Che aspetto avrebbe l’Europa che tutti conosciamo se ogni comunità autonoma – omogenea e riconosciutasi come tale – ottenesse la propria indipendenza territoriale dai rispettivi stati di appartenenza? I risultati potrebbero sorprenderci. Una trasformazione radicale del continente farebbe impallidire ma mostrerebbe anche la diversità, anche profonda, di molti popoli “conviventi” all’interno degli stessi confini. Alcuni casi principali, i più vicini a noi italiani, soprattutto geograficamente, possono essere considerati più rilevanti nel marasma dei movimenti minori, abbondanti in Europa come nel mondo.

Il recente ‘imprevisto’ del referendum di indipendenza della Catalogna, è solo l’ultima e più clamorosa testimonianza del richiamo secessionista che sta attraversando tutta l’Europa. L’Italia è la prossima in prima linea per questioni ‘indipendentiste’, dove stavolta è in arrivo il referendum del 22 Ottobre. L’appuntamento in Lombardia e Veneto non è paragonabile al caso catalano. In primo luogo perché si tratta di due referendum consultivi sul cosiddetto “regionalismo differenziato”, dal chiaro valore politico ma con effetti pratici. Inoltre non vi è lo stesso clima di scontro con l’autorità centrale (Roma), e neanche le polemiche e le manifestazioni di piazza sono accostabili al fenomeno spagnolo. Qui lo spirito secessionistico in azione è stato sostenuto nei decenni da slogan come «Padania Libera», portati avanti dal partito della Lega di Umberto Bossi, che ha raccolto seguaci chiedendo indipendenza per il ‘popolo del Nord’.

L’altro caso eclatante in territorio europeo è rappresentato dalla Brexit della Gran Bretagna. La vittoria del fronte antieuropeista, cresciuto sempre di più – complessivamente tra i diversi stati – tra il popolo del Regno Unito ha fatto registrare malumori interni. La conquista di questa frattura con l’Ue ha alimentato ulteriori fratture intestine, rivalità anche storiche come per il caso scozzese. La Scozia ha sempre premuto per restare nell’Unione ma si è dovuta piegare al volere del resto della Gran Bretagna. Le percentuali mostravano una preferenza schiacciante per il Bremain nella fetta di popolazione scozzese. Non si è spenta, anzi è stata alimentata, la pretesa scozzese di maggiore autonomia dal regno: in passato la Scozia ci ha già provato con il referendum del 2014, conclusosi con un sostanziale fallimento. Gli altri dell’exit – ma dal Regno Unito – sono il Galles e la Cornovaglia, con avvenimenti di minore intensità e forza politica.

Negli ultimi decenni è aumentata la portata del nazionalismo nelle Fiandre, soprattutto in relazione al suo peso politico, tanto da minare la governabilità del Belgio, in particolare nel 2010 quando i belgi restarono senza un governo per più di un anno. Nessun grande passo è stato fatto di recente in direzione dell’autonomia fiamminga, e la crisi è successivamente rientrata. Nel periodo di crisi di governo gli indipendentisti sono arrivati ad avvicinarsi pericolosamente alla maggioranza assoluta di seggi all’interno delle Fiandre. E si tratta di un fatto del tutto nuovo: dalla creazione dello Stato belga nel 1830 il nazionalismo fiammingo ha sempre fatto parte della politica belga, ma i partiti nazionalisti sono sempre rimasti una piccola minoranza nel panorama politico. Ma alla delusione dei partiti tradizionali la risposta autonomista è stata silenziosa ma in crescita, considerato anche che i Fiamminghi sono circa il 60 per cento della popolazione in Belgio contro il 40 dei francofoni Valloni e Brussellesi.

Non sta tutto in Catalogna il risveglio indipendentista presente in Spagna. Come è noto, negli anni scorsi grandissimi problemi furono causati dai Baschi, con l’Eta a compiere diversi attentati terroristici. Le organizzazioni terroristiche hanno nettamente allentato la presa, ritirandosi di fatto, ma ancora oggi i Paesi baschi rivendicano la propria indipendenza, nonostante la massima autonomia di cui godono. Anche le enclaves di Ceuta e Melilla potrebbero aspirare all’indipendenza o al ricongiungimento col Marocco, eventualità desiderata da molti anni da Rabat. E movimenti minori indipendentisti si trovano anche nelle Canarie, in Galizia, Aragona e Andalusia.

Anche i vicini francesi hanno a che fare da anni con gli indipendentisti. In Corsica, storicamente incline al distacco dalla madre Francia, le tensioni evidenti nelle manifestazioni e negli scontri con le forze dell’ordine dell’ultimo anno, dipingono una pericolosa situazione di instabilità in cui le battaglie separatiste si mescolano alle proteste studentesche. Dopo le elezioni del dicembre 2016, con cui è salito al governo regionale corso il partito indipendentista ‘Pé a Corsica’, sarebbe dovuto crescere il potere delle rivendicazioni corse nel dibattito politico nazionale. Ma sembra sia rimasta l’indifferenza e l’ostilità delle istituzioni francesi nei confronti dell’isola. Non va dunque sottovalutato il malessere della Corsica, ora che il movimento per l’indipendenza ha ottenuto la piena legittimazione politica. Minoritari sono poi i casi della Bretagna e dell’Occitania, tutti col desiderio di fuga.

Interessante è il caso della Svizzera. La Confederazione elvetica è con tutta probabilità la nazione che ha risolto meglio il problema e che gode dei frutti di precise scelte: lingue diverse, ordinamenti diversi, leggi diverse per ogni cantone. Tutti i 26 enti territoriali autonomi hanno una propria costituzione, un proprio parlamento e una giurisdizione indipendente e l’ultimo cantone riconosciuto come tale, e quindi meritevole di ‘indipendenza’ è il Canton Giura, creato nel 1978. Qui la tradizionale neutralità non è l’unica caratteristica che rappresenta la ‘tranquillità’ del popolo svizzero: la suddivisione in cantoni ha fatto sì che venissero riconosciute tutte – tantissime infatti – le comunità in un territorio relativamente poco esteso, consentendo un equilibrio più unico che raro.

Per ultima, nel puzzle che sta componendo un’Europa più frammentata di quanto possiamo immaginare, la Germania. In uno stato federale, già quindi suddiviso in enti che godono di autonomia, chi aspira all’indipendentismo è la Baviera, dove esistono alcuni gruppi favorevoli alla secessione da Berlino, come il Beyernpartei. Ma dopo la netta divisione della nazione a seguire dei conflitti mondiali, i tedeschi non apprezzano l’idea autonomista, così come la creazione di nuove frontiere interne. Un’idea a dire il vero sostenuta dai vertici europei, dalla Commissione al Parlamento, che vedono nella separazione da stati sovrani dei sintomi di instabilità, nuovo imperativo per il mantenimento di una solida economia continentale, oltre che delle nazioni interessate.