Salone internazionale del libro 2018. Più di centoquarantaquattromila presenze. Un numero interminabile di editori. Migliaia di libri esposti davanti agli occhi di lettori, ma anche semplici curiosi. Se possiamo vantare un evento organizzato magistralmente, con tanti nomi importanti, le migliori rappresentanze del settore italiane, non possiamo esimerci dal nominare il Salone del libro. Si dice sempre che in questo Paese non ci sia più voglia di raccontare la cultura, che tutto si sta svendendo, che si fa fatica a valorizzare quello che si ha. Poche risorse, a volte poca voglia di fare.

Eppure…poi c’è il Salone del libro e quasi non sembra vero che gli italiani siano tra i meno mangialibri d’Europa. Torino in questi giorni sembra una luminosissima gemma su un manto di velluto nero che splende solitaria. Le Alpi intorno a questo meraviglioso cuore cartaceo. Per alcune ore, il secondo giorno di apertura, le biglietterie sono state chiuse a causa del raggiungimento della capienza massima del Lingotto. Numeri da stadio, da concerto, da grande rockstar.

Alla fine la rockstar è il libro, la cultura. E al Salone viene celebrato in modo impeccabile.

Eppure…alcuni editori non sono stati soddisfatti. L’organizzazione del Salone annuncia pochi giorni prima che per un problema di overbooking non c’era spazio all’interno dei grandi padiglioni per tutti. Allora si costruisce un nuovo, piccolo, padiglione, dove inserire gli editori che, altrimenti, sarebbero restati fuori. Eccoli lì. Li vediamo solo il terzo giorno di fiera, alcuni ci bloccano mentre passiamo nel corridoio per proporci i loro libri. Gli affari vanno male e infatti le proteste non tardano ad arrivare.

A qualcuno piaceva di più l’anno scorso, con i padiglioni sgombri dai gargantueschi stand delle Grandi Case Editrici. E, senza loro, ci si entrava tutti (gli indipendenti) perfettamente. Ma questo è un nuovo anno, ormai l’editoria italiana sembra essersi riconciliata, come una coppia che dopo tanti anni litiga e poi si rende conto che, nel bene o nel male, non può sussistere divisa. Il padiglione che resta fuori è un po’ il prezzo da pagare per questa riconciliazione. L’anno prossimo ci si organizzerà meglio.

Tante le iniziative per i giovani studenti, a partire dal Buono da leggere dal valore di 10€ spendibile in qualsiasi tipo di libro. Purtroppo qualche studente storce il naso, a loro non piace leggere. Allora si avvicinano ad un paio di stand e chiedono se dando il buono possono ricevere una banconota da 10€. De gustibus? Siccome sappiamo che sicuramente le persone in questione non stanno leggendo questo articolo preferiamo non parlare male degli assenti. E chiaramente no, non potevano ricevere soldi al posto del buono.

Quanti nomi famosi c’erano al Salone del libro? Tanti. Una pioggia di conferenze interessanti che faceva maledire qualsiasi legge della fisica alla base dell’impossibilità dell’ubiquità. Girovagando tra un corridoio e l’altro, dal giorno  Uno vediamo Nicola Lagioia passare indisturbato, ma anche rapido come una gazzella, tra una sala e l’altra. E, alla fine, siamo riusciti a stare dietro al suo passo per fargli qualche domanda sul suo Salone. Quello che, dal 2016, dirige come direttore artistico.

Quanto è difficile organizzare un Salone del libro?

Molto difficile. Noi ci lavoriamo un anno intero. Per il salone di quest’anno abbiamo iniziato a lavorare da inizio giugno. Abbiamo lasciato passare solo due settimane della chiusura del salone e poi abbiamo ricominciato a lavorarci. Non solo perché alcuni autori sono molto impegnati e devi bloccarli subito, ma anche perché bisogna trovare un tema, contattare il Paese ospite dell’anno, come per questo salone la Francia, quindi prendere contatti con L’Institute français. In più quest’anno ci sono stati diversi problemi dal punto di vista aministrativo: la vecchia fondazione che si occupava del salone è stata liquidata, nel frattempo le istituzioni hanno suddiviso i nostri contratti in mille direzioni diverse per poi, infine, ricompattarli.

Non so nemmeno come siamo riusciti a farcela. Per dire: il contratto col Lingotto è stato firmato venti giorni prima dell’apertura del salone: bastavano tre giorni di ulteriore attesa e il salone non sarebbe potuto esistere. È stata una serie di montagne russe. Non è però incredibile che ce l’abbiamo fatta: abbiamo lavorato quindici ore al giorno e siamo un gruppo di una decina di persone che poi con l’apertura del salone si espande perché chiaramente è una macchina complessa. È stato molto impegnativo: basta guardare il programma. Sono 1500 incontri, se ci si lavora per un anno bisogna organizzarne cinque al giorno, per esempio.

