Ci stiamo avvicinando alla conclusione naturale di questa legislatura italiana, con diversi “conti in sospeso” in calendario. La prima legge rilevante al centro del dibattito pubblico nazionale – oltre che essere a un passo dall’approvazione – è la normativa sul biotestamento, ormai da anni arenato e d’un tratto tornato alla ribalta. Che sia motivata elettoralmente non è di interesse in questa sede, piuttosto è importante entrare nel merito della questione: per cosa stiamo litigando? Il diritto di decidere della propria vita o il dovere di combattere una morte “troppo facilitata” ?

La legge in questione possiede un significato politico e simbolico, ma vuol dire molto di più, essendo una materia estremamente complessa e di difficile comprensione: la vita (e quindi anche la morte), il mistero affascinante per eccellenza. Senza andare troppo lontano con le fantasticherie: si tratta di una legge divisiva, partendo dalle dispute infinite su “che diritto abbiamo di uccidere” arrivando alle regole più spigolose che riguardano la posizione civile e penale del medico, parte integrante di questo processo di cambiamento legislativo.

In questa legge sono presenti aspetti già consolidati nel nostro ordinamento giuridico e oggetto di normativa vigente: il consenso del paziente per quanto riguarda il rifiuto o il proseguimento dei trattamenti sanitari; il riconoscimento che un cittadino maggiorenne malato abbia razionale comprensione e quindi possa volontariamente gestire il senso e le modalità di una cura; la corretta informazione che i medici sono ovviamente obbligati a fornire, spiegando al paziente le condizioni e le conseguenze, sia positive che negative, di una terapia, senza costringere il paziente a portare avanti una soluzione piuttosto che un’altra, ma solo quella che professionalmente appare la migliore.

Poi c’è la questione sulla non responsabilità civile e penale di un medico quando questo rispetta la volontà del paziente di non curarsi e, quindi, lasciarsi morire. Va detto che l’autodeterminazione, in situazioni in cui la precarietà della vita può rendere poco lucida anche la più sicura delle convinzioni, non andrebbe data per scontata, soprattutto quando si ha a che fare con la paura e l’emotività di un malato terrificato dalla morte. Il medico, anche se combatte nella stessa squadra del paziente – questo sia chiaro! – non ne deve condividere necessariamente le scelte più intime legate inevitabilmente proprio a quella inspiegabile e traballante emotività.

Pur combattendo insieme il male, il medico aiuta il paziente fino a quando questo aiuto ha una conseguenza sull’esistenza di questo e, come già succede nella normale prassi, evitando il vano prolungamento delle sofferenze. Naturale che nel momento in cui il medico esce di scena come combattente al fianco del malato, entra in gioco la burocrazia – bada bene, non l’abbandono – di un diritto esplicitato e il dovere di un professionista della vita (e, ripeto, quindi anche della morte).

Si discute infatti di questa “cessione di responsabilità” del paziente e del peso degli oneri morali obbligatori a chi rappresenta la professionalità medica. Quale onesto medico non subisce turbe emotive dovute all’analisi morale del proprio mestiere, a volte decisivo e al momento giusto, a volte affiancato dal puro caso in situazioni tra la vita e la morte?

Proprio il DAT (Disposizione Anticipata di Trattamenti, oggetto principale della legge) è accusato di riferirsi illegittimamente a un momento futuro e vincolante, data la libertà un concetto normalmente legato al presente, ossia, in questo caso, a ciò che il malato sta vivendo. Ebbene, quella decisione vincolante che si vuole far credere “condanni” parenti e medici a eseguire una “morte programmata”, è estremamente presente per urgenza: il malato è cosciente di non poter avere in futuro la possibilità di scegliere ed esprimersi in maniera umanamente comprensibile. E allora che fine fanno le misure per evitare il prolungamento delle sofferenze? Non succede già che i medici sospendano il sostegno alla respirazione per far sì che la natura faccia il suo corso su un corpo stanco? Il dibattito stesso è estremamente presente così come tutte quelle situazioni – al livello del messaggio generale della legge già citato – che avvengono nel quotidiano.

Così come un malato cosciente decide modalità e condizioni per affrontare una malattia, la possibilità di demandare ad altri la gestione di questa, in una situazione di impossibilità, è di grande importanza. Scaricare la responsabilità, coscienti di essere incapaci di intendere e volere in un momento chiave della propria esistenza – momento in cui si potrebbe diventare il peso per quella di un’altra persona, un proprio caro, o lo Stato stesso – risulta condivisibile se non ci si presta a visioni antropologiche che dipingono un’umanità maledetta e destinata a un cieco proceduralismo senza pietà.

Il DAT, dichiarazione fatta davanti al notaio o pubblico ufficiale, qualora dovesse avere valore vincolante, avrebbe ovvie – sarebbero prescritte per legge – implicazioni coercitive molto rilevanti su altre persone, che si tratti di familiari o di medici. Coloro siano i destinatari di questa responsabilità dovrebbero decidere sulla vita e la morte sulla base di una volontà scritta. Appare anche questa una procedura così fredda e insensibile nei confronti del tema dei temi, la vita, appunto. Quante sono le azioni di interesse emotivo ed esistenziale che vengono compiute con l’ausilio della “dea procedura” che sottopongono gli interessati ad obblighi di natura morale? Una su tutte, il matrimonio – o il suo opposto, il divorzio.

Sfatiamo il mito che i puristi della vita perseguono: l’individualismo estremizzato, di cui si teme la diffusione con l’approvazione della legge sul biotestamento, non si imporrà sugli altri come dittatura della procedura sulla morale (quale morale?). Un testamento biologico può e deve saper obbligare in quanto ultima volontà, se non in vita, in consapevolezza di questa e delle conseguenze sugli altri, senza omicidi di mezzo, senza colpe e soprattutto senza pretese di onnipotenza soggettiva. E per quanto misteriosa sia la vita, non è necessario lasciarla ancora più al buio di quanto sia, in questa volontà pseudo-oscurantista del diritto a decidere sulla propria vita. La morte fa paura, sempre e da sempre; non è una scusa per rendere idioti alcuni e assassini altri.