Per Amore e basta

Non è solo il titolo di una canzone dell’ultimo disco di Francesco Motta, Vivere o Morire, è una dichiarazione, d’amore sì, ma soprattutto d’intenti. Per Amore e basta, questa è la motivazione principale che ha mosso il cantautore livornese a comporre così presto il successore del trionfo del 2016 e a portarlo in tour promozionale. Siamo stati a vederlo all’Alcatraz di Milano, l’ultima data prima dell’estate.

Si diceva, l’Amore. Motta non lo nomina mai il suo amore, ma lo cita spesso, lo saluta, lo ringrazia. La ragione per cui “oggi sono qui e altrimenti non ce l’avrei fatta”. Raramente si assiste durante quello che è a tutti gli effetti un concerto rock a una così dichiarata manifestazione d’affetto da parte da chi sta sul palco. Ed è tutt’altro che scontato e sdolcinato: Motta è così, una persona innamorata che riesce a creare una connessione col suo pubblico, “l’unico che batte a tempo” come un cuore, e a trasmettere empatia anche a chi si avvicina solo di recente o con discrezione a questo artista. Canzoni di intrinseca ed immediata bellezza, di una pregevolissima architettura sonora e di una liricità rara, personale quanto universale. Per parlare d’amore non bisogna essere originali, basta essere autentici.

Questo è l’identikit di un grande autore. Diventi anche grande musicista quando le tue parole si innestano su una musica di istantaneo coinvolgimento, ma curata con perizia tecnica internazionale. Lo si capisce subito con la prima grande canzone dello show, quella Ed è quasi come essere felici, che è anche la prima canzone dell’album, ma che in sede di live esplode in dieci minuti di cavalcata epica, a tratti sinfonica. Suoni di respiro davvero internazionale, se proprio dobbiamo abbozzare dei riferimenti possiamo sbilanciarci nei confronti con gli Editors. Pronti via, si passa subito a La fine dei vent’anni, una delle frecce all’arco del successo di Motta. Da qui si prosegue con un live secco e cristallino, poco meno di un’ora e mezza di musica composta dalla fusione dei due dischi all’attivo di Motta, così diversi eppure così strettamente legati l’uno con l’altro. Le sempre tiratissime e super percussive Roma Stasera e Prenditi quello che vuoi, l’incedere catartico di Del tempo che passa la felicità, le nuove partecipatissime Quello che siamo diventati e la titletrack Vivere o Morire, in una squisita versione acustica. Emozioni condivise.

Doppio bis: il primo comprendente la hit folk Sei bella davvero, dedicata a tutte le donne trasgender incontrate nella propria vita, seguita da La nostra ultima canzone, nomen omen se Motta non ci avesse scherzato su proponendo anche Fango dei Criminal Jokers, con dedica ai suoi ex compagni di band presenti in sala. Si accendono le luci, applausi. Fine. Ma di nuovo in linea col suo humor toscano, Motta fa per finta. Ritorna sul palco con band ridotta e propone il valzer Mi parli di te, lettera aperta al padre, ultima lama che si infila nei cuori anche degli uomini più duri, resistiti ai lacrimoni fino a quel momento.

Si chiude così il mini-tour promozionale di Vivere o Morire, prima di ripartire in una nuova veste per una serie di date estive che ci sentiamo vivamente di consigliare: lo show di Motta è adulto, maturo, completo, non toglie nulla a qualsiasi altra produzione internazionale del suo calibro ed è ricco di tante bellissime canzoni. Speriamo non siano le ultime.