Poi c’è il discorso case editrici: si parla con loro, si spiega il tema, loro ci danno delle idee.

Per esempio quest’anno con “Un giorno tutto questo”, ovvero il tema del futuro, molte case editrici hanno proposto degli autori da poter inserire nel programma degli incontri per parlare del tema del Salone, quando l’idea era buona si attivava tutta la macchina dell’organizzazione per contattare l’autore.

Lei, personalmente, è felice?

Io sono felice quando finisce il salone. Perché mentre c’è il salone con tutta questa gente è bellissimo, però l’impatto emotivo è talmente forte che devi mettere una barriera per non farti travolgere. Bisogna un minimo impermeabilizzarsi altrimenti tutte queste persone e questa passione ci disintegrerebbero.

Un messaggio ai ragazzi di oggi? Pensando che negli ultimi tempi vengono sempre più spinti a non fare l’università.

Carmelo Bene diceva: «I ragazzi devono studiare e fare l’amore». La vita e lo studio. Io ricordo i miei tempi all’università: ho studiato giurisprudenza, una facoltà che apparentemente non c’entra nulla con il lavoro che svolgo adesso, ma mi piaceva molto studiare giurisprudenza, perché il diritto è un mondo, una costruzione ordinata di parole. Chiaramente la pratica cambia rispetto alla teoria, ma lo studio del diritto è bellissimo: basta che si cambi una virgola in una legge per farne cambiare immediatamente tutto il senso, di conseguenza c’è anche un’attenzione particolare nei confronti del linguaggio e dell’uso delle parole che poi torna a essere utile anche per la lettura dei testi letterari. Io poi ho fatto una carriera che non c’entra nulla con gli impieghi giuridici, ma la disciplina acquisita durante i miei anni di studio, lo stare sui libri nove, quindici ore al giorno mi è sicuramente tornato utile oggi. Lo studio è una cosa bellissima e non so se debba necessariamente passare per la strada istituzionale dell’università: per esempio Aldo Busi, autodidatta che poi si è laureato e diventato un grande traduttore. Quindi, ecco, non so se tenere l’università all’interno di questo discorso, ma studiare è importante.

E leggere?

Leggere è ancora più importante, imprescindibile.

Insomma, venite al salone del libro…

Sì, venite al salone del libro. Qui ci sono incontri collettivi in cui si parla insieme di libri, però alla fine il vero momento del libro è un momento solitario, quando ci si porta a letto il libro per i fatti propri. Questi invece sono momenti in cui si incontrano gli scrittori, si scopre il mondo editoriale: un mondo belissimo, in cui i soldi c’entrano poco, ma è un mondo in cui si può ancora sopravvivere: le case editrici continuano comunque a esserci, anche in un mercato piccolo come quello italiano. Che poi, mercato piccolo: in realtà è un mare ancora molto vasto.

Leggete e, se vi va, frequentate anche questi posti di aggregazione in cui si tirano le somme. Questi sono, in fin dei conti, anche luoghi in cui stare insieme, incontrarsi; tant’è che in trentun anni si è creata una vera comunità intorno al Salone del libro. Ci sono persone che si incontrano qui di anno in anno.

 

Girando tra i corridoi del Salone, o stando ad ammirare le sue immense file, ci si imbatte in tanti personaggi. Uno tra tutti, che ci è subito parso interessante per la maglietta con la scritta LERCIO sopra, è Augusto Rasori, autore di Lercio, appunto, e anche del loro nuovo libro Lercio. Lo sporco che fa notizia. Con tanto di prefazione di Luttazzi. Sì, Luttazzi. Non era pensabile non fare qualche domanda anche ad Augusto riguardo la satira italiana, il futuro di Lercio, il loro nuovo libro.

Una freddura alla Lercio sul Salone del libro?

Lo hanno organizzato ora perché sapevano che Di Maio e Salvini non sarebbero mai venuti. È l’unico posto dove puoi essere sicuro di non incontrarli.

Puoi parlarmi un po’ del nuovo libro di Lercio?

È un libro che raccoglie una selezione degli articoli, alcuni anche inediti, più una parte dedicata alla morte di Berlusconi. La storia è questa: un uomo arriva dal futuro con la notizia che Berlusconi è morto, ma era talmente ubriaco che non si ricordava la data della morte, fortunatamente aveva con sé un device su cui erano inserite tutte le battute satiriche sulla sua morte, per esempio: «È morto Berlusconi ma io lo voglio ricordare così: morto».

