«Venti o trent’anni fa la mia storia era richiestissima. Ma di questi tempi nessuno sembra interessato…»

 «Ci risiamo!» esclamò Labbro Leporino con veemenza. «Da’ un taglio alle scemenze e vedi di dire qualcosa di sensato. Che roba è interessato? Parli come un bambino che non sa nemmeno lui quello che dice.»

 «Lascialo in pace,» lo esortò Edwin «sennò si arrabbia e non parla più. Tu salta i punti strampalati. A qualcosa di quello che racconta ci attaccheremo».

 «Vai, Nonno» lo incoraggiò Hoo-Hoo; perché il vecchio aveva già preso a vaneggiare sulla mancanza di rispetto pei i più anziani e sul ritorno alla crudeltà di tutti quegli umani ricaduti dalla civiltà superiore alle condizioni primitive.

 Il racconto iniziò.

 «A quel tempo il mondo era molto popolato. La sola San Francisco aveva quattro milioni…».

 «Che cos’è milioni?» lo interruppe Edwin.

(Jack London, La peste scarlatta)

Nel 1912, Jack London immaginava la Terra ad un secolo di distanza: compiendo un balzo d’immaginazione di cent’anni in avanti, vedeva il mondo per come sarebbe stato nel 2013: lo vedeva finito. In quel 2012 tanto osteggiato da profezie Maya e fanatismi di vario tipo, London immagina che la fine della civiltà sia annunciata dall’avvento di una plutocrazia totalitaria e degenerante; e poi, la Peste.

La peste scarlatta non si può considerare il primo esempio di letteratura post-apocalittica; quasi novant’anni prima Mary Shelley aveva scritto L’ultimo uomo, e sessant’anni dopo sarebbe arrivato Dove un tempo era Londra, di Richard Jefferies. Tuttavia, sarà il romanzo di London a ridefinire i confini narrativi di genere, staccandosi dal clima decadente dei suoi predecessori e stabilendo alcuni fra i canoni che accomuneranno catastrofi, paesaggi desolati e umanità semi-estinte e decadute da lì in poi: da Io sono leggenda di Matheson alla serie cinematografica Mad Max, da L’ombra dello scorpione di King a La strada di McCarthy.

L’umanità decimata da un misterioso germe (in un’epoca antecedente alla nascita di una concreta minaccia nucleare, un’epidemia al posto di una guerra, della strage radioattiva), la peste scarlatta, appunto: si manifesta come un improvviso rossore in viso, seguito da brevi convulsioni e da una strana insensibilità, che dai piedi sale ai fianchi per poi raggiungere il cuore, e causare infine, infine, la morte. Non c’è cura o prevenzione: solo una naturale immunità, rara, casuale, crudele. L’ordine del mondo è annientato e rovesciato.

 “Sangue, barricate, filo spinato, le pire funerarie dei politici

(King Crimson, 21st Century Schizoid Man)

Il libro si apre con un vecchio che, assieme al nipote, cammina lungo un sentiero, diretto ad un accampamento; un inizio simile, eppure diverso, rispetto a La Strada: qui è il vecchio ad aver bisogno dell’aiuto dei più giovani. Il suo unico contributo consiste nel ricordare, perlopiù invano, la civiltà che consceva, e cercare di comunicarla attraverso una lingua che è andata decadendo e imbruttendosi nel tempo, regredita ad uno stadio pre-evoluto.

 “«Non fa che ripeterlo» disse a Edwin. «Che cos’è scarlatto

 […]«È il rosso» gli rispose Edwin. «Tu non puoi saperlo perché vieni dalla tribù degli Autisti. Nessuno di loro ha mai saputo niente. Io lo so… scarlatto è rosso».

 «Il rosso è rosso, no?» brontolò Labbro Leporino. «E allora perché darsi tante arie e chiamarlo scarlatto?»

(Jack London, La peste scarlatta)

Incapace di districarsi tra i ricordi che affollano la sua mente, incapace di comunicare con i suoi simili, che non hanno assistito al crollo della civiltà e non possono capirlo.

 “Parlo al vento, tutte le mie parole vengono portate via. Parlo al vento, e il vento non mi sente; non può sentirmi.

(King Crimson, I Talk to The Wind)

La lingua, ora, è un insieme di versi ed immagini, e un modo di parlare ricercato e civile lascia soltanto spazio ad una frustrata incomprensione; il Nonno è, come ho già detto, un ex professore universitario: ultimo esemplare di una categoria disprezzata dallo stesso London, l’uomo è forse quanto di più inutile in un mondo in cui mancano medici, scienziati, depositari delle conoscenze necessarie a riavviare il mondo. La narrazione e la memoria storica, potenzialmente indispensabili per conoscere e capire il passato sono praticamente inutilizzabili.

 “La conoscenza è un’amica letale, se nessuno stabilisce delle regole. Vedo che il destino dell’umanità è nelle mani degli sciocchi.”

