Si sa: i tempi cambiano, ultimamente anche più velocemente del solito. Cambiano le mode, le idee, i gusti e, ovviamente, anche la musica. Fondamentalmente i differenti approcci ai mutamenti sono tre: si possono accettare, rifiutare o vi si può restare indifferenti e facendo un giretto su internet si può notare una marea di discussioni a riguardo; chi ha ragione? La risposta breve è “Nessuno”.
Questo succede in tutti i generi musicali, ma nell’Hip Hop è infinitamente più frequente, come se questo genere, essendo uno dei più giovani, avesse bisogno di aggrapparsi con tutte le proprie forze a quegli inizi che sono ormai consolidati, quasi alla ricerca di una comoda sicurezza, marchiando a fuoco tutto ciò che differisce dal classico suono standard come “Finto Hip Hop”.

Ma chi può permettersi di definire cosa sia o non sia “Vero Hip Hop”? Ben pochi.
Fin dalla sua nascita l’Hip Hop è nato come un movimento che puntava alla pura e semplice espressione di se stessi e chiunque lo mettesse in pratica ne faceva parte. Il tutto si è complicato con l’arrivo del successo, della fama e del proverbiale “Dio Denaro”: quelli che riuscivano a fare più strada venivano accusati di aver “tradito gli ideali”, di non produrre questa musica per passione ma solo per guadagnare.

La verità è che riguardo le intenzioni di un artista possiamo dire ben poco, bisognerebbe leggere la loro mente per capirlo, ma per ora la cosa è impossibile. Ciò su cui si può effettivamente discutere è, invece, la positività o meno dell’evoluzione di un artista o del genere in sé.

Nell’Hip Hop si tende a idolatrare il suono delle origini, quello influenzato dal Funk e dal Jazz ed è proprio qui che l’argomento si confuta da solo: se il genere stesso è nato mescolando una serie di influenze musicali, perché dovremmo limitarlo a uno standard? Il potenziale di questo genere è enorme proprio perché si può fondere virtualmente con qualsiasi altro.

Ascoltare pilastri come KRS-One, Rakim e chi più ne ha più ne metta non dovrebbe precluderci la possibilità di apprezzare Kendrick Lamar, i Run The Jewels o anche i tanto disprezzati artisti Trap, genere che ha un’infinità di potenziale anche per chi rappa ma viene snobbato perché giudicato “moda del momento”. Un metodo per non farlo trasformare in moda c’è: svilupparlo permettendogli di evolversi. Se in Itala hanno rappato su beat di questo genere anche artisti considerati estremamente “Old School” come E-Green, Kiave e Mistaman un motivo ci sarà.
Come chi ascolta Rock non si limita solo a Elvis, nella Doppia H non dovremmo rimanere fermi e fissati solo con la Sugarhill Gang e Grandmaster Flash, ma esplorare tutte le sfaccettature di un diamante che non sarebbe così splendente se fosse bidimensionale.

Chiaramente ognuno è libero di apprezzare la musica che preferisce, ma questo sicuramente non è un motivo per sputare sentenze su quale suono sia “Vero” e quale no, perché come dice E-Green in Smooth Operator… Le chiavi di ‘sto gioco non le ha neanche Pietro”. È vero, nessuno può dire come funzioni l’Hip Hop, anche per il semplice fatto che il genere esiste da meno di 50 anni e di conseguenza è ancora in evoluzione. Non esistono regole o canoni che non siano quelli fondamentali della musica (tempo, metrica, eccetera): l’Hip Hop è pura espressione di sé.

Come conclusione resta veramente poco da dire e voglio finire con una frase di una persona che ne sa molto più di me: Mistaman, che dopo una ventina d’anni di carriera nel genere, nel pezzo Hiphopcrisia, scrive: “Cos’è l’Hip Hop? Non lo so nemmeno adesso/ L’Hip Hop è l’Hip Hop e tutto il resto è tutto il resto”.