Nel libro è anche presente una prefazione di Luttazzi e un’introduzione a fumetti di Sio.

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 Una tua opinione sulla satira italiana?

Diciamo che non gode di buona salute, anche se è una frase che si dice da almeno quindici anni. Il paradosso è che chi va in televisione non fa satira, perché se fai satira vera stai sulle palle a tutti, quindi è difficile che vai in televisione. Per esempio, Crozza: tante volte rideva lui stesso col politico che prendeva di mira. Per me lui è un grandissimo comico, poi c’è da dire che non è tutta farina del suo sacco e proprio per questo ultimamente viene fuori un pochino l’opinione politica dei suoi autori. Chi fa satira non è che non debba avere un’opinione politica, però deve cercare di essere il più obiettivo possibile.

E Luttazzi?

Per Luttazzi all’interno di Lercio ci siamo spaccati, nel senso che ci sono gli innocentisti e i colpevolisti. Io sono un po’ una via di mezzo, nel senso che per me ha sbagliato, però gli riconosco di averci insegnato a trattare certi temi e di aver parlato di temi di cui non parlava nessuno. Per esempio lui dieci anni fa parlava dell’ILVA, dove una sua battuta era «Taranto: dove la natura è illegale». Lui parlava del fatto che, l’allora ministro dell’Ambiente, la Prestigiacomo, era azionista del polo chimico di Priolo, in Sicilia, che era uno dei più inquinati d’Europa, quindi c’era un leggero conflitto d’interesse. Quell’analisi che sapeva fare Luttazzi mi manca, così come mi manca quando parlò della sconfitta di Veltroni nel 2008: aveva analizzato il modo in cui aveva vinto Bush e aveva applicato gli stessi criteri alla campagna elettorale italiana e diceva: «Berlusconi raccontava una storia: chi è il nemico di Berlusconi? i giudici. Qual è l’obiettivo di Berlusconi? Non andare in galera. Qual è, invece, l’obiettivo di Veltroni? Boh». E la gente cambiava canale.

Poi, oggi, il discorso della satira è complicato. Tutti con i social fanno satira. Non voglio fare nomi, ma ci sono delle pagine facebook in cui i post non sono nemmeno dei pezzi satirici; sono sfoghi da bar del tipo «Avete voluto tagliare questo…adesso vi beccate quest’altro!» Non è una battuta, è una considerazione che può fare chiunque.

Lercio però fa un’azione di satira originale, sfruttando i social in maniera intelligente.

Essendo venticinque autori di età diverse (tra il più vecchio e il più giovane ci sono circa venticinque anni di differenza), abbiamo formazioni e gusti diversi: c’è chi è più portato alla battuta nerd e chi invece è cresciuto con le pagine di Cuore, per cui c’è chi è più portato per la politica e chi per il costume. E infatti penso si veda che gli autori sono diversi. Chiaramente le discussioni sono all’ordine del giorno, perché a volte è successo che alcune battute, che io non avrei pubblicato, sono passate per la maggioranza e alla fine hanno fatto il botto, e viceversa.

State pensando di espandervi anche su altri social? Come ad esempio Youtube?

Ci piacerebbe molto, sarebbe un bel risultato, ma è sicuramente impegnativo e non ci si può improvvisare a farlo. Poi Youtube è un po’ come Facebook, tu sei a casa d’altri, sei l’ospite. Sì, sarebbe bello riuscire a ricavarci uno spazio; che poi, ci sarebbe, ovvero il nostro sito (Lercio.it).

 

Per ora, insomma, la satira italiana resta un po’ una Excalibur che attende ancora il suo Re Artù, ma nel frattempo qualcosa inizia a smuoversi e i ragazzi di Lercio stanno dando il loro contributo a questo processo. Siamo sulla strada giusta, restiamo sintonizzati per ulteriori aggiornamenti.

Nel frattempo, tiriamo le somme di questo Salone: non è la prima fiera di cui scriviamo su WM, ma l’appello è sempre lo stesso: partecipate alle fiere del libro, perché sono esperienze uniche e che sì, vi lasceranno il portafogli un po’ più leggero, ma anche il cuore. Il salone, è un luogo di incontri inimitabile, una scatola immensa di scoperte, conoscenza e arte. Certo, ogni cosa che è bella non vuol dire che sia perfetta, ma è sempre perfezionabile. In ogni caso, ricollegandoci alle parole di Nicola Lagioia: è un mare vasto, ma si sopravvive.