Ho questo ricordo, diciamo che è un po’ una madeleine della mia infanzia. Ora, questa madeleine è un miscuglio di vari odori: pelle bruciata e disinfettante, garze e pomata, la muffa leggera sulle pagine di un libro molto più vecchio di me. Sulla copertina, rossa e illustrata all’antica (il tutto appena rovinato dal cartellino del prezzo, 3500 lire racchiuse da un ovale frastagliato in rilevo, dorato e splendente e un bel po’ fuori luogo), c’era questo titolo: I misteri della Jungla Nera. La sera e poi la notte, con l’odore della garza e delle pagine ingiallite nel naso, esplorai le Sunderbunds indiane.

(La bruciatura di cui sopra me la procurai gettando cose nella stube di casa, e la mia mano incappò nel bordo ferrato e bello caldo dello sportello. Ma questi dettagli non sono importanti ai fini della narrazione.)

Il Gange, questo famoso fiume celebrato dagli indiani antichi e moderni, le cui acque son reputate sacre da quei popoli, dopo d’aver solcato le nevose montagne dell’Himalaya e le ricche provincie del Sirinagar, di Delhi, di Odhe, di Bahare, di Bengala, a duecentoventi miglia dal mare dividesi in due bracci, formando un delta gigantesco, intricato, meraviglioso  e forse unico. La imponente massa delle acque si divide e suddivide in una moltitudine di fiumicelli, di canali e di canaletti che frastagliano in tutte le guise possibili l’immensa estensione di terre strette fra l’Hugly, il vero Gange, ed il golfo del Bengala. Di qui una infinità d’isole, d’isolotti, di banchi, i quali, verso il mare, ricevono il nome di Sunderbunds.

(Emilio Salgari, I misteri della Jungla Nera)

L’ha dichiarato Gabriel García Márquez in un’intervista (anche se ho sentito attribuire il concetto a Hemingway, ma insomma, non dev’essere poi questa grande esclusiva), che lo scrittore dovrebbe scrivere di ciò che conosce. Va da sé, bisogna avere una certa credibilità. Sarà per questo che molti scrittori scrivono di scrittori, che Hemingway ha trattato a lungo dell’Africa e Connelly si è dato ai polizieschi in seguito ad una carriera nella cronaca nera.

A quanto pare si tratta di una piccola regola stabilita dai grandi; ma forse il compito di uno scrittore è proprio quello di infrangere le regole e ridefinire i confini.  E allora non stupisce più di tanto pensare a questo veronese con quattro nomi all’anagrafe e un paio di baffi incredibili; alle mappe che aveva in testa, piene di nomi reali e fittizi, fiumi e oceani, giungle e regni perduti, eroi e tiranni. A come tutto questo gli sia entrato nel cuore in ore di letture forsennate nella biblioteca di Verona, e come sia poi colato dalla penna alla carta tra Torino e Genova.

Emilio (Carlo Giuseppe Maria) Salgari ha dipinto nell’immaginario di generazioni di più o meno giovani lettori l’esotismo di terre lontane, al tempo ancora da scoprire, almeno in parte, culle ideali di un panorama avventuroso esotico ed intrigante. Dalla Malesia alle Antille, dalla Cina dei boxers al selvaggio West. Questi luoghi nei quali lo scrittore non aveva mai viaggiato, hanno preso vita, colore e forma nei suoi innumerevoli romanzi (oltre ottanta, mica roba da ridere).

 “Di giorno, un silenzio gigantesco, funebre, che incute terrore ai più audaci, regna sovrano: di notte invece, è un frastuono orribile di urla, di ruggiti, di sibili e di fischi, che gela il sangue.
Dite al bengalese di porre piede nelle Sunderbunds ed egli si rifiuterà; promettetegli cento, duecento, cinquecento rupie, e mai smuoverete la incrollabile sua decisione.
Dite al molango che vive nelle Sunderbunds, sfidando il cholera e la peste, le febbri ed il veleno di quell’aria appestata, di entrare in quelle jungle ed al pari del bengalese si rifiuterà. Il bengalese ed il molango non hanno torto; inoltrarsi in quelle jungle, è andare incontro alla morte.

