Il suono che si evolve in forme astratte, spigolose oppure morbide: un fluido avvolgente in continuo mutamento, l’elemento principale di un mondo generato dal caso e alimentato dall’elettricità. Frequenze sfuggenti, come agenti predisposti al mantenimento del disordine, che appaiono e scompaiono in un attimo. Schegge impazzite.
Tutto è sotto controllo. Non c’è pericolo.
In una piccola stanzetta illuminata dalla debole e fredda luce di un monitor, due maestri dell’elettronica giocano a fare Dio con il suono. Gli Autechre, criptici e sfuggenti come la loro musica, da vent’anni cercano il limite estremo dell’astrattismo sonoro e compositivo superandolo costantemente. Da vent’anni cercano il futuro

Intelligenza Artificiale

Nel 1992 la neonata e all’epoca sconosciuta Warp Records rilascia “Artificial Intelligence” una compilation che divenne, l’anno dopo, una serie di album. Erano le basi di quell’elettronica che avrebbe influenzato ogni genere musicale esistente.
L’operazione Warp Records era mirata a far conoscere un tipo di musica elettronica che poteva essere ascoltata seduti comodamente in soggiorno, e non solamente ballata. Tra gli alfieri spiccavano nomi, ora leggendari, che all’epoca erano semplici ragazzi fissati con la techno e Brian Eno: Aphex Twin, The Black Dog, Alex Paterson (poi The Orb) e i nostri Rob Brown e Sean Booth aka Autechre.

Il risultato di quei primi esperimenti avviò una rivoluzione musicale che portò alla creazione di un genere sventuratamente chiamato IDM, Intelligent Dance Music, una definizione che i puristi odiano, ma che meglio di ambient-techno definisce l’essenza musicale di quei primi lavori: melodie eteree si scontrato con le martellanti drum machine, il soffice suono dell’Oberheim, tanto caro a Eno, collide con l’acido del Roland TB 303 di Chicago.
In questi anni gli Autechre tirarono fuori tre capolavori: “Incunabula”, “Amber” e “Tri-Repetae”, e cominciavano a creare il loro sound distintivo. Ma per loro e per gli altri artisti “elettronici”, la nebbia verso il suono del futuro si era appena diradata.

Ripetizione e variazione

Riascoltare ora quei primi tre album non è semplicissimo. Il suono è plastico, analogico, mentre noi siamo sempre più abituati a frequenze sterili e digitali. Già nel 1997 il duo inglese capì subito che il futuro della musica elettronica era nei computer, nei neonati software di modellazione sonora. Dopo “Chiastic Slide”, un disco di transazione in cui già si intuiva la brusca virata tecnicista degli Autechre, nel 1998 uscì il loro capolavoro: LP5, un album che all’epoca lasciò tutti a bocca aperta.
La musica era diventata complessa, ancora più fredda, e le melodie si erano nascoste sotto una fitta coltre di suoni metallici al limite del sopportabile. Suoni che nessuno aveva mai sentito, che nessuno aveva avuto ancora il coraggio di definire musica. In LP5 e nel successivo EP7 la tecnica prese il posto dell’anima. Un’operazione soprattutto estetica oltre che musicale.

Ancora oggi, nonostante la grande l’evoluzione dei software musicali – nel 1997 molto più rudimentali e inaccessibili – è difficile immaginare la mole di lavoro necessaria per creare sculture sonore come “Acroyear2”, “Dropp” o “Voise Inn”: esperimenti musicali per la ricerca del limite tra musica e rumore. Un limite che gli Autechre continueranno, anche nel nuovo millennio, ad assottigliare sempre di più, mettendo alla prova l’ascoltatore con album sempre più striduli e pungenti.

Nel 2001 fu il turno di “Confield”, un disco che tocca picchi di ricercatezza sopportabili solo ai veri amanti dell’elettronica e che ha influenzato i generi musicali e gli artisti più disparati: il “rap” dei nostri Uochi Toki, il glitch di Fennesz e il pop impegnato dei Radiohead. Seguirono “Confield”, “Draft 7.30” e “Untilted”, che alzarono ancora di più l’asticella fino al limite estremo raggiunto con la mastodontica “SUBLIMIT”, 16 minuti di frequenze attorcigliate; suoni contorni e tortuosi; variazione e ripetizione. Ripetizione e variazione.

