Un sipario di velluto, una luce rossa e una luce blu e innumerevoli aste del microfono dentro cui riversare una voce iconica. Ai devotissimi fan di Mark Lanegan, che in una fresca serata di fine novembre affrontano la pioggia per vedere il cantautore nonostante l’ultimo passaggio nell’afosa cornice della Triennale di Milano fosse solo dell’anno scorso, non serve altro. E non serve nemmeno che lo show raggiunga chissà quale minutaggio, perché nella sua pur relativa brevità viene trasmessa un’intensità e un trasporto emotivo proprio dei fuoriclasse. Ai fan devoti basta questo e al massimo una mezz’oretta di attesa per far firmare il prezioso merch nella signing session post show (trovata commerciale che sa essere genuina e apprezzabile). Ma se non siete fan devoti, vi chiederete, a cosa serve leggere questo report? Semplicemente, al di là della pura cronaca, serve a ricordare che figure artistiche come quella di Mark Lanegan sono un bene per chi ama la musica in generale, per chi ne trae ispirazione, forza d’animo e consolazione. Ci ricordano quanto non è puro e semplice intrattenimento, né un prodotto da vendere. È appunto devozione, profondo rispetto e ammirazione. Forze propulsive che purificano un ambiente e danno prestigio a una professione, quella del musicista, che sa essere anche tragicamente debole. Non bisogna quindi essere fan devoti di Mark Lanegan per uscire soddisfatti da serate come queste, basta essere semplicemente appassionati, estimatori, simpatizzanti di questa cosa che ci accomuna tutti.

Premessa fatta, lo show su divide quasi nettamente in due parti: una prima di matrice decisamente più rock blues, a tratti punk, e una seconda in cui al punk subentrano cenni di elettronica, sintetizzatori e drum machine che lo trasformano inevitabilmente in post-punk fino ad aperture pop come quelle di Harborview Hospital dall’acclamato Blues Funeral del 2012. L’apertura è così affidata a Disbelief Suspension tratta dal recentissimo Somebody’s Knocking, tirata e dritta, per passare subito a due classici come Nocturne e la milestone del Lanegan solista Hit the City e poi tornare con prepotenza all’ultimo disco con Stitch It Up. Il tutto giocato su una velocità di esecuzione da un brano all’altro che lì per lì ci fa sospettare che lo show difficilmente avrà lunga durata, salvo poi frenare bruscamente grazie a brani Bleeding Muddy Water (uno degli highlight della serata) e la cover Deepest Shade. Chiusura nelle mani della tetra Death Trip to Tulsa ed encore baciato dalla già citata Harborview Hospital in accoppiata alla canonica The Killing Season, tanto gelida quanto pervadente coi suoi ghigni diabolici.

A tutto il resto pensa la Band di Mark Lanegan, puntuale nel seguirne i sermoni e le pose iconoclaste mentre si aggrappa all’asta del microfono. Sempre osservato con occhio meticoloso dai suoi fan devoti, ma anche da chi, passando per caso, non può far a meno di sentirsi immerso in un ritrovo di famiglia.