Fra il 2008 e il 2009, Klaus Pichler si imbatte per caso in una scatola di vecchie diapositive, che condensa al suo interno gli svaghi, le vacanze e le abitudini casalinghe di una famiglia della classe media austriaca. Scorrendo quelle immagini si rende conto di avere davanti una sintesi perfetta della società mainstream degli anni ’60, scampata agli orrori della guerra e ormai gioiosamente in salvo, nelle braccia del boom economico.
Questa atmosfera di puritanesimo, disciplina e decoro gli da la nausea, sente il bisogno di inquinare quegli “idilli” e trova un modo squisitamente irriverente per farlo: entra di prepotenza dentro le immagini, con un’azione photobombing da manuale, piazza il proprio autoritratto nudo a quattro zampe (o in altre posizioni altrettanto esplicite) nel punto cruciale del frame e scodinzola come un cane in estasi.

Il fotografo viennese sa maneggiare con grande disinvoltura la materia dello scarto, la piega e la trasforma, per portare all’attenzione dei suoi fruitori, concetti profondi e cruciali, spesso scomodi, che restituiscono una visione smaliziata della società contemporanea.
Con Idyls dissacra il passato, fa tabula rasa dei valori che hanno coccolato, illuso e poi privato del futuro la generazione a cui appartiene (e a cui appartengo): è nato nel 1977 ed è cresciuto in quella confort zone che la società dei suoi genitori ha colonizzato, piantandoci sopra la propria bandiera, a discapito delle generazioni successive, definendo il modo “giusto”e occidentale di vivere la vita, come se non ne esistessero altri, sotterrando nel nostro inconscio di bambini, mine antiuomo con sopra inciso “senso di colpa”, “dedizione al lavoro”, “rispetto delle gerarchie”, “famiglia”.

Klaus Pichler, from Idyls, 2008-2009.
©Klaus Pichler, dalla serie Idyls, 2008-2009.

Pichler sporca ogni cosa, usa il concetto di rifiuto, materiale e umano, di emarginato, per mettere a nudo le contraddizioni enormi di quella società a cui mostrava con orgoglio le natiche e adesso è diventata il tabellone su cui è solito giocare.

L’inanimato
La serie Dust è l’apologia della polvere, elemento culturalmente evocativo, dal minaccioso monito Polvere tu sei e in polvere tornerai!, passando per le coltivazioni di polvere di Man Ray e Duchamp, fino alle stanze avariate di Roger Ballen. Ma ogni polvere è diversa, è carica di informazioni, racconta una storia che si trascina dietro oltre gli angoli dei muri e nei piazzali delle fabbriche. La polvere porta con sé le nostre mancanze e le nostre sconfitte. La tratta un po’ come un vetrino passato al microscopio e un po’ come una tela astratta: la polvere racconta il luogo da cui proviene, somiglia a Mirò nella sintesi di colori puri che ballano sul fondo, a Kandinsky quando gli intrecci di linee diventano proiezioni di fraseggi musicali, nell’infinitamente piccolo, questi agglomerati, sembrano colture cellulari, nell’infinitamente grande nebulose.

Klaus Pichler, Dust # 13: Furniture Store No. 01.
©Klaus Pichler, Dust # 13: Furniture Store No. 01.
Klaus Pichler, Dust # 87: Natural History Museum No. 02.
©Klaus Pichler, Dust # 87: Natural History Museum No. 02.

Con lo stupefacente lavoro One Third è lo scarto, inteso come rifiuto, futura spazzatura, il protagonista di immagini che giocano sul termine Still Life, mettendo in bella mostra, alla stregua di oggetti preziosi e desiderabili, cibi avariati, immortalati nel loro stato avanzato di deperimento.
La serie è una meditazione impietosa sullo spreco di cibo, lo stesso titolo allude alla quantità di prodotti coltivati che vengono buttati via nel mondo, soprattutto da parte dei paesi più ricchi.
Le costruzioni visive abbondano di citazioni (come il famoso proiettile fotografato da Harold “Doc” Edgerton, o la celebre ripresa del fungo atomico della bomba di Nagasaki) e giocano con lo scarto, su un piano ancora diverso, questa volta inteso come differenza di percezione fra la suggestione indubbia che restituiscono queste composizioni e il disgusto una volta che elaboriamo il reale contenuto che ci si para davanti.

Klaus Pichler, dalla serie One Third, Sort: Apple 'Pink Lady' * Place of production: Sao Paolo, Brazil Cultivation method: Outdoor plantation * Time of harvest: November - December Transporting distance: 10.150 km * Means of transportation: Aircraft, truck Carbon footprint (total) per kg: 11,05 kg * Water requirement (total) per kg: 434 l Price: 1,69 € / kg.
©Klaus Pichler, dalla serie One Third, Sort: Apple ‘Pink Lady’ * Place of production: Sao Paolo, Brazil Cultivation method: Outdoor plantation * Time of harvest: November – December Transporting distance: 10.150 km * Means of transportation: Aircraft, truck Carbon footprint (total) per kg: 11,05 kg * Water requirement (total) per kg: 434 l Price: 1,69 € / kg.
Harold Edgerton, Shooting the Apple , 1964.
Harold Edgerton, Shooting the Apple , 1964.
Klaus Pichler, dalla serie One third, Sort: Cauliflower * Place of production: Finistere, Bretagne, France Cultivation method: Outdoor plantation * Time of harvest: June - October Transporting distance: 1.784 km * Means of transportation: Truck Carbon footprint (total) per kg: 0,44 kg * Water requirement (total) per kg: 295 l Price: 0,99 € / kg.
©Klaus Pichler, dalla serie One third, Sort: Cauliflower * Place of production: Finistere, Bretagne, France Cultivation method: Outdoor plantation * Time of harvest: June – October Transporting distance: 1.784 km * Means of transportation: Truck Carbon footprint (total) per kg: 0,44 kg * Water requirement (total) per kg: 295 l Price: 0,99 € / kg.

