Quello in Iran è un gennaio di tensione. L’inizio del nuovo anno è stato segnato dalle proteste. Decine di migliaia di manifestanti hanno riportato alla memoria le agitazioni dopo le elezioni presidenziali del 2009. Si tratta probabilmente della più grave crisi interna che il paese abbia affrontato in questo decennio. Alle proteste contro la politica economica del governo di Teheran si sono susseguite altre dimostrazioni filogovernative che hanno in qualche modo frenato la scia di morti durante i violenti scontri con le forze di polizia nazionali, ma non il malcontento nei confronti dell’impopolarità del governo Rouhani.

Dal regionale al nazionale: l’avanzare della protesta. Il 28 dicembre sono scoppiate delle proteste nella città settentrionale di Mashhad, spinte soprattutto dalla preoccupazione per l’economia arrancante del paese e dai prezzi elevati dei beni di base; le uova, per esempio, hanno visto un aumento del 40% dei prezzi. L’allargamento del fronte di protesta a una ventina di città iraniane, nell’arco di una settimana, avrebbe così portato a un’aperta ribellione contro la stessa leadership islamica dell’Iran.

Non sono stati tollerati i cortei, i canti sulle strade e gli attacchi contro gli edifici governativi. Il sistema, notoriamente poco paziente con il dissenso, ha risposto diffusamente con durezza contro i manifestanti: alcuni urlavano «morte al dittatore!» contro il capo supremo ayatollah Ali Khamenei, altri chiedevano alle forze di polizia di unirsi a loro nella protesta.

L’intensità della protesta. Sono morte 22 persone durante gli scontri con le forze di sicurezza, la più giovane aveva solamente 11 anni. Le testimonianze sul web mostrano dimostranti che scappano da gas lacrimogeni e cannoni ad acqua mentre altri provano ad affrontare la polizia. Molti dei manifestanti sono giovanissimi: un dato significativo mostra che circa il 90% degli arrestati durante le proteste ha meno di 25 anni. Centinaia – se non migliaia come riferiscono alcune recenti fonti semi-ufficiali – gli arresti: solo a Teheran sono 450 le persone imprigionate per aver partecipato alle offensive contro la polizia ed edifici istituzionali.

Guardando al passato. Come già detto, queste proteste sono le più grandi del paese dopo le manifestazioni del 2009 sui risultati elettorali controversi. Nel 2009, il “Movimento verde”, ha raccolto oltre 3 milioni di manifestanti pacifici contro l’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad ­– politico apertamente appoggiato dal capo supremo iraniano – che aveva vinto incontrastato le elezioni presidenziali ma nel dubbio di brogli elettorali. In appena sei mesi i manifestanti furono annullati dalle forze di sicurezza del paese.

A differenza della rivolta del 2009, le attuali proteste sono sorte in tutto il paese, comprese le aree provinciali tradizionalmente conservatrici che raramente partecipano all’attivismo politico guidato dai gruppi centrali di Teheran. Le proteste di nove anni fa sono state principalmente alimentate dall’élite culturale della capitale e dalla classe media urbana, mentre i video odierni che circolano online suggeriscono che le persone più giovani della classe operaia costituiscono la maggior parte dei numeri della protesta attuale. Si tratta certamente di un allargamento della protesta a una fascia di popolazione più numerosa ma, paradossalmente, più debole politicamente.

Sul fronte libertà e diritti. In Iran parte della protesta è mossa dalla frustrazione dovuta alle carenti libertà. Le istituzioni hanno soppresso quelle istanze di apertura politica tipiche di un sistema democratico, e per questo basti pensare che sono stati bloccati gli accessi ai social media e alle applicazioni di messaggistica – con tutta probabilità per ostacolare l’organizzazione di marce di protesta. Poi c’è le “classe operaia” vorrebbe inoltre salari più alti e l’economia ancora lenta a crescere non incoraggia sul fronte dell’occupazione. Le aspettative disattese sulla revoca delle sanzioni nell’ambito di un accordo internazionale sul nucleare, cause utili per accelerare il processo di ripresa economica, hanno acuito i malumori.

La scintilla dalla politica economica. Le proteste sono state infiammate dalla “perdita” di un consistente tesoretto – progettato dal presidente Hassan Rouhani il mese scorso – racimolato tramite il taglio dei sussidi in contanti per i poveri, con l’aumento dei prezzi del carburante e con nuove tasse per la registrazione dei veicoli. Tutte misure impopolari, scelte per ridurre il debito pubblico e recuperare un po’ di quel respiro utile a stimolare una crescita economica e occupazionale. E adesso dov’è l’investimento? L’Iran ha speso miliardi di dollari in politica estera in Medio Oriente nonostante la situazione interna non si sia mai assestata. Da Teheran inoltre sono stati inviati soldati, armi e denaro in Siria, oltre al costante sostegno ai Palestinesi e agli sciiti libanesi Hezbollah.

La legge di bilancio 2018 presentata da Rouhani ha dato lo sprint all’insofferenza popolare. Gli stanziamenti per le fondazioni religiose, le vere fonti elettorali e clientelari che detengono il 60% dell’economia nazionale, sono cresciuti insieme ai prezzi di alcuni preziosi beni. Non è del tutto simile (eufemisticamente parlando) l’effetto dei due spostamenti economici. Il mandato Rouhani sta segnando l’aumento delle spese militari del 145%. Nel momento in cui lo Stato islamico ha issato la bandiera nera su Mosul, gli iraniani hanno subito sostenuto l’impegno militare a contrasto dei combattenti jihadisti. Ma l’Iran ha sempre avuto un occhio sulla protezioni dei confini, e l’altro sulla protezione oltre i confini, in particolare agli interessi territoriali in Siria e in Iraq. Non stupisce l’utilizzo delle risorse economiche per fini strategici e militari.

La coperta pro-governativa sulle morti e sugli arresti. A seguire delle giornate di violenta protesta, decine di migliaia di persone hanno marciato in manifestazioni filogovernative. Un 4 gennaio di pace e “chiusura dei conti” con il malcontento popolare. Le marce, tutte trasmesse dai media statali iraniani, sono state le classiche: una folla sventolante bandiere iraniane e slogan a sostegno dell’ayatollah Ali Khamenei. A questo punto il generale Mohammad Ali Jafari, capo delle guardie rivoluzionarie iraniane, ha dichiarato conclusa la protesta popolare, definendola una «sedizione», pericolosa per la stabilità governativa.

Molte sono le incertezza sulle dimensioni e sulla effettiva resistenza del movimento di protesta. Alcuni analisti parlano di un collasso anticipato del regime. Altri hanno rintracciato affinità con gli avvenimenti che hanno scandito la Primavera araba del 2011. Quel che è certo è che le regioni iraniane si sono riscoperte fragili ma arrabbiate, in quello che doveva essere uno «stato di sicurezza» garantito all’indomani dell’attacco terroristico di Teheran. In verità, oltre Daesh, c’è molta altra debolezza.