WMag è stato al Mi Ami e vi racconta per filo e per segno il meglio e il peggio della sua quindicesima edizione

Amor Vincit Ominia, è il motto di questa edizione. Di sicuro l’amore vince la pioggia, dal momento che la quindicesima edizione del Mi Ami partiva, almeno metereoligcamente, sotto i peggiori auspici. Erano attesi forti temporali su Milano per tutta la durata del festival e invece il cielo ha retto, bagnando solo poche e significative esibizioni, come quella di Giorgio Canali che quasi per ironia della sorte presentava l’ultima fatica 11 canzoni di merda con la pioggia dentro.

Al di là di questa estemporanea cronaca di meteo, si può già affermare che questa edizione è archiviata con successo, e non sarebbe potuto essere diversamente: le tre giornate sono state strutturate con coerenza (un plauso alla direzione artistica ndr), proponendo un variegato mix del meglio sul mercato per quanto riguarda la musica “indie” italiana, ma conservando una chiara identità giornata per giornata, in modo tale da poter dare possibilità di scelta a chi volesse farsi solo un giorno. Si è potuti passare così da un venerdì più improntato sul nuovo che avanza, con molti strizzamenti di occhio verso il ruspante mondo dell’hip hop / trap (unica giornata in sold out), al sabato più marcatamente it-pop-oriented con cenni di spudorato mainstream fino alla tranquilla domenica dedicata per lo più ai veterani della kermesse. Spiegheremo via via il perché.

Il Mi Ami Festival si conferma un piccolo grande festival artigianale tanto di culto quanto ben organizzato sin dai dettagli in fase di “accettazione” in cassa accrediti. Anche nei momenti di massima capienza, i disagi sono stati ridotti al minimo. Pensiamo proprio al venerdì che, come si accennava, risulta l’unico giorno sold-out in prevendita: a differenza dell’anno prcedente è stato comunque molto più facile saltabeccare da un palco all’altro ed evitare code nei momenti di ristoro. La giornata è per lo più improntata sulle novità più forti, di grido. Hip hop, trap, cantautorato romano e una certa elettronica fanno la parte dei leoni, ma c’è anche il rock n’ roll dei FASK nella nuova veste smaccatamente pop, il punk dei Gomma e l’emo-rock dei Malkovic.
Il bel timbro di Fadi apre il festival, seguono sullo stesso palco della collinetta in rapida successione Bartolini e lo sprezzante Dola che traghettano il pubblico già folto sin dalle prime ore all’attesa esibizione di Fulminacci che sa sorprendere come su disco. Il suo è un set genuino e sincero, ricco di emozione palpabile che sa trasmettere a tutti con canzoni dirette e dalle melodie lineari e senza fronzoli. Da questo momento in poi anche gli altri palchi accendono gli impianti. Dal main stage la disco-disagio degli storici Egokid intrattiene i pochi ingiustamente interessati al gruppo (ahinoi), mentre dal palco in mezzo al Magnolia Jesse The Faccio propone un indie rock con afflati tipicamente statunitensi, interessantissimo. È la volta di CLAVDIO di cui capiamo poco e, in collinetta, di Dutch Nazari che riscopriamo ricco di groove, seguito dal solito art-pop degli Eugenio in Via di Gioia, il primo bagno di folla della giornata. Terminato lo show il gruppo piemontese, il pubblico in massa si accalca sul main stage dove i Coma_Cose fanno il loro ingresso con Jugoslavia. Non ce la sentiamo di ritenere il loro un live imperdibile e irripetibile, per carità, ma il coinvolgimento del pubblico assordante, tra i più forti rilevati in questi tre giorni. Ci uniamo a chi decide di disertare la coppia di milanesi d’adozione per dirigerci a sentire Giorgio Poi, la cui esibizione è più costruita rispetto ai precedenti tour, tuttavia apparentemente con meno tiro. Ce ne accorgiamo perché i momenti migliori sono quelli in cui gli ospiti fanno la loro comparsata da copione: Frah Quintale e Calcutta raggiungono il chitarrista romano per interpretare rispettivamente i noti duetti, Missili e La Musica Italiana. Il talento di Giorgio Poi rimane indiscutibile e cristallino, è doveroso ribadirlo. Sul main stage un’evidente falla dell’inappuntabile organizzazione del festival fa tardare l’esibizione dei Fast Animals and Slow Kids di più di mezz’ora, attesa francamente snervante più ci accorgiamo di essere ormai incastrati e poco disposti a cambiare palco, pur sentendo da lontano tanta musica che ci stiamo perdendo, come il LOL rap di Pippo Sowlo, esilarante. Ad ogni modo i FASK sanno ripagare l’attesa con una performance che è il compendio di un’intera carriera, dolorosa, fisica, poetica e violenta. Sebbene assolutamente mortificati da un audio sinceramente disastroso (“alzate questo cazzo di volume o vengo lì al mixer” intima Aimone dal palco, non venendo ascoltato, o forse nemmeno sentito, a questo punto), il loro live è un gran tributo a loro stessi e alla sacra dottrina del rock n’ roll, di cui sono tra i pochissimi portabandiera di questo venerdì. Da qui in poi si consuma la tragedia: arrivano in ordine Massimo Pericolo, poi Speranza e infine Ketama126. Se Ketama ormai possiamo definirlo rodato e, nel suo, anche abile, se Speranza è una sorpresa dal punto di vista tecnico (bravissimo nel timbro e nel flow), ma lascia tra il basito e il ridacchiante con la sua coreografia da quattro soldi che non lesina passamontagna, spari a salve, giubbotti antiproiettile e fantasiose ricostruzioni di geopolitica, Massimo Pericolo è la nota più stonata di tutto il festival. Ingiustificabile, ributtante. Ci guardiamo bene dal fare i dadrock nostalgici qui, ma è assolutamente imperdonabile mettere come headliner della prima giornata del festival un artista al debutto live che non tiene mezzo tempo e per recuperare battute spara bestemmie gratuite una dietro l’altra facendo impallidire anche i veneti presenti, che alla prima ridi, alla seconda alzi gli occhi al cielo, alla terza sei già andato a vedere altro, come i FUERA, trance-elettronica di pregevolissima fattura. Che poi voglio dire, due ore prima sullo stesso palco Emma Bonino metteva sul piatto l’importanza dei diritti di tutti, specie quelli delle donne, con un valoroso discorso scevro da arringhe pliltiche pre-elettorali, c’era davvero bisogno di questo avanzo di galera che apostrofa qualsiasi ragazza come troia e si vanta di sbo**are in bocca a tutte? Fonte di sincero imbarazzo senza se e senza ma. Si chiude una valida prima giornata, dove abbiamo avuto modo di sentire tante cose interessanti accoppiate a tante altre cose immonde.

