Kendrick Lamar è un rapper che ha fatto parlare molto di sé negli ultimi anni, guadagnando un enorme successo e ottenendo elogi sia dai fan che dalla critica.
Con i suoi album concettuali e complessi ha riportato in auge una corrente di Hip Hop molto “conscious”, riprendendo le intenzioni di suoi predecessori come 2Pac e Nas: raccontare attraverso la propria esperienza personale quel “ghetto”, quel mondo che la gente evita e teme. Queste descrizioni, però, non prendono la piega del tipico Gangsta Rap di oggi: Kendrick non si vanta del suo trascorso, anzi lo usa come strumento per far capire agli ascoltatori quanto tali esperienze siano dannose e autodistruttive.

K Dot è uno storyteller e, infatti, i suoi album si sviluppano sempre come una storia a partire da un primo concetto, per svilupparlo e analizzare tutti i suoi aspetti.

Il primo di questi esempi è il suo album di debutto nella scena “mainstreamSection.80; album dal suono molto classico che racconta una “riunione” di suoi coetanei intorno al fuoco in un angolo di Compton, nella quale ognuno racconta la propria storia per togliersi un peso dal petto e al contempo aiutare gli altri in una sorta di terapia di gruppo fatta in casa.

In ogni canzone, Kendrick fa prendere vita a questi personaggi con la propria narrazione, trattando gli argomenti più disparati: dalla violenza sulle donne in No Makeup (Her Vice) – il cui finale a sorpresa ne rivela il significato in maniera superba – alla generazione cresciuta durante e segnata dalla presidenza Reagan in Ronald Reagan Era, per passare al tema della prostituzione in Keisha’s Song (Her Pain). Verso il finale, però, tutto cambia e Kendrick parla della fama, di cosa voglia dire essere celebre, dei suoi desideri, le sue ambizioni e, infine, di quanto le luci della ribalta possano essere pericolose per chi ha una forte opinione, con il bellissimo finale HiiiPower.

L’anno successivo esce l’album che lo porterà ad essere considerato uno dei migliori artisti di questa generazione: Good Kid, m.A.A.d City.
In questo lavoro lo storytelling si fa ancora più prominente: il tema centrale è la serata che ha segnato una volta per tutte la vita del giovane Kendrick. Dopo essere uscito con i suoi amici a fare le classiche “cose da gangsta”, si reca a un appuntamento con Sherane (la ragazza dalla quale è ossessionato) per essere assalito da membri di un’altra gang; tornato dai suoi “homies”, questi decidono di vendicarlo a colpi di pistola, ma nella sparatoria uno di loro muore e, in questo, Kendrick trova la risposta ai suoi dubbi: non vuole più fare parte di quel mondo.

K Dot passa dall’estrema sicurezza di sé in Backseat Freestyle al mettere in dubbio il motivo delle sue azioni in The Art of Peer Pressure, passando per la rabbia di m.A.A.d City e il senso di lutto e di smarrimento di Sing About Me, I’m Dying of Thirst, arrivando infine con Real alla realizzazione che c’è un altro modo di vivere, determinato a strappare i suoi amici a quello stile di vita autodistruttivo.

Segue un silenzio di tre anni, rotto nel 2015 da quella che è considerata la sua “opera magna”: To Pimp A Butterfly.
Partendo dalla fine dell’album precedente, Kendrick racconta la sua vita: il successo, la depressione, l’alcolismo, il ritrovato amore per se stesso e la stoica risolutezza nel tentativo di cambiare il mondo tramite la metafora del bruco che esce dal bozzolo per diventare farfalla.

Anche in questo lavoro, il saliscendi di emozioni è un vortice che coinvolge fin dall’inizio: l’attitudine arrogante di chi si sente padrone del mondo in King Kunta lascia spazio all’odio e al rammarico per le proprie azioni in u, seguita dal piccolo bagliore di speranza di Alright, sicurezza che scompare in Momma; qui Kendrick riprende la sua intenzione iniziale di cambiare il mondo, affrontando temi come politica, economia, disordini sociali e razzismo. Quest’ultimo argomento viene affrontato in modo estremamente controverso e maturo in The Blacker The Berry, dove K Dot sottolinea anche l’ipocrisia che la comunità dei neri americani dimostra nell’alimentare con le proprie azioni quegli stereotipi che tanto detestano.

Due anni dopo, Kendrick spiazza nuovamente il mondo musicale con DAMN., album veramente controverso e conflittuale che si apre con la morte dell’artista stesso, il quale analizza poi tutti i sentimenti che convivono in lui e ogni giorno combattono tra loro.
A differenza dei lavori precedenti, DAMN. non fornisce alcuna risposta, anzi forse nemmeno le ricerca.

Il conflitto interiore dell’artista sembra originare da un servizio di FOX News, in cui viene accusato di essere più tossico del razzismo per i giovani afroamericani.
Qui parte una lunga e inconcludente ricerca di sé, che si apre con DNA., in cui Kendrick si chiede se tutto ciò che egli stesso rappresenta sia frutto dell’eredità genetica lasciatagli dalla sua famiglia. Segue un viaggio segnato da emozioni contrarie tra loro e di diverse sfumature della stessa emozione. Abbiamo quindi il contrasto tra istinto e razionalità con FEEL. e LOYALTY., tra superbia e modestia con PRIDE. e HUMBLE., il trittico di sesso, amore e violenza con LUST., LOVE. e XXX. e l’accoppiata di paura e dubbi di fede con FEAR. e GOD.. Il finale, DUCKWORTH.  è l’unico vero storytelling del disco, che narra l’incontro tra il padre di Kendrick e un membro di una gang, il quale decide di non uccidere il primo; questo evento scatena nell’artista una riflessione su cosa avrebbe potuto comportare la morte di suo padre, concludendo che lo avrebbe portato probabilmente ad essere ucciso in una sparatoria di strada, chiudendo così  il cerchio con l’intro.

Incredibilmente complesso e riflessivo, Kendrick Lamar non va mai preso alla leggera: molti dei suoi testi, infatti, non sono da interpretare alla lettera, ma celano un messaggio accessibile a chi sa e vuole ascoltare. Considerando tutto ciò, non è quindi difficile capire perché il nostro sia apprezzato da una così ampia e varia fetta di pubblico anche esterno al genere.