L’idea di un mondo libero dal lavoro è stata espressa ad intermittenza (e denigrata e repressa) da quando esiste il capitalismo. Al tempo stesso, l’idea presente dalla Rivoluzione Industriale era che ad un maggiore progresso corrispondesse un minor numero di ore lavorative necessarie per vivere. Oggi, nel mondo post crisi economica, ha cominciato a farsi strada la teoria del post-work.

L’impatto della crisi economica del 2008 sui paesi avanzati

Tale teoria sostiene che, dal momento che il modello attuale non sarà più sostenibile a lungo, il mondo sarà obbligato a ripensare i termini su cui si basa l’intera società. D’altro canto, l’ideologia del lavoro non è né naturale né tanto meno particolarmente vecchia; questa è una delle argomentazioni principali dei sostenitori della post-work theory.

Esiste uno studio scientifico che sostiene che il 50% della forza lavoro presente oggi sarà, tra vent’anni, sostituita dall’automazione; c’è anche chi pensa che noi adesso ci troviamo già in un mondo post-work.

Quale sarà davvero l’impatto dell’automazione sul mondo del lavoro?

Anche l‘etica lavorativa tipica del mondo moderno (etica di tipo protestante, la letteratura americana ne è l’esempio più tipico) può essere considerata un “incidente di percorso” accaduto durante lo sviluppo dei processi economici capitalisti. Prima d’allora, il lavoro veniva percepito come un mezzo per raggiungere un fine, non come il fine stesso.

Dallo stabilimento dell’etica lavorativa, il processo tenderebbe idealmente verso una riduzione dell’orario di lavoro in generale. Ci sono episodi storici in cui questo processo viene accelerato da shock economici; nel Regno Unito nel 1974 ci fu una situazione del genere, con una crisi internazionale del petrolio e scioperi dei minatori. Per queste ragioni, si impose una settimana di tre giorni lavorativi a livello nazionale. Questa misura durò due mesi, durante i quali il tempo libero delle persone era notevolmente aumentato; i negozi di pesca aumentarono di parecchio le vendite e i campi da golf furono più occupati.

Negli anni ’80 l’etica del lavoro conobbe un’ulteriore diffusione, dopo che nel decennio precedente lo sviluppo tecnologico, i frequenti scioperi (e conseguenti cambiamenti delle leggi lavorative) e i salari sufficientemente alti da concedersi del tempo libero avevano portato ad una riduzione del lavoro nel mondo occidentale.

Propaganda di stampo protestante.

Negli anni ’90 e ’00 la contro-rivoluzione in favore del lavoro fu portata avanti dal centro-sinistra (dopo essere stata precedentemente tematica dei conservatori). Nel Regno Unito di Tony Blair, la disoccupazione arrivò ai minimi storici e le donne con un impiego raggiunsero un picco. All’inizio del ventunesimo secolo la cultura del lavoro pareva inevitabile.

La teoria del post-lavoro è potenzialmente attraente sia per la destra che per la sinistra, ed è ormai mainstream; nel 2000, in Francia, la coalizione di governo di sinistra di Lionel Jospin introduce la settimana lavorativa da 35 ore.

Tra i difensori della cultura lavorativa si ipotizza che le persone non saprebbero concretamente cosa farsene di tutto il tempo libero, se davvero il lavoro venisse eliminato. I sostenitori della post-work theory, al contrario, sostengono che questo sia un segno di quanto radicata è la cultura del lavoro nella nostra società, e che ci si possa “riabituare” allo svago. L’assenza del lavoro potrebbe anche procurare una cultura più ricca per i paesi occidentali.

Il mondo post-lavoro è particolarmente difficile per noi da immaginare perché le città oggi sono del tutto organizzate attorno al lavoro. Si tratta di una realtà lontana ma, per alcuni, anche di un futuro inevitabile.

E’ innegabile che fin’ora la nostra società, se si tratta di fornire occupazioni con una paga dignitosa per ogni cittadino, sta fallendo; molti posti di lavoro oggi sono part-time, flexi-time, o in nero o saltuari senza alcuna garanzia. David Graeber, professore di Antropologia alla London School of Economics, ha creato la definizione di bullshit job: i lavori produttivi sono stati mano a mano autonomizzati, ma anziché lasciare che le persone lavorassero meno, sono stati creati nuovi settori.

Tutte quelle persone, oggi, il cui lavoro è di fornire supporto tecnico, amministrativo, o di sicurezza per queste industrie, inserite in settori che esistono solo perché chiunque altro impiega la maggior parte del suo tempo facendo lavori indispensabili. Graeber sostiene addirittura che la creazione di nuovi, inutili posti di lavoro faccia parte di un piano di controllo sociale; una popolazione alla quale viene insegnato che il lavoro è la base morale di una comunità è una popolazione più controllabile.

Esempio di bullshit job.

A parte le teorie sui complotti governativi, una cosa è sicuramente vera; in un mondo come il nostro, dove lo sviluppo tecnologico e l’evoluzione sociale sono costanti, sicuramente il mondo lavorativo non resterà lo stesso a lungo.