A un quarto di secolo da un periodo – nuovamente – fiorente per la musica Rock, quando sostanzialmente cresceva la generazione successiva ai Sessantottini, stiamo ancora parlando di una rivoluzione giovanile mancata. Musicalmente, pochi e circoscritti sono stati i periodi incantati in cui lo stravolgimento di tutti i canoni è avvenuto al pari di quello sociale. Tra le molteplici analisi che si possono accennare riguardo all’ultima fetta italiana della storia musicale – cronologicamente parlando – sembra più realistica quella di una fettona da 25 che non ha digerito nessuno. Per mangiarci, c’hanno mangiati con goduria però!

I figli di una Generazione X in versione allungata verso un pensionamento che non arriverà prima dei 120 anni di età, hanno sfiorato la gloria del Grunge e vissuto di nostalgiche rockstar sregolate che cominciavano però a dare segni di disadattamento rispetto al presente circostante, bruciando peraltro precocemente. In Italia il sonno più totale (ovvio che parliamo di grande industria!). Nell’isola (in)felice del Belpaese, all’affacciarsi del Ventesimo secolo morivano cantautori di fama senza eredità.

Salto indietro allora, per capirli questi “periodi incantati” sopracitati e non precisati. Ci sono anni – che quando si spingono a decenni finiscono per scontrarsi con improbabili opposti, si veda il Prog con il Punk e dopo con la Disco – che rimangono inevitabilmente impressi nella memoria collettiva, su cui si disserta in documentari e pellicole nostalgiche ancora oggi. Si tratta di particolari periodi in cui si concentrano eventi politici di una certa importanza e impatto globale. Guerre, e movimenti sociali in un modo o nell’altro sempre collegati, dominano il dibattito da una parte all’altra del mondo e scioccano l’opinione pubblica. Cambiano le idee e i motivi che spingono alla lotta per un futuro migliore. Tutto questo turbinio impazzito di urla, persone, idee ed esplosioni finisce per influenzare anche la musica che viene prodotta.

Fine degli anni Sessanta, Guerra Fredda e conflitto in Vietnam. La musica voleva e poteva cambiare le carte in tavola, convincere le – giovani e intraprendenti – menti che esisteva un’alternativa alla violenza e che si poteva essere liberi (parola da prendere con le dovute cautele!). Qualche titolo buttato lì in mezzo solo per intenderci, in breve: Sgt. Pepper dei Beatles, The Doors ed è l’inizio del mito Morrison, Are You Experienced? del sorprendente Hendrix, Disraeli Gears dei Cream, The Velvet Underground & Nico e si potrebbe continuare per pagine e pagine. Sembra di vedere un tubetto multicolore che esplode sulla grigia tela della Storia. In Italia cantavano le “gesta dei vinti” poeti come De André, Guccini e uno sperimentale tragico Dalla.

Dopo il Punk, parabola finale di un periodo di balzi radicali da una manciata di anni, proprio la Generazione X (quelli che potrebbero essere anche i genitori di noi ventenni!) diede l’ultimo scossone. Ormai venticinque anni fa, proprio i figli di chi sognava il cambiamento verso un mondo hippie (che certamente non arrivò mai) lanciò l’ultima rivoluzione musicale a sociale. Anche se la X non sta assolutamente per nulla di specificato (appunto) possiamo dire che questa generazione umana ha potuto mettere la crocetta su storia del rock. Possiamo serenamente affermare che questo periodo florido segnò profondamente la cultura e lo stile di vita di milioni di persone: ecco l’avvento del Grunge. In Italia spopolavano Antonello Venditti, il rinato e rinnovato Claudio Baglioni e un giovane seguitissimo, Luciano Ligabue. Cosa c’è che non va?

Perché il Grunge? Esordio degli anni Novanta (grigi, grigissimi!). Anche qui, non stupiscono gli eventi che fanno da background a una musica dannata e aggressiva: la Guerra del Golfo, un aumento del gap tra disagiati economicamente e benestanti, conseguenza di un periodo di stallo occidentale per quanto riguarda le politiche sociali e di welfare. E allora la musica fu finalmente la rabbia liberata dalle gabbie X. Qualche nome sempre per riprenderci un attimo dal trauma bellico e sociale che sta sfigurando (quantomeno) l’Occidente e il Medio Oriente: il debutto dei Pearl Jam, Badmotorfinger dei Soundgarden. La bomba Nevermind invece non dovette attendere molto prima di un’altra esplosione: quella del fucile di Kurt Cobain. Per non parlare degli Alice In Chains

Un altro – in alcuni casi l’ultimo – ruggito arrivò anche da altre band ancora in vena di estremo clamore mediatico: Metallica con l’album nero, gli indimenticabili Guns N’ Roses sfornarono un doppio sanguinoso album Use Your Illusion e i Queen, dimostrarono con Innuendo che Freddie non aveva nulla da temere dalla concorrenza, al contrario dell’amaro destino che lo aspettava di lì a poco. In Italia i dischi più venduti di quegli anni Novanta così rabbiosi all’estero, furono Benvenuti In Paradiso di Venditti, Malinconoia di Marco Masini, Miserere di Zucchero e Gli spari sopra di Vasco Rossi. Cosa aggiungere? L’oggi lo analizzeremo domani. Speriamo bene.