Dardust, all’anagrafe meglio conosciuto come Dario Faini, è l’artista protagonista della nostra intervista di oggi. La location dell’intervista è quella di Parco Tittoni a Desio, un parco che si affaccia su di una villa cinquecentesca davvero magnifica. L’appuntamento è alle 18 ed io, munita di blocco e penna, mi avvio verso il palco, dove si sta ancora svolgendo il Sound Check. Dopo qualche minuto Dario arriva e possiamo cominciare l’intervista. La prima cosa che mi dice vedendomi è:

D: bello il tatuaggio (ancora fresco di pellicola), io mi sono appena fatto la cover si Sunset On M. sul braccio!!

E: Wow, ci devi essere molto legato immagino..

D: Un sacco!

E: Ok, Dario se sei pronto incominciamo, innanzi tutto vorrei farti una domanda super personale, a che età hai iniziato a suonare?

D: Ho iniziato a 9 anni presso l’istituto musicale Gaspare Spontini di Ascoli Piceno, che poi era lo stesso dove hanno studiavano Giovanni Allevi e Saturnino, tutta la scuola ascolana insomma. Insieme a me suonava Giovanni, con la nostra cara Annamaria Bucci che orami credo avrà una bella età. (Sorride), Ho iniziato come tutti i pianisti con gli esercizi preparatori, col Pozzoli e Beyer, poi piano piano, Bach, poi Schubert per poi salire di livello.

E: Diciamo quindi che il tuo backround da pianista ti è servito come base per quello che hai fatto dopo, infatti ti volevo chiedere, sei considerato un compositore, un musicista ed un paroliere, a quale di questi ti senti più vicino come definizione?

D: Compositore direi, anche perché paroliere non credo, tra l’altro immagino che questa cosa di essere sognwriter, per un certo ambiente più indie, è una cosa scomoda. Però, al di là del fatto che non mi interessa quello che pensano gli altri…

E: Quindi ti consideri Indie?

D: Dardust come viene considerato? Un progetto pop?

E: In realtà è una via di mezzo, perchè il fatto di mescolare musica classica ed elettronica non ti colloca in nessun campo, è sempre un po’ nel limbo. Credo che la matrice pop derivi dal tuo passato come compositore di musica per personaggi come Mengoni o Alessandra Amoroso. Infatti mi stavo chiedendo come mai fossi approdato ad un progetto come Dardust?

D: Comunque adesso che ci penso bene, la definizione di prima è composer, anzi performer composer, cioè un compositore che dal vivo performa. Mi sono staccato da questa matrice iniziale, per seguire quella che fondamentalmente era la mia passione cioè comporre, e non so esattamente come sono arrivato qui!

E: Parliamo del tuo viaggio a tappe, sei partito con “7” che è stato registrato a Berlino, poi sei passato a “Birth” legato a sonorità nordiche, in particolar modo islandesi al mondo di Sigur Ròs e Johan Johansson. La tua ultima ed anche terza tappa sarà Londra. Questa volta a che artista pensi di poterti ispirare e dove pensi di registrarlo?

D: Non ne ho la più pallida idea, non vorrei cadere nella banalità di dirti in quali studi andrei, però sicuramente andrei a cercare delle location particolari anche a livello concettuale, cioè ti posso dire tutti gli artisti brit che mi hanno ispirato, che sono un botto. A partire da Bowie, però il tema lo voglio ancora scoprire, e quando lo farò, lo farò nella maniera più originale possibile. Senza cadere nelle ovvietà o nei luoghi comuni.

E: Per quale motivo hai deciso di fare un percorso a tappe e non una cosa singola?

D: Sì perché ho pensato che in Italia un progetto così, per uscire e per essere capito ed apprezzato aveva bisogno almeno di 3 dischi. E siccome quando ho iniziato a scrivere dovevo andare a cercare il management, il produttore e la distribuzione non avevo molto tempo. Poi le case discografiche prima ragionavano a lungo termine con i dischi, primo singolo, secondo singolo, terzo singolo, primo disco, secondo album adesso no. Se fai un singolo e ti va bene, chiuso il discorso. Quindi ho detto voglio far capire che è un progetto che, come start up, ha bisogno di 3 dischi e chi mi prende, mi prende in blocco.

