Frequenze dolcissime che quasi intimidite si insinuano in un arrangiamento scarno ma di classe, che raccontano storie che difficilmente potremmo definire spensierate, storie in cui raramente si intravede un raggio di luce. Un suono che rappresenta uno dei più silenziosi avvenimenti fondamentali degli anni 90’,  un decennio che reagiva all’adolescenza e alla sua nausea esistenziale spaccando tutto e lanciando strumenti in aria.

Con quel suono soffice, quella sua voce che più che cantare sussurra, Elliott Smith ha catturato e cantato, nella sua brevissima vita, tutto ciò che voleva dire essere un cittadino americano, totalmente libero di fare qualunque cosa, ma costretto a vivere l’interminabile lotta per la ricerca della felicità e per la ricerca di una stabilità mentale e sentimentale, tutto ciò essendo cosciente del fatto che questa lotta è già persa in partenza.

La verità ti renderà libero.
Ma solo quando avrà finito con te

Infinite Jest, David Foster Wallace. Uno scrittore che ha più di qualche cosa in comune con Smith

“Either/Or”, il suo lavoro più riuscito, ha appena compiuto vent’anni, ma nonostante l’età è ancora facile per un ascoltatore del 2017 ritrovare nei peculiari testi del cantautore statunitense una frase perfetta per interpretare i contraddittori aspetti della vita moderna. Una verità capace di risollevarti oppure di farti sprofondare all’inferno.
“Either/Or” è anche il disco che nel 1997 lanciò la carriera di Elliott Smith verso le stelle, e forse anche verso l’inizio di un declino spirituale che finirà nel più tragico e misterioso dei modi in un parco di Los Angeles il 21 ottobre 2003 con due coltellate nel petto.

Nobody broke your heart
You broke your own because you can’t finish what you start

L’album, composto in vari studi di registrazione di Portland, rappresenta la chiusura di un percorso iniziato tre anni prima con la raccolta di demo “Roman Candle”, un percorso in cui la musica e le parole sono ancora sporche, e a tratti sbagliate, ma genuine e sincere. In “Either/Or” domina una grande spontaneità, ma sono anche innumerevoli le citazioni letterarie alle opere dei grandi esistenzialisti, già a partire dal titolo del disco (“Aut-Aut” di Søren Kierkegaard in inglese viene tradotto proprio come il nome dell’album), e poi anche nella generale atmosfera di brani come “Ballad of Big Nothing” o “Rose Parade”: l’impossibilità di trasmettere all’esterno la visione che si ha di se stessi nonostante l’estrema libertà d’azione e di scelta. Una libertà che diventa una prigione le cui sbarre sono dipendenze, come quelle dall’alcool e dalla droga che perseguiranno Elliott Smith fino alla fine della sua vita.

Le storie raccontate in “Either/Or”, autobiografiche o inventate che siano, sembrano ambientate in un mondo interiore simile alla “Desolation Row” di Bob Dylan: l’eterna lotta con il passato – il padre adottivo di Elliott ha abusato diverse volte di lui e di sua madre – e l’incapacità di trovare sollievo nelle persone che ci sono vicine. “Alameda” dipinge un paesaggio desolato, una passeggiata notturna che diventa un incubo; un’ambientazione che ritroviamo anche nella tormentata “2:45 AM”.
Quello che Elliott Smith ci vuole trasmettere è quel substrato fragile e pericolante che ci mantiene in piedi, ma che potrebbe cedere e farci cadere dentro un’enorme scivolo senza appigli che sbuca nel vuoto.

Thinking about your friends
How you maintain all them in a constant state of suspense

Strano come tutto questo immaginario così ambiguo e oscuro sia rivelato con scelte musicali che strizzano l’occhio al delicato tono vocale e alla chitarra pizzicata di Nick Drake o al già citato Dylan, ma anche agli amatissimi da Smith Beatles. Tutti gli strumenti, anche nei rari momenti concitati del disco, sembrano quasi suonare in maniera timida e riservata. La voce di Elliott, che tanto differisce da quella di Kurt Cobain – un paragone naturale e necessario – sembra librarsi sopra una sezione strumentale che si mescola molto dolcemente con la sua voce. Una colta lavica di zucchero nel bel mezzo dell’inferno come nelle indimenticabili “Between The Bars” e “Angeles”

Per celebrare il ventennale di “Either/Or”, la Kill Rock Stars ha deciso di ristampare il disco in un’edizione ampliata con qualche pezzo inedito e qualche versione alternativa, contribuendo a rendere ancora più solida l’eredità di un’artista unico. Un’eredità che tanti altri hanno saputo raccogliere, non solo in ambito musicale. Gus Van Sant collaborò con Smith per “Will Hunting – Genio Ribelle”, il risultato fu l’eccezionale “Miss Misery”, uscita proprio dalle sessioni di “Either/Or”, che portò Smith sul palco degli Oscar, in una delle più surreali esibizioni della storia della cerimonia.

Noi lo ricorderemo così, su quel palco troppo grande in un vestito bianco troppo grande, totalmente fuori posto. Un ago nel pagliaio.