Avete presente quella concezione romantica, piuttosto distorta, del concetto di solitudine che tendiamo a portarci dietro nell’adolescenza (e magari oltre)? A diciassette-diciott’anni ci si identifica col Viaggiatore sul mare di nebbia di Friedrich e poi  si fa fatica a rinunciare all’idea. Anche perché fa comodo portarsi dietro un ideale romantico per mascherare un concetto un po’ più scomodo, quando non penoso.

 Esempio: lo scorso autunno mi capitò di tornare al mio mio natio paesino delle Dolomiti nell’alto bellunese, dopo un soggiorno bello lungo in un luogo che è tutto il contrario del sopra citato paese: una città superaffollata, piuttosto caotica, rumorosa, piena. Il contrasto non era mica da poco: dalle strade gremite ed efficientemente illuminate, alle viuzze nascoste costellate di lampioni tutti fulminati, al silenzio più vero che si possa concepire vivendo in un centro (più o meno) abitato occidentale. Nel silenzio e nel freddo – il tardo autunno è un momento ingrato – quello che mi pareva senso di solitudine si amplificava nello spazio deserto, si diffondeva. Era una sensazione vasta e opprimente, disorientante; ma non del tutto spiacevole, perché ancora insisteva quell’aura romantica a cui ero abituato. Insomma, la “solitudine” era parziale; quella che si percepisce guardando un quadro del già citato Friedrich, una solitudine, diciamolo, anacronistica; o quella che si intravede ad una prima occhiata, un’occhiata superficiale e rassicurante, ad un quadro di Hopper.

 Ora, una situazione diversa. Qualche anno fa la critica e scrittrice inglese Olivia Laing andò a vivere a New York. Vi si era trasferita per seguire l’amore di un momento, ma la storia finì sostanzialmente prima di iniziare e Laing si trovò sola, praticamente senza conoscere nessuno, nella metropoli. Sola in appartamenti più o meno squallidi e nei lavori precari, emarginata ed estranea come l’unica persona che non si traveste ad Halloween e si ritrova circondata da maschere.

David Wojnarowicz, foto della serie “Rimbaud a New York”, 1978-1979

Nella nuova condizione spaesante, dovette interrogarsi sul senso e sulle sfaccettature di una solitudine nuova, mai sperimentata: la solitudine dell’appartamento che guarda le vite degli altri senza interagire con esse; la solitudine dello stare insieme agli altri ed esserne comunque separati, non riuscendo a raggiungere un grado di vera intimità; la solitudine come isolamento; la solitudine come stigma sociale. L’indagine prese forma e corpo in un libro, edito in Italia da Il Saggiatore: Città Sola. Qui Laing fa i conti con la propria esperienza, la analizza prendendo l’esempio da Virgina Woolf, che descrive l’introspezione della solitudine come “il sentimento del mondo reale e del suo canto”. Un dolore, quindi, che anziché essere ostacolo, può diventare un mezzo di comprensione. E come arrivare a questa comprensione, che è comprensione di sé ma anche degli altri, di un sentimento universale, se non attraverso le storie di chi ha vissuto la Città Che Non Dorme Mai, la città in cui la solitudine sembra impossibile, sulla propria pelle, e che ha saputo raccontare queste storie con opere che fanno parte del nostro bagaglio culturale?

 “Non piangevo spesso, ma un giorno mi capitò di non riuscire a chiudere le tapparelle e quella volta piansi. Era un’orribile prospettiva che qualcuno potesse alzare lo sguardo e scorgermi mentre mangiavo in piedi i cereali o scorrevo le e-mail, il viso rischiarato dalla luce del computer. Sapevo cosa sembravo. Sembravo una donna dei quadri di Hopper.

Edward Hopper, Finestre di notte, 1928

 I capitoli del libro, benché riguardino per lo più artisti, sono ben lontani dal formare un saggio di storia dell’arte; piuttosto, un saggio di storia della solitudine dell’arte, che prende in considerazione i diversi, ma non per questo non-comunicanti, aspetti del tema trattato: si va dal voyeurismo di Hopper nei confronti dei suoi soggetti delimitati da geometrie isolanti, all’incapacità comunicativa di Andy Warhol, lenita dal suo amore per la Macchina; dall’emarginazione di David Wojnarowicz alla segregazione di Henry Darger, e oltre. Sull’analisi dell’opera prevale la biografia, l’introspezione della figura dietro il quadro, la canzone, dietro il personaggio. E, forse a voler trovare un sollievo alla propria solitudine e a quella dei soggetti studiati, Laing li mette spesso in relazione ad altri personaggi che hanno fatto parte delle loro vite (vittime o carnefici o entrambe le cose) e tra di loro. Non si può parlare di Warhol senza raccontare Valerie Solanas, né evitare di associare Wojnarowicz a Nan Goldin, a Zoe Leonard, all’ambiente East River e all’epidemia medico-mediatica dell’AIDS; l’amore-bisogno di Warhol nei confronti della comunicazione filtrata dalla registrazione si lega poi agli esperimenti social-orwelliani di Josh Harris, i traumi infantili di Wojnarowicz a quelli di Darger, e così via.

 A queste voci si sovrappone quella di Laing. Le sue esperienze si legano alle vite che racconta, cerca un legame, un compagno di viaggio. A volte in modo quasi invadente, con quell’ io-io-io che ricorda l’egocentrismo della depressione e che può risultare difficile da digerire. Ma fa pensare che non sia un fattore casuale o involontario, né un semplice sfogo inconscio. Uno dei primi concetti su cui Laing insiste è che la solitudine non ispira empatia, nello stesso modo in cui a nessuno piacciono i depressi, per le stesse ragioni per cui non ci si sente a proprio agio a contatto con un malato. La sensazione di disturbo ispirata da questi passaggi è la riprova che l’analisi della scrittrice, acuta e toccante, ha centrato il bersaglio.

Nicola De Zorzi