Un viaggio nelle geometrie sonore dei 90’s

Correva l’ultimo decennio del secolo breve quando in Europa, sulla scia e gli eccessi del panorama dance nacque un idillio che da lì a poco avrebbe preso in mano le redini della “rave generation”, la stessa che probabilmente è il pantheon di tutta la controcultura novecentesca fatta di nuovi suoni e un società ormai in piena rotta di collisione con tutta la demagogia che i decenni passati aveva prodotto. Stiamo parlando della cosidetta IDM (Intelligent Dance Music) che mise in evidenza e sottolineò il lato più intellettuale, cervellotico e cerebrale di un genere che improvvisamente, dopo un decennio intero passato sulla cresta dell’onda, sembrò improvvisamente calare in una strana coltre di smarrimento. Improvvisamente tutte le esagerazioni e ciò che derivò dalla house, fino ai primi accenni di acid e trance, presero una strada più elegante, pensante, delle volte anche spigolosa e tendenzialmente votata ad un qualcosa che lascia immaginare che dietro ci fosse uno scienziato pazzo a comporla.

In questo immaginario fin da subito si collocò un certo Aphex Twin, che la stampa specializzata dopo l’uscita di “Selected Ambient Works 85-92” lo definì fin da subito “Il Mozart della techno”. Aphex Twin era l’apoteosi sia musicale che ideologica del fenomeno IDM, era il tutto ma anche il contrario di tutto quello che la scena proponeva, e probabilmente risulta anche scorretto racchiudere il suo fenomeno in una semplice etichetta. Un fuoriclasse dalle doti innate, padre fondatore di una techno che si era proclamata intelligente e diversa dalla nascita, nonostante le contraddizioni che comunque hanno caratterizzato quella stagione musicale che in alcuni momenti la troppa complessità ha praticamente messo spalle a muro un genere, intrappolato nella propria stessa composizione cervellotica. Ciò nonostante Aphex Twin fra deliri di onnipotenza, e gesta che lo rendono una vera e propria rockstar, ha buttato fuori capolavori dal valore indubbio. Lo stesso Selected Ambient Works 85-92 destò non poco clamore quando Aphex Twin stesso dichiarò che quel disco era composto da materiale che era stato prodotto sin da quando aveva 14 anni. Aphex Twin era un avanguardista, aveva prodotto un disco che prendeva le radici dalla scena techno di Detroit senza che lui stesso avesse mai ascoltato o prestato attenzione a quest’ultima.

Warp Records in quegli anni stava trasformando la scena elettronica in qualcosa di mostruosamente cerebrale, raccogliendo consensi dalla critica e un hype che il genere prima di allora non aveva mai avuto modo di assaporare. Cominciava a palesarsi all’orizzonte anche un pubblico che in genere aveva sempre snobbato quegli ambienti, figlio di ben altri mondi quale il rock e il metal. Era una elettronica esigente e complessa, che con Aphex raggiunse i picco massimo con “…I Care Because You Do” dove il Nostro portò alla luce una delle sue opere più spigolose e architettonicamente complesse. Aphex riuscì addirittura qualche anno dopo con il video di “Windowlicker” a penetrare l’immaginario pop, senza svendersi e mostrando una consapevolezza piena dei propri mezzi. Windowlicker è sicuramente un brano che ha segnato un’era, delineando la sottilissima linea fra underground e mainstream, un capolavoro che trova pochi eguali.

Sulla scia di Aphex Twin sempre negli stessi anni, seguì uno dei duo più influenti che il mondo dell’eletronica abbia mai tirato fuori, gli Autechre. Bisogna esattamente partire da “Tri Repetae”, pietra miliare dell’IDM per capire esattamente di cosa stiamo parlando. Anzi, probabilmente qui risiede solo il principio di produzioni che definirle strane o complesse è fin troppo poco. Gli Autechre erano un impenetrabile duo, celato in un suono che Simon Reynolds nel suo “Energy Flash” definì ““Sculture sonore sgradevoli ma stranamente avvincenti, con astruse e spigolose concatenazioni di glifi sonori, blocchi di distorsione e campioni di suoni mutilati, e sporadici sprazzi di luce sotto forma di paesaggi di impulsi dai colori tintinnanti”. Ma era soltanto l’inizio di qualcosa che poi sarebbe mutato in qualcosa di freddo, impassibile, distante e a tratti indecifrabile. Con “LP5” e “EP7” le cose presero una svolta totalmente inumana, come se dietro a quelle macchine ci fosse in realtà un sistema di computer che producesse tramite combinazioni matematiche tutti quei suoni metallici e spigolosi, usciti tutti da un calcolo algebrico. Ciò coniò quello che negli anni ’90 divenne il “suono alla Autechre”.