Ancora una declinazione di scarto, introduce il lavoro Skeletons In The Closet, realizzato nell’arco di quattro anni, dentro al Museo di Storia Naturale di Vienna. Qui Pichler, da reportagista, ci racconta le curiose sorprese che nasconde la parte non visibile al pubblico, di questo incredibile ambiente espositivo. Quello che si sceglie di non mostrare diventa un’attrazione irresistibile: addentrandosi fra uffici, magazzini e archivi, complice un oggettivo problema di spazi, il fotografo incontra situazioni ironiche e surreali, con manichini e bestie imbalsamate che ci lasciano intravedere, una seconda vita fatta di supposte interazioni e un modo espressivo di occupare gli ambienti, dato dalla naturalezza involontaria con cui sono stati riposti temporaneamente, che a tratti risulta esilarante.

Klaus Pichler, Basement shark, dalla serie Skeletons In The Closet, 2011.
©Klaus Pichler, Basement shark, dalla serie Skeletons In The Closet, 2011.
Klaus Pichler, dalla serie Skeletons In The Closet, 2011.
©Klaus Pichler, dalla serie Skeletons In The Closet, 2011.

Diversamente vivi
Ma Klaus non si occupa solo della materia inanimata, quando tratta le assurdità della società, riesce ad essere ancora più incisivo. Come accade nel lavoro Just The Two Of Us, dove ritrae i cosplayers, nella quotidianità delle loro abitazioni, innescando un cortocircuito semplice ma disturbante, per dirci quanto ciascuno di noi sogni di essere qualcun altro, qualcosa di più o semplicemente qualcosa di diverso, ma è la vita di tutti i giorni, con i suoi riti banali e volgari, a riportarci drasticamente alla realtà.

Klaus Pichler, dalla serie Just the two of us.
©Klaus Pichler, dalla serie Just the two of us.
Klaus Pichler, dalla serie Just the two of us.
©Klaus Pichler, dalla serie Just the two of us.

Che è ciò che succede, con un magistrale ribaltamento, in Middle Class Utopia, dove una ricognizione sugli Schrebergarten, i giardini in affitto intorno a Vienna (ricavati alla fine del XIX secolo per offrire uno spazio alla classe operaia per le proprie coltivazioni), diventa una finestra sulla solitudine, l’inquietudine per l’altrui sguardo oltre le recinzioni, per la minaccia di un giudizio e la tendenza umana a diventare carcerati e carcerieri di noi stessi, nutrendoci giorno dopo giorno, di paranoie e sospetto.

Klaus Pichler, dalla serie Middle Class Utopia.
©Klaus Pichler, dalla serie Middle Class Utopia, 2010.
Klaus Pichler, dalla serie Middle Class Utopia, 2010.
©Klaus Pichler, dalla serie Middle Class Utopia, 2010.

In quest’ottica, Golden Days Before They End, vincitore fra l’altro del premio internazionale Happyness On The Move (organizzato dal festival Cortona On The Move, insieme al Consorzio Vino Chianti) diventa l’ago di questa enorme, assurda bilancia e mostra un approccio alla vita alternativo, un tipo diverso di gioia che mette a disagio, quella dei vinti, gli sbandati, i reietti, gli alcolizzati che la società allontana, confina, esclude.
Il lavoro (iniziato nel 2012) documenta la progressiva chiusura dei Branntweiner, i vecchi bar e le osterie di Vienna, dove anziani, disoccupati e in genere outsiders, si trovano a bere insieme già dal primo mattino, per anni, diventando a tutti gli effetti famiglie allargate, scontrose, malinconiche e al contempo festaiole, fataliste, piene di quel bisogno comprensibile, di vivere il momento senza guardare avanti o indietro.
Dimentichiamo per un attimo tutte quelle mine morali che stanno nascoste mezzo metro sotto i nostri piedi.
La forza di Golden Days sta proprio nella consapevolezza (ferita eppure fiera), da parte degli avventori di questi locali, delle sabbie mobili di una condizione sociale che non contempla redenzione; e nella risata noncurante con cui accettano stoicamente questa empasse, spazzando via ogni nube, almeno fino a quando arriva sera e con lei lo spettro del giorno successivo. Ma vale la pena infischiarsene, che dopotutto, domani è un altro giorno.

Klaus Pichler, from Goldem Days Before They End, 2016.
©Klaus Pichler, dalla serie Goldem Days Before They End, 2016.
Klaus Pichler, dalla serie Middle Class Utopia, 2010.
©Klaus Pichler, dalla serie Goldem Days Before They End, 2016.
©Klaus Pichler, dalla serie Goldem Days Before They End, 2016.
©Klaus Pichler, dalla serie Goldem Days Before They End, 2016.

Chiudo con una cosa semplice e preziosa di Bauman, legata alla facoltà di pensare dell’essere umano:

Pensare è ciò che fa di noi degli esseri umani,  ma è l’essere umani che ci fa pensare. Pensare non è qualcosa che si possa spiegare, ma non necessita dì alcuna spiegazione. Pensare non richiede alcuna giustificazione; ma qualora ci si provasse a farlo, non ci si riuscirebbe. (Z. Bauman, Modernità liquida)

Ecco, Klaus Pichler ha una dote non comune: un pensiero critico fresco, profondo e arguto.
E, cosa più importante per un fotografo, è in grado di mostrarcelo.

 

Alessandro Pagni