Perché proprio Let Go? Perché celebrare con un tour a tema il terzo disco in carriera e non, che so, il proprio debutto sulle scene? “Perché è il migliore!”, grida qualcuno del pubblico, certo. Ma non basta. Perché è il primo disco con cui i Nada Surf si sono fatti conoscere, conoscere per davvero come compositori di canzoni e gruppo meritevole di attenzione, e non la classica One Hit Wonder anni 90 (ricordate il brano Popular?). Perché è un disco per cui i Nada Surf avevano faticato molto affinché vedesse la luce, dopo crisi intestine e scaramucce coi discografici. Perché, spiegano dal palco, l’hanno fatto per noi.

Basterebbe questo per descrivere la serata amarcord, prima di questa tournée europea nella quale i tre di New York hanno riproposto nella sua interezza la loro summa artistica, quel Let Go pubblicato 15 anni fa per Barsuk, che ha consegnato loro un posto speciale nella scena alternative americana degli ultimi tre decenni grazie a canzoni come Blonde on Blonde, Inside of Love e Blizzard of ’77.

Proprio quest’ultima apre la serata, eseguita come vuole la tradizione solo chitarra e voce da Matthew Caws, prima che gli altri componenti imbraccino basso e bacchette e attacchino la sempre adrenalinica The Way You Wear Your Head. Da qui in poi tutte le 12 tracce della tracklist originale si susseguono senza soluzione di continuità, in un primo set inframezzato solo da qualche aneddoto e piacioneria al pubblico immerso in un’atmosfera intima ma tesa. I già citati classiconi vengono accolti con applausi e cantati verso per verso, quasi a sorpresa per i Nada Surf, che non si risparmiano nei ringraziamenti. L’equilibrato mix di schitarrate power pop e ballate indie rock presente nel disco viene sapientemente riproposto: gli up-tempo Hi-speed Soul e Happy Kid e la ninna nanna francese La Pour Ca, fino ad arrivare Paper Boats, occasione buona per presentare e salutare il quarto componente de facto del gruppo, Louie Lino, tastierista e produttore di Let Go. Il disco si conclude e Caws proclama un cessate il fuoco di una ventina di minuti, tempo di farsi una bevuta e proseguire con un intero nuovo secondo concerto.

Ed è proprio così. I Nada Surf tornano sul palco in formazione power trio e attaccano un’ora e mezza tiratissima di canzoni sparse tra rarità, b-side, vecchie hit e singoli recenti, attingendo da tutta la discografia. A partire da Imaginary Friends e Teenage Dreams, coi BPM sparati, passando per le più riflessive e socialmente impegnate Fox e No Snow on the Mountain, tornando indietro a Stalemate, Firecracker e Robot. Ogni brano, almeno nel ritornello, è cantato a gran voce. C’è spazio anche per una cover di Love Will Tear Us Apart dei Joy Division. Nota di merito per See These Bones, col suo crescendo da brividi che chiude il secondo set prima del classico rito dell’encore a cui sono relegati i brani di maggior successo. La band torna sul palco con quella Popular che li stava per condannare, eseguita con la solita rabbia ancestrale, la melodicamente devastante Always Love (ne sono più state scritte di canzoni pop così?) e la sferragliata quasi punk di Blankest Year, basata sul semplice e chiaro concetto di “Fuck It!”.

Si chiude così la prima serata di questo tour europeo di celebrazioni per il quindicesimo anniversario di Let Go, già festeggiato nella compilation di cover pro bono pubblicata qualche mese fa in cui sono presenti, tra gli altri, Manchester Orchestra e Ron Gallo. La nostalgia viene mitigata dalla speranza che prima o poi Let Go compirà anche 20 anni, e poi 25 e così via. Che ne dite ragazzi, tornate per risuonarcelo?