Il suono alla Autechre dunque divenne un vero e proprio marchio di fabbrica, che non riusciva ad accostarsi ad una definizione precisa e spesso finiva per crearle. Sempre Simon Reynolds cercando di descrivere la loro complessità sonora, mise in dubbio la stessa sanità mentale del duo di Manchester chiedendosi se “Aut” nel nome non corrispondesse ad “autismo” cadendo probabilmente in un grosso clichè che vedeva i due come i classici nerd chiusi in camera presi fra computer e calcoli matematici. Gli Autechre probabilmente riuscirono a tradurre l’intraducibile, creando una sorta di nuovo linguaggio che tralasciando le fredde trame di cui si compone ha una propria vita. Una sorta di paradosso dove lo stesso duo è stato capace di concepire qualcosa che dalla nostra appare incredibilmente complesso, ma è figlio di una macchina da noi stessi sviluppata.

La stagione IDM anni ’90 è stata un universo di storie incredibili, e forse quella più incredibile fra tutte è la parentesi Boards Of Canada, che più che parentesi la si può tradurre in parabola (religiosa?) che negli anni non ha mai riscontrato cali. Perchè “parabola religiosa”? Ebbene, attorno al fenomeno BOC si creò una vera e propria “setta”. Fra messaggi in codice, riferimenti, leggende, si celavano dietro le copertine dei dischi, i Boards Of Canada ad ogni loro uscita ti costringevano a studiarli e smascherare ogni più piccolo segreto che si celasse dietro le loro gesta. Nacque una sorta di collettivo, una comune, denominata “Hexagon Sun”, che si dicesse fosse una sorta di associazione che accoglieva artisti e creativi di ogni genere che col tempo assunse sfumature mistiche, fra jam session che duravano fino a mattino inoltrato, e maratone musicali che duravano tutto il fine settimana. Su Boc Pages sono riportati tutti i misteri che i fan hanno cercato di svelare in questi anni.

Ma la definizione che meglio ritengo descriva i Boards Of Canada e tutto il loro piccolo ed incredibile universo è quella che ha dato Egisto Sopor qualche tempo fa: “Era una musica infarcita di suoni e simboli ripescati dal bagaglio emozionale collettivo dei bambini cresciuti tra anni ’70 e ’80, vale a dire la prima generazione a essere cresciuta con la televisione, nonché i primi individui ad essere lasciati dai genitori ad allucinarsi dinanzi alle favole della balia catodica. Quindi riusciva a suscitare nell’ascoltare un agrodolce sentimento a base di memorie sgranate e vecchi filmini di famiglia, programmi TV per l’infanzia la cui eco riverbera nei sogni dell’età adulta, filmati educational, foto sfocate, cose del genere.”

Fra Aphex Twin, Autechre e Boards Of Canada abbiamo assistito al proliferare di un genere che ha dato un contributo indelebile all’elettronica, e che ancora oggi lascia il segno. Aphex Twin con “Syro” nel 2014 ha dimostrato di saper ancora “fare l’Aphex Twin” nonostante qualche critica che probabilmente andava soltanto a parare sulla sua cervellotica perfezione. I Boards Of Canada con Tomorrow’s Harvest del 2013 hanno confermato la loro incredibile bravura, buttando fuori uno dei loro album più belli e commuoventi, infine gli Autechre sono tornati quest’anno con un doppio enciclopedico album dalle fattezze sempre meno umane. Precursori dei vari Arca, Oneohtrix Point Never e compagnia bella, ma ben lontani almeno politicamente dalle loro concezioni, l’IDM degli anni novanta è stata probabilmente la forma espressiva più libera e allo stesso tempo controversa di tutto il filone dell’elettronica.