(King Crimson, Epitaph)

Quasi a voler ribadire il fallimento della narrazione, e quindi di una memoria culturale nel nuovo mondo, London dedica uno spazio piuttosto limitato agli eventi del presente-futuro, raccontati in modo prevalentemente dialogico; la storia si svolge prevalentemente nella memoria del vecchio, attraverso le sue reminescenze del mondo prima e durante l’avvento della Peste: ha visto la civiltà sgretolarsi, ha visto amici e parenti morire, è rimasto isolato per anni, e il suo primo contatto con un altro essere umano è servito solo a gettarlo di peso nel nuovo, folle ordine del mondo.

 “«Lì, in riva al lago, davanti ai miei occhi, a meno di cento metri, scorsi un uomo, un omaccione. Pescava, in piedi sulla punta di uno scoglio. Ero sopraffatto. Fermai il cavallo. Cercai di chiamare ma non mi riuscì. Agitai la mano. Mi parve che l’uomo mi guardasse, ma non accennò a rispondere. Allora, sempre in sella, poggiai la testa sulle braccia. Avevo paura di guardare di nuovo. Sapevo che era un’allucinazione, e sapevo che, se avessi guardato, l’uomo sarebbe sparito. […] Rimasi così sino a quando non sentii ringhiare i miei cani e la voce di un uomo. E che diceva secondo voi quella voce? State a sentire. Diceva: “E tu, da dove diavolo spunti?”.»

(Jack London, La peste scarlatta)

Ora, andiamo più o meno a metà strada fra il 1913 e il 2013; allontaniamoci dalle rovine di San Francisco e spostiamoci a Londra: è il 1969 e la scena del rock sta per subire un cambiamento epocale. Nella scena progressive già percorsa da band come Moody Blues, Procol Harum e Genesis fa la sua entrata in scena il Re Scarlatto.

I King Crimson, nella formazione originaria composta da Fripp, McDonald, Giles, Lake e Sinfield, invade la scena britannica con l’epocale In The Court of The Crimson King. In copertina il profetico Schizoide ideato da Barry Godber, i cui occhi non ricambiano lo sguardo dell’osservatore, ma sono rivolti all’indietro, mentre l’urlo dell’uomo è soffocato, e i suoi lineamenti sembrano schiacciati, premuti da una forza superiore contro una lastra di vetro.

Il disco, composto da cinque tracce, si pone ai cardini di una nuova istituzione musicale: facendosi carico dell’eredità progressive già fiorita in Europa, la prende, la sgretola e la ridefinisce: i colori della copertina, vivi e marcati, in cui colori cladi e freddi convivono dando un’impressione di dinamismo angoscioso, sono un’introduzione alle atmosfere del disco: a volte caotiche e aggressive, a volte dolci e oniriche, sono le sonorità di un mondo distorto e irriconoscibile, trasponendo in musica i cambiamenti sociali in corso negli anni ’60 e profetizzando idealmente quelli che sarebbero arrivati, dilaniando la crisi ideologica occidentale.

Il brano d’apertura, 21st Century Schizoid Man, fonde alla perfezione i Black Sabbath e il fusion jazz, al noise fonde un anticipo della scena new wave. In un’opera immortale, la prima traccia sfugge a qualsiasi concezione cronologica, distorcendo il tempo e lo spazio.

Al caos allucinato della suite segue il secondo brano, I Talk to The Wind, la cui quiete pare quasi irreale, nei suoni cullanti della voce di Lake accompagnata magistralmente dal flauto di Mc Donald. Se Schizoid Man ci metteva davanti all’esplosione della crisi epidemica, I Talk to The Wind dà l’impressione che l’apogeo sia appena passato: sono i suoni del deserto, della penombra, di un vento che spazza via le parole.

Nella successiva Epitaph, la tristezza sublime della voce di Lake ci apre ad un deserto interiore, che pure riesce ad estendere l’epitaffio del titolo ad un significato sociale universale.

Moonchild è una lunga jam di strumenti quasi contrastanti, in mezzo ai quali il canto di Lake affiora quasi timidamente. La visione estatica della figlia della luna, che raccoglie i fiori del suo giardino e naviga in cielo con la sua gonna color del latte, sembra quasi troppo bella per essere vera. L’illusione viene subito scacciata dalla traccia finale: siamo finalmente arrivati alla corte del Re Cremisi: visioni allucinate ed eteree, oscure ed eteree si alternano nella grande sala, accompagnate da una melodia imponente. Un elogio alla follia in mezzo al quale, nei voli di flauto e mellotron, sembra quasi di potersi dimenticare la fine del mondo fuori dalla Corte.

 “Il sole rosso sventagliava una raffica di raggi rossi da un orizzonte carico di cumuli. E vicino, nella bianca distesa di acque frangiate dalla battima, i leoni marini, mugghiando il loro canto primordiale, si tiravano a secco sulla nera scogliera per battagliare e amoreggiare.

 «Andiamo, Nonno» lo incitò Edwin.

 E vecchio e giovane, due barbari avvolti nelle pelli, si girarono e costeggiarono la strada ferrata e si addentrarono nella foresta sulle orme delle capre.

(Jack London, La peste scarlatta)

Nicola De Zorzi