L’ennesima serata per die-hard fans. Così ci aveva definiti la persona che cercheremo di non citare in questo articolo durante il suo concerto a Firenze nel 2012. Manco a dirlo, Little Steven era presente. Bisogna proprio essere dei die-hard fans per affrontare un simile freddo e recarsi all’Alcatraz per vedere Little Steven e i suoi Disciples of Soul, tuttavia la ricompensa è delle migliori: il Classe 1950 e la sua bandana hanno tirato fuori uno spettacolo di assoluto livello, capace di ripercorrere tutta la carriera del chitarrista in una carrellata di classici e generi più disparati.

Sono passati ben 18 anni dall’ultimo lavoro in studio di Steve Van Zandt, impegnato in questi due decenni come chitarra solista della E Street Band e come attore sui vari set, specialmente nelle vesti di Silvio Dante dei Soprano, motivo quest’ultimo che l’ha costretto a rinviare le date del tour di questo Soulfire in programma a Roma e Padova ma senza rinunciare a quella di Milano.

Il pubblico è composto per lo più dai soliti irriducibili, età media di chi ne ha viste tante, qualche bandana, qualche bandiera a stille e strisce, molta voglia di divertirsi. Steve si presenta sul palco e attacca subito un tributo a Tom Petty con Even the Losers per poi passare ai due brani d’apertura di Soulfire, la title track e I’m Coming Back, da lui scritta per Southside Johnny che sa di dichiarazione di intenti. Segue una breve presentazione in cui Little Steven invita il pubblico a lasciare da parte i problemi del mondo per una sera e godersi tre ore di ripasso di storia musicale americana. E sarà proprio così grazie alla poliedricità del repertorio di Van Zandt e alla duttilità dei Disciples of Soul, composta anche da una sezione fiati di cinque elementi veramente mozzafiato che scalda i motori con Blues is My Business. Segue Love on the Wrong Side of Town (riff ad opera di Springsteen, citiamolo) e la mente corre a quel New Jersey Sound di cui Southside Johnny e gi Asbury Dukers, ancor prima del Boss, hanno contribuito a rendere più che riconoscibile.

Le cover e ulteriori tributi proseguono: con Standing in the Line of Fire di Gary “U.S.” Bond si piomba di uno spaghetti western, seguono alcune hit soliste come I Saw the Light e Salvation di puro rock n roll prima di addentrarsi nel doo wop di The City Weeps Tonight, introdotta da un lungo monologo illustrativo sul genere da parte di Steve.

È qui che la banda comincia a prendere il volo: prima il Blaxpoitation di Down and Out in New York City, registrata da James Brown nel 1973 in cui ogni singolo ottone dà prova della propria maestria in cinque solo differenti, poi il folklore tutto italiano di Princess of Little Italy, cadenzata dal mandolino che ogni tanto vediamo comparire pure nella E Street Band, infine un medley di puro raggae made in Kensington iniziato dal levare di Solidariety. Da qui è una discesa divertentissima nel rock n’ roll più piacione e tirato con Ride the Night Away che anticipa la vera hit della carriera di Little Steven, quella Bitter Fruit in odore caraibico, all’epoca riproposta in italiano anche da Antonello Venditti.

Forever chiude il concerto che però prosegue come da copione con un encore composto da tre pezzi: prima gli auguri natalizi di Merry Christmas (I Don’t Wanna Fight Tonight), celebre brano festivo dei Ramones, poi I Don’t Wanna Go Home, brano di punta scritto per Southside Johnny, infine Out of the Darkness, con cui Steve e Banda si congedano.

Uno show completissimo e più che piacevole che ci fa esclamare scherzosamente “il mondo si divide in due tipologie di persone: chi ha visto Little Steven dal vivo e chi invece mai!”