Pausa e ripartenza

Era opinione comune che la musica degli Autechre con “Untilted” raggiunse un livello di complessità molto, e forse troppo, alto. Probabilmente se ne accorsero anche loro.
Superati i primi anni del nuovo millennio il duo cambiò modo di produrre. I suoni tornarono a essere caldi e meno spigolosi e la gestazione dei brani passò da un approccio analitico e calcolato a un approccio più spontaneo: da tante lunghe jam gli Autechre tirarono fuori brani più brevi e accessibili.

Ma il vero cambiamento che gli Autechre iniziarono con “Quaristice” del 2008 e proseguirono con “Overstep” del 2010 non aveva a che fare con il contenuto, ma con il metodo di distribuzione della musica. Sean e Rob intuirono che ci voleva una rivoluzione anche nei modi in cui l’artista diffonde la propria arte, e con un anticipo di qualche anno rispetto all’esplosione dei servizi di streaming musicale, dichiararono che il prodotto principale del loro lavoro era il file FLAC, il formato per la musica in alta qualità, e che le copie fisiche servivano solo a chi aveva ancora bisogno di sentire materialmente e non solo mentalmente la musica.

Con questa filosofia vennero pubblicati in digital-only gli EP “Quaristice.Quadrange.ep.ae”, lungo due ore e mezzo, e “Move of Ten”, stampato in cd e vinile solo qualche mese dopo la pubblicazione.
Col senno di poi, questo periodo caratterizzato da album più semplici, suona quasi come una presa in giro.
Con gli anni ’10 del nuovo millennio sarebbe arrivata un’altra rivoluzione epocale nella musica elettronica. E ancora una volta loro vedeva gli Autechre protagonisti.

L’apoteosi del suono

Exai, il loro ultimo album uscito nel 2013, è un manifesto sulla manipolazione sonora, una dichiarazione di intenti per i posteri, che apre un’altra ennesima strada per il futuro. La musica che si sviluppa in modo isterico e frammentato per oltre due ore è una perfetta riproduzione del frenetico mondo che ci circonda; un mondo instabile, ma controllato. Come quelle frequenze atonali e sfuggenti che appaiono e scompaiono sul grande tappeto acustico che racchiude l’intera opera: sezioni ritmiche che sembrano non seguire una metrica, sintetizzatori distrutti, melodie nascoste nel frastuono generale, e poi qualche sprazzo di familiarità, qualche appiglio a cui aggrapparsi e dai cui ricadere.

Ma tutto è sotto controllo. Non c’è pericolo.

La musica di Exai è unica, nessuno ora immaginerebbe di ricreare i suoni e le strutture che gli Autechre sono riusciti a plasmare. Il loro lavoro, ormai totalmente digitale, non è basato sui comuni software che tutti bene o male possiamo imparare a utilizzare. Exai, così come la musica dei loro live, è composto su programmi, il termine esatto sarebbe “patch”, che loro stessi hanno costruito all’interno del software di generazione sonora Max/MSP, uno dei più complicati e vasti sistemi di programmazione esistenti. Modelli che secondo gli Autechre sarebbero capaci di generare automaticamente ore di musica basandosi su alcuni input e lavorando poi in modo randomico, in collaborazione fra loro. L’umanità sembra ormai scomparsa. Oppure no?

Qui risiede anche l’altro lato della rivoluzione musicale che hanno avviato con “Exai”: è la macchina a generare il suono, ma ogni meccanismo su cui si basa questo procedimento è controllato dall’uomo fin nei minimi dettagli, fin nella più piccola frequenza. Un caos ordinato. Un grande passo verso il futuro che va oltre il mero discorso musicale, che racchiude in sé anche una morale filosofica. Ognuno di noi decida quale.

Nel frattempo noi comuni mortali attendiamo qui la prossima mossa degli Autechre consolandoci con la loro ultima uscita, il frutto completo dei loro ultimi ritrovati tecnologici, “Elseq 1-5” duecentoquarantasette minuti e quarantotto secondi di paesaggi sonori incontaminati tra cui perdersi.