Il sabato, come si diceva, è pensato per cercare di accontentare la maggior parte dei gusti, con una proposta facile ma mai scontata. I Tropea giocano in casa e nonostante l’ora prestissima intrattengono i pochi armati di ombrelli e mantelle, li avremmo visti forse più volentieri in tarda serata sull’altro palco che proponeva in sequenza la Dellacasa Maldive, la sorpresa caciarona delle Feste Antonacci e l’irrefrenabile disco di Mille Punti, power-trio dinamitardo che offre il suo sound retrofuturistico all’insegna di chicken guitars, bassi slappati e ritmiche four on the floor. W la Disco Music. Il must-see della giornata però va in scena alle 18,30 sul main stage: Il festival di San Borealo con l’Auroro Borealo Orchestra, un vero spettacolo irripetibile, geniale e da sbellicarsi delle risate: non scherziamo, varietà allo stato puro che, senza dubbio alcuno, avrebbe fatto scintille e validissimi numeri anche in TV. In poche parole, Auroro Borealo ha inscenato e condensato in poco più di un’ora un intero festival di Sanremo in miniatura, con tanto di orchestra, direttori baffuti, presentatrici osè, disturbatori, tele-voto e tutti i cliché che la liturgia sanremese si porta dietro. Divertentissimo, esilarante, geniale davvero. Si torna nella più tetra serietà coi Sick Tamburo, tutt’altro che sugli scudi ma onestissimi, un piacere vederli ogni volta. Riccardo Sinigallia ha la proposta più matura di tutto il festival, si sa, lui è un po’ il padrino di tutta la scena e sa come creare magia in musica, purtroppo clima, orario e volumi indecenti penalizzano la sua performance che avremmo goduto certo di più in un teatro raccolto, come già successo. Alla collinetta intanto Chadia Rodriguez manda a fanculo tanti stereotipi e Venerus mette in chiaro cosa vuol dire proporre un soul aggiornato e tutt’altro che parodistico, senza scimmiottare, ma prendendo il meglio da oltreoceano, che è la stessa cosa che si può dire di Mamhood in ambito più prettamente pop. Il vincitore di Sanremo dimostra tanta maturità e onora un palco pesantissimo per l’ambiente in cui ti accingi a entrare a testa bassa e quasi in punta di piedi con un’umiltà da applausi. È il vincitore di Sanremo che si esibisce al Mi Ami, ragazzi, ricordiamolo. Sul main stage è invece il turno di Motta che è probabilmente il live migliore dei tre giorni, per intensità emotiva, sforzo compositivo nel riarrangiare tutti i suoi brani, bravura tecnica sua e della band che lo sostiene. Ci guardiamo intorno e vediamo tanta gente piangere, torniamo con lo sguardo sul palco e vediamo un cantautore che sembra davvero un gigante ormai. Semplicemente un fuoriclasse. MYSS KETA annoia parecchio sulla collinetta, pur animando quasi tutti i presenti. Il suo progetto è lodevole e ci si affeziona facilmente, ma un intero concerto è in tutta onestà faticoso da sopportare fino alla fine, tanto che ci trasferiamo sul palco retro dove lo psych-rock garage degli Yonic South fa scatenare i pochi testardi in un pogo divertentissimo. Da rivedere al più presto! Dal main stage Nitro ed Ensi sparano una barra dietro l’altra, l’ultimo in particolare manda a casa tanti artisti pretenziosi col suo free-style che mette in chiaro cosa vuol dire essere davvero bravi a rappare, comunicando, interpretando, unendo tecnica a contenuti. Una certezza. L’elettronica cala inesorabile come una nube sul sabato sera del festival e c’è anche qui ampia scelta: dal main stage Bassi Maestro presenta il suo nuovo progetto house North f Loreto (NoLo) come tributo al quartiere più social di Milano, mentre prima Uccelli, side project di sperimentazione estrema dei Pop_X, ed Emmanuelle poi, la Charlotte Gainsbourg nostrana, portano in trip chiunque abbia superato il limite a quell’ora tarda, e siamo in parecchi… Chiude questo sabato importante il DJ set dei produttori romani Frenetik&Orang3 con il meglio del dance-floor dei giorni nostri.

