Se avete tra i venti ed i trent’anni e, durante le scuole superiori, avete provato ad attaccare bottone con una ragazza amante della musica indie, probabilmente vi sarete trovati davanti ad una fan di Le Luci della Centrale Elettrica. Tra il 2008 ed il 2012 la “creatura” di Vasco Brondi era paragonabile al fenomeno rappresentato oggi da Calcutta o Motta. Il progetto nasce dalla mente del cantautore ferrarese Vasco Brondi che decide di non usare il suo nome, ma di darsi questo appelattivo. Se eravate anche voi convinti che fosse una band, benvenuti nel club.

“Non mi interessava dare il mio nome di battesimo, ma trovarne uno che in qualche modo caratterizzasse già i pezzi dando loro uno sfondo” (Vasco Brondi)

Dopo aver pubblicato un EP autoprodotto chiamato come il nome del progetto, è nel 2008 che sale alla ribalta grazie a “Canzoni da spiaggia deturpata”. L’album, prodotto insieme al guru dell’indie rock Giorgio Canali, esce sotto la ormai famosissima La Tempesta (etichetta indipendente fondata dal bassista dei Tre Allegri Ragazzi Morti) e riscuote un grandissimo successo di critica. Addirittura Rolling Stone lo inserisce tra i 100 migliori dischi italiani di sempre e tra i 25 migliori dischi del decennio, ma sappiamo tutti quanto le loro classifiche siano attendibili (Steve Vai grida ancora vendetta).

Personalmente sia questo primo album che il secondo, ovvero “Per ora noi la chiameremo felicità” non mi fanno impazzire. I due sono molto simili tra loro e risultano leggermente piatti e monotoni anche se i testi sono la loro vera forza. Brondi delinea immagini reali, crude, pare quasi di vedere tutto quello che descrive. Il paragone con Rino Gaetano è scontato, e molti hanno confrontato le loro figure, ma il cantautore ferrarese ha sempre detto che, tolto il timbro vocale, non hanno nulla di simile e che si sente più vicino a De Gregori e a De Andrè. Intorno al progetto cominciano ben presto a gravitare personalità di spicco del panorama italiano come il già citato Giorgio Canali, alcuni esponenti dei Massimo Volume, degli Afterhours, insomma, Le Luci della Centrale Elettrica diventa una grande fornace in cui i talenti si mischiano e creano, mantenendo Brondi al centro.

Se i suoi primi lavori non mi avevano convinto, con il terzo album “Costellazioni” sono andato a fare mea culpa in un angolino. Quindici brani, uno più bello dell’altro. I testi rimangono quelli di sempre, con la solita potenza emotiva e comunicativa, ma il tappeto musicale costruito sotto di loro è più vario, e rendono l’intero lavoro più godibile. In esso è poi contenuta la preghiera che recito ogni volta al modem di casa mia pregandolo di collegarsi.

Ingegnere aerospaziale che sei nei cieli
dacci oggi le nostre linee internet
vite brevi e password indimenticabili (Le Luci della Centrale Elettrica – Padre nostro dei satelliti

Arriviamo così al mese scorso, precisamente al 3 marzo, quando esce l’ultimo album (in ordine cronologico si intende) “Terra”. Come al solito il tema portante sono le storie di tutti i giorni (citazione non voluta a Riccardo Fogli) sullo sfondo di quella che è la società attuale. Che dire, ascoltarlo è come essere seduti su una panchina a guardare le persone che ti passano davanti. Tutti diversi nelle loro storie e nelle loro esperienze, ma tutti talmente simili nell’essere inermi davanti alla vita.

Alla fine ho cambiato idea. Il tempo ha dato ragione a queste luci, e se anche voi, come me, vi chiedevate come fosse possibile che avesse tanto successo ed ora vi siete ricreduti, forse è il caso di richiamare quella ragazza delle superiori facendole sapere che ora apprezzate il buon Brondi. Io, nel dubbio, comincio a comporre il numero.