It might be over soon, potrebbe finire presto o forse no.
Ci sono dischi che non finiscono e ce li portiamo dietro per tanti anni, per sempre, dischi che hanno la capacità di increspare il tessuto della nostra realtà e lasciare nei nostri cuori un impulso profondo, che ci spinge ad ascoltarli senza mai stancarci.
Che album ascolteremo fra dieci anni?

La domanda è di quelle pesanti e la prima lista che ho stilato contava dieci pagine di dischi, impossibile. L’ho ridotta: una, due, tre, dieci volte; ora è quasi decente e vorrei condividerla con voi.

I Bon Iver quest’anno sono tornati, con un disco che non potevo non citare. Un disco che è venuto fuori da un’altra dimensione, una realtà completamente diversa dalla nostra ma perfettamente parallela. Justin ci regala qualcosa che, nel bene o nel male, ci scuote nel profondo.
Non è nuovo a dischi che lasciano impronte profonde nelle persone però 22, a milion è qualcosa di diverso; è un opera d’arte che ti porta fuori e ti trascina nei recessi più profondi dell’animo umano.
Tra arrangiamenti spaziali, voci campionate ed atmosfere da sogno Justin Vernon ci regala una perla di rara bellezza.

Discorso diverso vale per “l’uomo venuto dallo spazio”, David Bowie. L’otto gennaio 2016 David pubblica il suo album Blackstar e tra lo sconcerto generale il dieci gennaio ci abbandona e si spegne per sempre. Emblematico il fatto che ad anticipare l’album ci sia il video del singolo Lazarus, dove Bowie veste i panni di un Lazzaro moderno per morire e poi tornare a vivere.
David ci lascia un auto-epitaffio e ci fa capire, addolcendo la storia, che è malato e dovrà lasciare questo mondo, presto.
Ziggy ci lascia un disco bellissimo, l’ultimo atto di un uomo ed un’artista che non si è mai fermato ed ha lottato fino alla fine, anno dopo anno. Trasformazione dopo trasformazione.

Discorso simile vale per You want it darker, ultima fatica di Leonard Cohen che come Bowie, profeticamente, annuncia di essere pronto ad affrontare l’ultimo viaggio della sua vita; ci lascia poco dopo averlo pubblicato.
Non Cambia niente, eppure Cohen ci confeziona un disco che suonerà nelle nostre orecchie per molto tempo, l’addio splendido di un uomo che ha vissuto e sofferto in pieno, ed alla fine si prende l’unica responsabilità che è consapevole che doveva addossarsi sin da quando è nato: morire.

Hineni, Hineni
I’m ready my lord.

Altro disco che merita una menzione in questa particolare lista è Carrie&Lowell di Sufjans Stevens, così intimo e malinconico da lasciarci(mi) a bocca aperta. Oltre che per il carico emotivo che serpeggia in ogni traccia e la forza di queste melodie, per la forma straordinaria che questo signore ha donato a dei pezzi che, per sua stessa dichiarazione, in molti casi sono stati registrati in stanze di un hotel con un cellulare. Ci racconta di una maliconia vissuta e metabolizzata, raccontata per noi e confezionata in maniera impeccabile.

Arriviamo alla fine di questa piccola lista e incontriamo un’artista che negli ultimi anni ci ha stupito in tanti modi. L’ultimo è stato Caustic Love e si stiamo parlando di Paolo Nutini, che ci(mi) ha lasciato a bocca aperta dopo questo disco così completo e ricercato, contando che il ragazzo ha solo 28 anni. Paolo ci trascina in atmosfere vintage, rimaneggiate abilmente, tanto che sembra di andare indietro di almeno 30 anni ascoltando questo lavoro.
Quello che più ci resta dentro è la consapevolezza, e perchè un pò di spocchiosità, di un’artista che sa di poter lasciare il segno e non lo nasconde per niente, anzi lo sventola al mondo.
Caustic Love è un lavoro completo che ascolteremo non solo fra dieci anni, ma anche fra venti o trenta. Di questo ne siamo sicuri.