach House, e PJ Harvey, stavolta perfettamente a suo agio in un palco così grande e comunque in grado di esibire quella vulnerabilità che ha reso speciale i suoi dischi intatta e preziosissima.

Menzioni speciali per: Alex G, Empress Of, e Shura: la scelta di far suonare tutti e tre anche in palchi più piccoli e in contesti più raccolti ha pagato molto bene.

“L’anno prossimo però andiamo al Sònar”

Per la legge dei grandi numeri qualcosa, ogni anno, deve andare storto, ed è in quel momento che la fede vacilla, i piedi fanno più male, la schiena si piega, e le sirene della concorrenza, esotiche e bellissime, cantano più forte.
Qualche riga fa ho scritto che gli headliner non hanno deluso. Qualche riga fa ho mentito.
Qualcuno, a onor del vero, ha deluso eccome: gli AIR, malgrado una scaletta ben pensata dove non manca nulla all’appello, suonano molli e dell’atmosfera intima e vibrante dei loro brani migliori resta ben poco.
I Moderat, volendo mantenere un profilo generoso, potrebbero aver semplicemente prodotto qualcosa di riassumibile nella formula “A New Error con un set intorno”.

Una certa amarezza giunge anche dalla parte leggermente più bassa del cartellone: Car Seat Headrest e Titus Andronicus suonano piuttosto piatti e generici e la sensazione di poterli confondere con milioni di altri set visti si fa strada veramente troppo presto. Più complessa e dolorosa è la questione Avalanches. Assente dalle scene per un tempo sufficiente per quattro Olimpiadi, il collettivo di Melbourne celebra il suo ritorno, troppo a lungo sospirato, con un dj set privo di ogni traccia di rischio e parsimonioso nella tecnica: un po’ di Nina Simone, tre o quattro pezzi da Since I Left You e solo due estratti dal nuovo disco: la bruttina Frankie Sinatra (oh, Danny Brown! Che t’hanno fatto, Danny Brown?) e una Subways che sa di Paradise Garage (di gran lunga la nota più positiva). Davvero poco per un gruppo che ha fatto dell’eclettismo il suo marchio di fabbrica e che avrebbe potuto davvero alzare l’asticella al Ray Ban stage, un posto dove notoriamente vanno a spiaggiarsi le speranze di chi è determinato ad arrivare fino all’alba malgrado il freddo e la ridotta sensibilità delle appendici.

Insomma, il 15 Giugno i biglietti per l’edizione 2017 fanno il loro debutto al botteghino. Ad maiora.

 

Marta Santi
@MartaSantiMarta