Per questo primo terzo di 2016, musicalmente parlando, “At the drive-in” a Milano è sicuramente l’Evento. Quindi aspettative altissime, com’è giusto che sia. E come ogni appuntamento così carico di aspettative il rischio delusione è sempre in agguato. D’altronde mi sto accingendo a vedere uno-dei-miei-gruppi-preferiti-che-non-credevo-sarei-mai-riuscito-a-vedere-live. E scusate se è poco. Arrivo a Milano nel tardo pomeriggio, il tempo di bere (più di) qualcosa e raggiungo il Fabrique. Il locale è già molto affollato, e non potrebbe essere altrimenti, il sold-out non deve essere molto distante.
Non c’è da aspettare molto (mi sono perso puntualmente anche stavolta l’opening act…) e spentesi le luci i nostri raggiungono il palc0, con annesso boato del pubblico. L’incendiario uno-due iniziale è targato “Relationship of Command”, terza fatica in studio del combo texano e disco attorno al quale verterà gran parte della setlist. Le percussioni tribali della batteria e le chitarre “inacidite” introducono quel capolavoro di “Arcarsenal”. Ad essere sinceri fino in fondo, l’urlo di gioia mi rimane un pò in gola, a causa di una resa dal punto di vista acustico non ottimale; la voce di Cedric non si sente quasi e per fortuna ad urlare “I must have read a thousand faces” ci pensa principalmente il pubblico. Dopo 40 secondi di concerti il riccioluto frontman si è già arrampicato una volta in cima agli ampli e una volta sopra la cassa della batteria, utilizzandoli come trampolino: salta e si divincola, parla e urla. Giù dal palco si poga e si balla ed il clima è davvero allegro.

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Con “Pattern against user” la situazione dal punto di vista fonico si sistema un pò, anche se per tutta la durata del concerto mi resta la sensazione che sopra il palco stiano facendo molto più e molto meglio di quanto ci è dato sentire e soprattutto che in certe zone del locale si senta meglio che in altre. Lo show è comunque meraviglioso, davvero, i 5 non si risparmiano affatto, i ritmi sono serrati, come si confà in effetti alla natura del gruppo, sincopata, stramba, sghimbescia, mai rettilinea. I numerosi cambi di line up non hanno inficiato la carica adrenalinica e la perizia musicale, con buona pace di Jim Ward, uscito dalla band a pochi giorni dall’inizio del tour. La scaletta pesca un pò da tutto il repertorio, dall’EP “Vaya” a “In/Casino/Out”. Le note di “One Armed Scissor” chiudono con i fuochi d’artificio un concerto difficilmente dimenticabile, che ci consegnano un gruppo vivissimo, in salute, rimasto fedele negli anni e non snaturatosi in questi oltre 20 anni di carriera.

P.s. Considerazione a latere. Appena finito il concerto albergava in me un sentimento misto gioia/delusione, sinceramente. Gioia, prevalentemente, ovviamente per quanto visto e ascoltato. La delusione (poca in realtà) era data principalmente da questa costante “imperfezione fonica” che avevo avvertito per tutto il concerto. A ripensarci poi a mente fredda però mi son detto che al contrario era stata una fortuna, un punto a favore, ed una situazione molto più vicina all’attitudine ed essenza degli “At the drive-in” (e all’hard-core e derivati per estensione) rispetto ad una resa più standard e “teatrale”. Riprendendo Miroslav Tichy, è “l’imperfezione che crea la poesia”. Già.

N.B. Si ringrazia come sempre Adu per averci fornito questo bellissimo report