Siamo arrivati quindi stanchi, felici, confusi e inebetiti all’atteso terzo atto domenicale. Dico atteso perché è quello specificatamente pensato per i vecchietti dell’indie italiano. Durante la giornata si alternano sul palco infatti act del calibro di Giorgio Canali e i Rossofuoco, Bugo, Luca Carboni e alcune nuove leve che piacerebbero di sicuro anche a quelli più in là con gli anni come Dimartino, Giovanni Truppi e Andrea Laszlo De Simone. Andando con ordine: il primo artista sul main stage è il cantautore campano Giovanni Truppi, set ben suonato, intenso e interpretato magistralmente; alla collinetta Angelica propone il suo pop-rock a tinte pastello suonando un po’ di tutto e cantando con la sua voce che abbiamo già imparato a conoscere nei Santa Margaret, capace ed esperta nonostante la ancora giovanissima età; l’altra quota rosa Any Other ribadisce quanto di buono messo in mostra ormai da qualche anno, con una sezione ritmica abile e delle interpretazioni drammatiche e credibili, ormai Adele Nigro è una solida realtà. Spendiamo qualche riga su Bugo se permettete, il Beck delle risaie che torna live in formissima con uno spettacolo di funky pop d’eccezione, un groove senza soluzione di continuità su cui innesta i suoi ritornelli nostalgici e sbilenchi, una vera chicca sorprendente che ci fa davvero piacere rivedere in questa veste. Andrea Laszlo de Simone al tramonto è piacevole e rilassante come su disco, Dimartino incuriosisce con un set di caratura internazionale, tra la psichedelia più onirica e il cantautorato più classico: a tratti sembra di trovarci al cospetto di Jonathan Wilson, la buttiamo lì. È il turno degli I Hate My Village con il loro afro-rock psichedelico: il supergruppo che raduna elementi in forza ad Afterhours, Verdena, Bud Spencer Blues Explosion e Jennifer Gentle è davvero un godimento sonoro, probabilmente i migliori musicisti in simbiosi visti nei tre giorni. La Rappresentante di Lista chiude il Mi Ami della collinetta e non c’è molto da dire se non bravissimi, sul serio, a ripensarci sorridiamo e li portiamo in palmo di mano nella top 5 del festival e non solo, fatevi un favore e riascoltatevi il loro ultimo album Go Go Diva. In contemporanea Luca Carboni sul main stage è l’ultima performance concertistica a cui assistiamo: rispetto per Luca-sempre-lo-stesso ma lo show sembra impostato in modo completamente sbagliato, totalmente avulso dallo spirito del festival, non c’entra una mazza in buona sostanza e infatti crea il vuoto sotto palco, cosa che l’artista non si meriterebbe nemmeno mentre inanella hit come Fisico Bestiale e Mare Mare per la gioia dei pochi rimasti. Suona inevitabilmente come vecchio, da concertone di Radio Italia per intenderci. È il momento degli ultimi DJ set di commiato, iniziati sul presto però che domani si deve lavorare. Saluti, baci, abbracci, auguri e congratulazioni e tutti a casa, felici e confusi e convinti che davvero l’amore e la buona musica possano vincere su tutto. Grazie Mi Ami e all’anno prossimo.