(Emilio Salgari, I misteri della Jungla Nera)

Bastano le prime righe del romanzo, e lo scrittore ci accompagna con sicurezza tra giungle e paludi, templi perduti e bestie feroci e cacciatori di teste; lo fa con la sicurezza di chi ha visitato quei luoghi migliaia e migliaia di volte, li ha esplorati da cima a fondo e ne conosce ogni singola roccia e albero. Ci guida, precedendoci di qualche passo per farsi largo tra la vegetazione con la sua penna-machete, per aprirci la strada e mostrarci infinite meraviglie e pericoli.

Il romanzo, ambientato  idealmente sei anni dopo il più famoso Le tigri di Mompracem, lascia momentaneamente da parte Sandokan e ci introduce Tremal-Naik, cacciatore di serpenti, narrando le sue avventure alla ricerca di Ada, figlia di un ammiraglio inglese e rapita dai Thugs, cacciatori di teste adoratori della dea Kalì. La giungla rivela i suoi angoli più oscuri, e piombiamo in templi sotterranei dove riti profani vengono celebrati e assassinio e sacrificio tingono la scura roccia di rosso. Cantici ossessivi ed ipnotici riecheggiano tra pareti, colonne e statue mostruose.

Sono islandesi, i Dead Skeletons. Cosa che non diresti, da ascoltatore superficiale del panorama musicale islandese, conoscendo il minimalismo innevato di Mùm e  Sigur Rós e l’onirismo della sorellona Björk. Le tracce di Dead Magick, primo album studio della band, sono dei canti ancestrali, pieni di zone d’ombra, carichi di sfumature misteriose. Shoegaze e psichedelia alla 90s si mescolano con la world-music; le giungle metropolitane cantate da BRMC e Brian Jonestown Massacre sono sostituite da qualcosa di più antico, una giungla vera, che sembra crescere nella mente dell’ascoltatore in un intrico di alberi e rovine avvolte dai rampicanti.

Formule ossessive sono ripetute come mantra ipnotici ed ancestrali, ripetuti in templi sommersi, attorno a falò e statue di divinità ormai perdute. Nella penombra verde e nera, teste di idoli illuminate da un raggio di sole e polvere.

 “Infatti è là, fra quegli ammassi di spine e di bambù, fra quei pantani e quelle acque gialle, che si celano le tigri spiando il passaggio dei canotti e persino dei navigli, per scagliarsi sul ponte e strappare il barcaiuolo od il marinaio che ardisce mostrarsi; è là che nuotano e spiano la preda orridi e giganteschi coccodrilli, sempre avidi di carne umana, è là che vaga il formidabile rinoceronte a cui tutto fa ombra e lo irrita alla pazzia; ed è là che vivono e muoiono le numerose varietà dei serpenti indiani, fra i quali il rubdira mandali il cui morso fa sudar sangue ed il pitone che stritola fra le sue spire un bue; ed è là infine che talvolta si cela il thug indiano, aspettando ansiosamente l’arrivo d’un uomo qualsiasi per strangolarlo ed offrire la spenta vita alla sua terribile divinità!

(Emilio Salgari, I misteri della Jungla Nera)

Geograficamente così lontani dalle terre che mettono idealmente in musica, i Dead Skeletons assomigliano a Salgari: seduto nel proprio studio, guardando le gocce della pioggia torinese che si rincorrono sul vetro della finestra, come un intrico di fiumi indiani, come cacciatori di tigri, cacciatori di serpenti, cacciatori di teste intenti in fughe, battaglie, esplorazioni, scoperte meravigliose e terrificanti; vedendo in quelle gocce mappe di terre mai esplorate, così lontane e così vicine.

Nicola De Zorzi