Chiedete alla polvere della strada! Chiedete alle yucche che si ergono solitarie ai margini del Mojave. Chiedete loro di Camilla Lopez, e sentirete sussurrarne il nome.

E chiedetelo pure alla polvere del deserto, che si è portata via quel nome per sempre. All’infuori della pagina scritta, naturalmente.

E chiedetelo alla polvere che si solleva dalle macerie della West Coast, di Los Angeles, e che sommerge a propria volta la polvere portata a Los Angeles da tutti quelli che andarono lì inseguendo il Grande Sogno Americano.

 “Chiedete alla polvere della strada, chiedete alle ragnatele della mia stanza al St. Paul, andate dai topi che fanno capolino dall’angolo in fondo alla stanza, ah, che topi simpatici!

E chiedetelo alla polvere che ricopre un manoscritto, che a sua volta nasconde uno dei testi più belli del ‘900, pubblicato, dimenticato, riscoperto – come spesso succede alle cose che meritano di essere riscoperte – un bel po’ più tardi.

Perché la storia di Chiedi alla polvere (Einaudi Super ET, 2016), gioiellino di John Fante, è bella movimentata: pubblicato nel 1939 – Dio, non ci volevo credere che nel 1939 qualcuno scrivesse così, ma sullo stile torniamo dopo – incontrò subito qualche problemino: la Stackpole Sons, casa editrice neworchese a cui Fante aveva affidato la pubblicazione del libro, decise di stampare senza autorizzazione il Mein Kampf (lo ripeto, era il 1939). Non credo serva soffermarsi sui danni che un autore può soffrire nel trovare il proprio nome in catalogo accanto a quello di Adolf Hitler. Così il romanzo rimase nella polvere per un bel po’ di anni – quasi una cinquantina – finché un certo Charles Bukowski lo scoprì, se ne innamorò, e decise di rospolverarlo. Fante morì pochi anni dopo, ma insomma, meglio tardi che mai.

Chiedi alla polvere è la storia di Arturo Bandini, aspirante scrittore, aspirante buon cristiano, aspirante amante nella California degli anni ’30. Nell’introduzione al romanzo, Alessandro Baricco scrive pressapoco che sono tre storie parallele, che coinvolgono tre personaggi diversi, magistralmente fusi in uno solo, e ognuna di queste storie termina in modo diverso: quella di Bandini alle prese con la sua fame di gloria letteraria, Bandini alla prese con l’autofustigazione della sua indole cattolica di matrice tutta italo-americana, Bandini alla prese con Camilla Lopez, la barista messicana che non corrisponde il suo amore.

Ad una prima occhiata la trama non brilla per originalità; ed è altrettanto poco originale dire che ciò che conta non è magari la storia in sé, quanto come viene raccontata.

Lo stile di Fante è vivo come poche altre cose che abbia letto. È incredibile come nel testo le parole assumano forma, consistenza, movimento, sapore; come sentimenti e sensazioni siano resi in modo tangibile, e a volte doloroso. In certi casi si tratta della messa su carta dell’ossessione dello scrittore per la propria opera, o dei dolori d’amore. In altri casi, qualcosa di estremamente materiale come la frutta che scende nello stomaco, è altrettanto efficace. Ho sentito l’odore delle arance, ne ho sentito il succo in bocca, e ne ho avuto nausea.

 “Le mangiavo a letto, le mangiavo a pranzo, mi costringevo a trangugiarle per cena. Arance a cinque centesimi la dozzina. Luce solare nel cielo, succo solare nello stomaco. […] Un’innovazione interessante, pesche e arance assieme. I miei denti le laceravano e i succhi colavano nello stomaco, gorgogliando e corrodendone le pareti. Che tristezza, laggiù nel mio stomaco. Vi si faceva un gran gemere e piccole nubi cupe di gas salivano a pizzicarmi il cuore.

Un aspetto sconvolgente della scrittura di Fante è l’alternarsi del narratore, a volte in prima, a volte in seconda, a volte in terza persona. È sconvolgente come questo processo – una di quelle cose che la maestra ti insegna ad evitare come la peste già dalla prima volta che prendi in mano la penna per scrivere un tema – gli riesca naturale, e diventi necessario alla lettura e assuefacente. Necessario perché, a mio modo di vedere, queste tre voci negli infiniti soliloqui di Bandini, rappresentano quei tre lati della sua personalità, quei tre personaggi diversi: lo scrittore, il cattolico, l’amante. E, per tornare sul discorso originalità, vale la pena spendere qualche parola su come i tre personaggi siano affrontati. Lo scrittore, diverso dal Martin Eden di London, in quanto l’ossessione per la scrittura è doppiamente dolorosa quando messa di fronte a periodi di pigrizia ed inattività, agli attimi in cui lo scrittore ha la certezza di non possedere talento e smette di provarci. Il cattolico è forse il meno approfondito (non vogliamo avvicinarci troppo a Faulkner) e la sua voce, alla continua ricerca del perdono, della redenzione e dell’auto-punizione, soccombe comodamente di fronte ai successi della carta e della carne. L’amante è l’ombra di quello che Bandini vorrebbe essere, il suo rapporto con la bella messicana è un continuo nascondersi la propria vergogna (desiderio senza passione, lo chiama Bandini) ed è la sua vita, alla fine, a determinare quella dello scrittore e del cattolico.

Riprendendo il nome-Faulkner, va evidenziato qualcos’altro che Fante aggiunge alle vicende di Bandini e che lo distanzia dal grande verismo americano: un’ironia brillante, visibile dalle primissime righe:

 “Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d’albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell’albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene a letto.

Un’ironia che contrasta in modo geniale, attentamente calcolato con passaggi di un’umanità straziante, come i capitoli dedicati a Vera Rivken, l’ebrea, l’elemento che sconvolge la (presunta) spiritualità di Bandini come – se non più di – Camilla.

 “ – So che provi ripugnanza per me – mi disse – Sai delle mie cicatrici e dell’orrore che porto addosso, nascosto sotto i vestiti. Ma devi cercare di non pensare alla bruttezza del mio corpo, perché il mio cuore è buono. Davvero, sono buona e non merito il tuo disgusto.

 Rimasi senza parole.

 – Perdona il mio corpo! – esclamò. Poi mi abbracciò, con le guance inondate di lacrime. Pensa alla mia anima,  – disse – è così bella la mia anima, e può darti tanto!

 Tanta vita all’interno della pagina – vita della parola, dei personaggi, della sincerità narrativa – nasce dall’abilità di Fante di aver riversato sulla carta la sua esistenza – pseudonimi permettendo –, di avercela al contempo versata sopra come se fosse una tela di Pollock, e calibrata con precisione chirurgica, nata dalla pratica, dalla sensibilità, dalla consapevolezza che, per lo scrittore, avere una vita da scrivere può significare non avere una vita da vivere.

 Nicola De Zorzi