Può una canzone rimanere attuale alle nostre orecchie nonostante sia passata in radio molti anni fa? Ci sono canzoni cosiddette immortali perché hanno un fascino particolare, o perché sono letteralmente sacre nel reliquiario della musica. Ma capita qualche volta di trovare canzoni che comunque “sound good ” e che, in altre parole, stanno comode anche in questi elettronici anni ‘10. Un momento di – tragica – riflessione ci porta alla fatale conclusione, almeno per noialtri adolescenti nel pieno dei Duemila: “stiamo parlando di oltre vent’anni fa”. Qui il dramma.

E’ un ritratto semplicemente comico piuttosto che meramente autoreferenziale, quello che descrivo, perché non è di una “depressione generazionale” ciò di cui si vuole parlare, ma di una “felicità nostalgica” del tutto consapevole.

Credo non ne possa più nessuno della verdissima e sempre presente Bittersweet Symphony dei Verve. Immagino, arrivati a fine serata ed intorno a un tavolo già riccamente decorato da decine di bicchierini usati (non per il caffè), l’ascolto di questa canzone tra sorrisi e bei ricordi. Sullo scemare del pezzo qualcuno si prende di coraggio e nello smarrimento generale annuncia: “ma questa c’ha vent’anni”. I violini del brano, ormai entrati nella storia, suonano ormai come fastidiose zanzare nella notte grazie all’insistenza dei pubblicitari, ancora in vena di scegliere sempre lo stesso identico brano, dagli alimenti alle banche.

A questo punto mi viene in mente l’indimenticabile ritornello di What’s Up delle 4 Non Blondes che probabilmente 1,5 persone su 2 ha canticchiato una volta nella vita (e quella “mezza” persona è di quelle che cantano per colpa delle pubblicità!). “Come va?” “Benone!” direbbe oggi Linda Perry, la cantante che incise il leggendario brano del 1992. La canzone spopolò in maniera incontenibile negli States come in Europa, e per molti anni rimase il brano d’obbligo di ogni karaoke che si rispetti. Ma come spesso capita, il successo immediato risulta essere sinonimo di meteora musicale: l’incendio divampato con “Bigger, Better, Faster, More!”, album di debutto e di chiusura di una carriera che sembra annunciata già a partire da un simile titolo, si spegne appena due anni dopo. La canzone, però, è ancora attualissima.

Una “Domenica di sangue” che potremmo ritrovarci a descrivere con gli occhi increduli, oggi come venticinque anni fa, è quella irlandese che hanno descritto gli U2 in Sunday Bloody Sunday. Un panorama lirico che descrive tutta la passione e l’emozione di una storia quasi personale, ma vissuta come cittadino e non come interessato dai fatti violenti di Derry. Nel 1982, a distanza di dieci anni, Bono scrive questa perla immortale (come d’altronde è la sempreverde band irlandese) che potremmo benissimo incontrare in una radioTv, in uno di quei programmi che trasmettono sostanzialmente hit del momento e lasciati a oltranza in pizzeria per accompagnare la masticazione dei clienti.

Assolutamente in linea con lo spirito funky rinnovato, un brano farebbe muovere a ritmo le gambette di qualunque ignaro ascoltatore: Play That Funky Music, Wild Cherry classe 1976, senza farsi snobbare come una delle “oldies” (altrimenti accantonata senza neanche arrivare alla seconda nota dell’irresistibile riff d’introduzione) casca a pennello sulla musica ritmata e chiacchierata dei tempi più recenti. Chi, ascoltando quello spocchioso “Hey, do it, now” che inaugura il pezzo assolutamente “da chiassose folle danzanti”, non ha pensato subito al frizzantissimo Bruno Mars?

Poi invece accade che arriva il genio a portarti un po’ di calore, un po’ di comfort, ma di quello per le tue orecchie e non quelle dei futuri – si spera – esploratori musicali: gli Electric Light Orchestra escono fuori nel 2015 con When I Was A Boy (praticamente una fotocopia della dolcissima Warm And Beautiful degli Wings) e ti fanno ricascare nel passato: esattamente da dove stavi cercando di fuggire per sentirti come gli Altri, per sentirti uno di loro e meno di Noialtri.