E: Quindi in realtà, è un viaggio che deve fare anche l’ascoltatore oppure è solamente  personale?

D: No, è mio personale, ma se lo fa l’ascoltatore, ben venga

E: In “Birth” hai collaborato con Simone Cogo dei Bloody Beetroots, come mai hai scelto proprio lui che produce musica totalmente agli antipodi rispetto alla tua?

D: Perché mi piacciono proprio gli estremi e le sfide, la parte più power e strong in Birth comunque a livello competitivo, è anche la parte che mi ha fatto faticare tanto a livello di azione e produzione, appunto perché doveva convivere con tutto il resto, infatti il disco è diviso in slow e loud.

E: Tra l’altro mi sembra che sia l’unico pezzo dove c’è una voce.

D: Esatto

E: È lui o sei tu che canta?

D: No, no è un campione, mi piaceva proprio andare a indagare quell’aspetto,  perché c’è una parte di Birth che è molto loud, e lo è anche l’aspetto visivo anche se rimane una concezione diversa rispetto a quella dei Bloody Beetroots.

E: C’è qualcun altro con cui vorresti collaborare? Italiano e non?

D: Bè, ce ne sono tantissimi, mi piacerebbe avere in un brano la voce di Jònsi dei Sigur Ròs, ma so che sarà difficilissimo. Per l’Italia mi piacerebbe per esempio Lim, mi affascina molto a livello vocale ed anche come mondo, come background musicale. Mi piace molto il sound nei Niagara, mi appassiono di tante cose.

E: Quindi riesci ad ascoltare musica anche quando sei in Tour? Ti aggiorni, sei sul pezzo

D: Certo, è la cosa principale. Va beh il mio sogno è di lavorare con John Hopkins, ma manco te lo dico. Sarà la cosa più difficile del mondo.

E: Lui è molto forte, io ho scritto un pezzo su di lui, non è solo bravo come pianista, ma è tutto il lavoro che fa, esplorando sonorità elettroniche e classiche.

D: Sì e poi c’è una cura dei dettagli a livello di produzione e di flow proprio.

E: Esatto i suoni sono tutti scanditi e si sentono perfettamente anche nella mischia.

D: Però si sviluppano in maniera dettagliata e nel giro di un minuto, ci sono vari scenari a livello musicale che, si evolvono in un equilibrio incredibile.

E: Ho letto che hai partecipato al cast teatrale di Sweeney Tod di Tim Burton, volevo sapere qual’è il tuo legame con il mondo teatrale?

D: Cosa ho preso dal teatro? Ho preso una cosa importante cioè stare sul palco e dare valore alla performance live. Per questo io non avrei mai costruito uno show da producer o da dj senza avere un aspetto performativo, fisico, scenografico e coreografico. Infatti in Dardust ci sono due o tre momenti coreografici e la performance a livello fisico di tutti e tre. Quello che è fondamentale è di tenere alta l’energia. Sai, ho sempre sempre lavorato con produzioni grandi, in cui tutto veniva monitorato, si prendeva la multa se sbagliavi dizione, o se arrivavi 2 minuti in ritardo, se non mantenevi un certo livello di energia. La cosa più importante che ho preso dal teatro è tenere sempre alta l’energia anche se c’è una persona sola in sala.

E: Quindi il tuo palco è un po’ come se fosse il palco di un teatro?

D: Certo! Non a caso la prima di Birth è stata fatta a teatro.

E: Ti volevo chiedere un’ultima cosa, visto che la tua musica non è parlata, ma è solo suonata cosa vorresti che arrivasse agli altri?

D: Ognuno può proiettare, dato che non c’è la voce,  quello che vuole. L’unico riferimento che do è il titolo, poi dal titolo ognuno può scegliere la narrativa che vuole. Il bello infatti è proprio quello, perché la rende esportabile.

Elisa Donato