I Muse portano il loro concept sulla Teoria della Simulazione in una doppia data milanese a San Siro. Spettacolo raro che sommerge le canzoni di effetti speciali.

Chiunque abbia mai visto i Muse dal vivo o li abbia per lo meno mai seguito anche distrattamente sa che come un loro concerto possa essere uno spettacolo di intrattenimento spesso più unico che raro. Ogni disco pubblicato, titoli tutt’altro che eccezionali o rilevanti a onor del vero, è un’occasione per mettere in scena un concept show fortemente improntato su effetti speciali e visual mozzafiato.

Questa volta l’occasione è per celebrare e inscenare la loro idea di Simulation Theory, dal titolo dell’ultimo disco pubblicato appunto, teoria fondata sull’idea post-moderna che viviamo costantemente in una matrice di simulazione, costruita da entità malvagie e potenti per darci continue illusioni di realtà e distrarci dalla verità effettiva delle cose. Un tema caro e già percorso in passato dalla band inglese, questa volta però potenziato da ampie dosi di realtà aumentata e retrowave anni ’80. Se il disco è per lo più mal riuscito e deludente come le recenti prove in studio, dal vivo ci troviamo di fronte all’ennesimo spettacolo sovrumano a cui è davvero difficile rimanere indifferenti. C’è un caveat, però: le canzoni, anche quelle un tempo più ricche di pathos, vengono letteralmente sommerse da un doping visivo e scenografico che inevitabilmente distrae ed estranea, portandoci totalmente fuori dall’azione – leggasi – la sfrenata concitazione che brani come Plug in Baby o Hysteria hanno sempre saputo regalare.

Terminato il set di Nic Cester (molto amico di Bellamy e Co., i più se lo ricorderanno per la comparsata on stage della data a San Siro del 2010, nel tour di Resistance) ci intrattengono composizioni strumentali synth, tra cui riconosciamo Giorgio Moroder e la colonna sonora di Stranger Things, a detta di Matt Bellamy, insieme a Black Mirror, di alta ispirazione nella composizione dell’ultimo album. Dei ballerini armati di tromboni e ottoni vari in una coreografia simil-zombie irrompono sul palco ed è il via libera allo show, non ce ne accorgiamo nemmeno e da 3 pedane escono Matt, Chirs e Dom armati dei loro strumenti, pompando Algorithm nella sua versione di realtà aumentata (la risentiremo verso la fine nella versione originale). Incipit doveroso visto il disco che si sta promuovendo, e infatti segue subito il singolo Pressure, un blues pop di gran presa che traghetta verso la prima sferragliata di chitarra, vale a dire Psycho, anch’essa a forti tinte blues. Da qui è un alternarsi di canzoni recenti e vecchi classici, calati e riarrangiati per fittare nel concept di un nemico annunciato e intravisto, un mega cattivo da cui scappare. Così Uprising diventa una chiamata alle armi dei presenti per dare la forza alla band per affrontarlo, Supermassive Black Hole, annunciata da una citazione a Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo della premiata ditta John Williams/Spielberg, un grido d’aiuto e così via. La parte del leone la fanno sempre le vecchie hit. l’assolo di Hysteria rimane una delle cose più belle mai ascoltate in questo secolo, e lo stesso si può dire per la progressione catastrofista di Time is Running Out.
Eppure uno dei momenti migliori della serata lo regala proprio un singolo del 2017: Dig Down suonata dalla band in acustico in salsa gosepl al centro della pedana avanzata e circondata da tante luminarie del pubblico (addio accendini, benvenuti smartphone) è un bel momento di vicinanza, difficile da creare in uno stadio.

Due classici di Black Holes & Revelations precendono l’encore e chiudono la prima parte di show: il primo è la sempre bella Take a Bow, abbellita da giochi di laser maestosi che partono pure dalla tettoia dello stadio per un effetto incredibile a dir poco, cui segue Starlight, sempre emozionante ma con un tiro più stanco del solito. Nell’encore le cose prendono una piega serissima: di nuovo Algorithm riapre le danze e ospita il momento simbolico di ribellione alle intricate trame di dati e algoritmi della simulazione in cui viviamo, Matt infatti detensiona una gigantesca spina che spegne letteralmente lo stadio, fine, caput, buio, morte. Sembra tutto finito quando un gorgoglio di fiamme dal palco rigurgitano Murph, il robot gigante demiurgo di questa realtà fittizia, uno scheletro mostruoso con elmetto antisommossa a metà tra uno Xenomorpho uscito dal peggior sequel di Alien e la mascotte Eddie degli Iron Maiden. Come combattere la minaccia diventata realtà? Con un medley di canzoni sanguigne e una salubre violenza chitarristica: e allora Stockholm Syndrome, Assassin, Reapers, The Handler e Newborn in circa 10 minuti ci ricordano chi e cosa sono stati capaci di fare i Muse in passato con solo 3 semplicissimi strumenti, chitarra basso batteria. Un pugno sui denti che stende tanto Murph annichilito sullo stage quanto noi del pubblico, pronti per la tradizionale lavata di capo finale con Knights of Cydonia, a mani basse una delle più belle cavalcate rock della storia (datevi pace haters!).

A show concluso si traggono le conclusioni: i Muse rimangono una band imperdibile in sede di live, tanto quanto trascurabile in studio. Da anni non producono nulla di buono, sia come peculiarità delle composizioni sia come presa sulle masse, in costante inseguimento di miti passati, strambe teorie da quattro soldi e riferimenti musicali di cui spesso risultano pallide imitazioni (Depeche Mode, Queen, U2 per dire). Eppure, c’è un eppure. Di tante cose brutte viste e sentite oggi in circolazione, spacciate per successi, vendute male e digerite peggio, i Muse riescono a essere fedeli a se stessi e al loro pubblico, portando sul palco due cose in particolare: l’assoluta capacità di intrattenere e quella di suonare del vecchio, compassato, ma sano rock n’ roll. Il resto, direbbe qualcuno, è noia. O forse è solo una Teoria della Simulazione.