Il titolo dell’ultimo romanzo del milanese Paolo Cognetti è già esplicativo dei temi e delle atmosfere che andrà a trattare. Eppure, come succede con le montagne stesse, con la natura, dietro la semplicità apparente si cela qualcosa di profondo e complesso.

Capita, com’è naturale da un punto di vista narrativo, che la montagna diventi una metafora ad uso dell’autore: che si carichi di simbolismi universali più o meno riusciti, metafore sul significato della vita, del mondo, del destino. Ma quello che ho più apprezzato del romanzo di Cognetti sono stati quei momenti in cui  i luoghi narrati si spogliavano di queste pretese e diventavano, sì, qualcosa in più di un’ambientazione, ma pur sempre qualcosa di meno di una supponente allegoria. Trovavano, insomma, un buon equilibrio.

Mio padre aveva il suo modo di andare in montagna. Poco incline alla meditazione, tutto caparbietà e spavalderia. Saliva senza dosare le forze, sempre in gara con qualcuno o qualcosa, e dove il sentiero gli pareva lungo tagliava per la linea di massima pendenza. Con lui era vietato fermarsi, vietato lamentarsi per la fame o la fatica o il freddo, ma si poteva cantare una bella canzone, specie sotto il temporale o nella nebbia fitta. E lanciare ululati buttandosi giù per i nevai

Le montagne di Cognetti sono le  Dolomiti venete in cui i genitori del narratore sono nati, e le valli all’ombra del Monte Rosa in cui la sua famiglia, emigrata a Milano, troverà una nuova dimensione di fuga e di (ri)scoperta. E proprio nel villaggio nordoccidentale di Grana, il protagonista Pietro stabilirà due dei rapporti più importanti della sua vita: imparerà a conoscere un lato diverso di suo padre, quasi fosse un’altra persona rispetto all’uomo infelice costretto alla vita di città. E conoscerà Bruno, un ragazzino della sua stessa età, ma cresciuto in una realtà così distante da sembrare un mondo parallelo; un ragazzino per certi versi opposto a Pietro, per certi versi uguale e complementare.

Come dicevo, è nella descrizione e nello sviluppo dei rapporti umani che l’ambientazione dà il meglio di sé: di questi rapporti diventa culla e palconscenico, e riflesso dei personaggi.

 “Ognuno di noi ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene.

E nei passaggi migliori del libro, la natura, sia umana sia “geografica”, viene descritta con sincerità, in modo limpido e privo di strutture eccessive. Le valli e le rocce riflettono l’animo dei loro protagonisti, il loro desiderio di fuga oppure di stabilità; i loro conflitti, i tentativi di riconciliazione con se stessi e con le persone amate.

Le otto motagne a cui fa riferimento il titolo del romanzo sono il fulcro di una leggenda nepalese: il mondo è una ruota ad otto raggi, sui quali si ergono otto montagne, alternate ad altrettanti mari. Al centro si trova un’altra montagna, altissima, il monte Sumeru. La domanda è: chi ha appreso di più? Colui che ha esplorato le otto montagne, o colui che ha scalato il monte Sumeru?

Su questo quesito, che ci viene posto nella parte finale del libro, sembra svilupparsi il rapporto tra  Pietro e Bruno: il primo inquieto, come il padre, che storna la mancanza di trovare un posto fisso con i viaggi, la ricerca. Il secondo, pur avendo trovato la stabilità, la propria dimensione spirituale, non sfugge alla sofferenza nata dalla scalata del gigantesco monte.

Il quesito resta infine irrisolto: nessuno dei due sembra aver trovato una soluzione che sia più valida, o meno dolorosa dell’altra. E questo, a parer mio, va bene. L’assenza di una risposta chiara, di una morale ben definita, va a vantaggio di ciò che vale davvero la lettura del romanzo: la sincera semplicità della narrazione e della scoperta dell’animo dei personaggi, senza fronzoli e retorica.

Nicola De Zorzi