Un ragazzo riferisce: “Appena arrivato a piazza della Catalunya ho visto venire un furgone e sentivo le grida di molte persone. Alcune hanno cominciato a colpire il furgone ma il conducente del furgone ha iniziato a procedere a zigzag sulla Rambla a destra e a sinistra.” Un altro descrive la scena sulle scale della metropolitana: “Pensavo che fosse un incidente d’auto ma le persone che scappavano dentro la stazione della metro urlava che si trattava di terrorismo mentre fuggiva ferita e sanguinanti.” Usciva da un negozio il giovane che racconta: “Ho sentito molta gente gridare e contemporaneamente il furgone che scendeva lungo la strada. C’erano tanti corpi a terra lungo la Rambla, era un’immagine terribile.

Queste alcune testimonianze dirette dai luoghi dell’attentato terroristico di Barcellona, nel pieno centro turistico della città. La Rambla, una via pedonale ricca di chioschi e bancarelle, artisti di strada e venditori di ogni tipo, è stata l’amara protagonista dell’attentato eseguito – ancora una volta – con un furgone. Il mezzo lanciato a circa 80 km/h, dopo diversi urti con le persone e con gli oggetti, ha fermato la sua corsa dopo 500 metri dalla grande piazza della Catalunya in seguito all’esplosione degli airbag e l’arresto automatico del motore. 15 le vittime sull’asfalto, decine e decine i feriti. Catturato l’attentatore e ancora ricercati alcuni uomini collegati all’organizzazione dell’attacco, che poteva essere più disastroso se portato interamente a termine con l’ausilio di altri due furgoni e di un centinaio di bombole di gas (quelle ritrovate ed esplose in uno dei punti di ritrovo dei terroristi).

Spagna, Finlandia, Russia. Chi è il prossimo? Qualche giorno fa su un canale Telegram frequentato da sostenitori dello Stato Islamico è apparsa una nuova minaccia-terrorismo contro l’Italia. I riferimenti su chi potesse essere il prossimo non lasciavano spazio a dubbi: una bandierina italiana rispondeva all’interrogativo a fine elenco. e appena sotto una bandiera italiana. Nei messaggi su questo gruppo di Telegram venivano fatti anche riferimenti a personaggi storici: Tariq ibn Ziyad, un capitano musulmano che guidò la conquista araba della penisola iberica nell’VIII secolo dopo Cristo; e Omar al Mukhtar, protagonista della resistenza anti-coloniale contro l’Italia negli anni Venti. Due personaggi impegnati in periodi storici molto distanti – da ogni punto di vista e soprattutto da noi contemporanei – contro due stati europei, la Spagna e l’Italia.

Dobbiamo preoccuparci? Quelle scene di terrorismo descritte per le morti sulla Rambla, così come quelle di Londra, Berlino, Nizza, Parigi – e le altre – possono diventare realtà anche nel nostro Paese? Certo che sì. Non si tratta di un atteggiamento nuovo nei confronti dell’Italia, e sicuramente la preoccupazione non deve essere concentrata nell’oggi quanto nel domani. In che senso? Andando per gradi: dopo gli attentati in Catalogna l’Italia è rimasta l’unico grande paese dell’Europa occidentale a non essere stato ancora colpito da un attentato dello Stato Islamico. La Spagna non era un obiettivo dai tempi della strage di Madrid di quasi quindici anni fa, ed erano altri tempi e altri terroristi: si trattava di al-Qaeda. Adesso, si potrebbe dire, siamo rimasti solo noi!

Le ragioni su cui discutere sono molteplici: a differenza di molti paesi nord-occidentali dell’Europa, l’Italia ha una comunità di immigrati musulmani di seconda generazione – per intenderci compresi tra i 15 e i 25 anni, ovvero coloro che sono più influenzabili dalla propaganda del terrorismo dello Stato Islamico anche e soprattutto a livello social-mediatico – molto più ridotta; gli italiani che hanno deciso di andare a combattere in Siria e in Iraq sono qualche decina, un numero notevolmente più basso di quello registrato in paesi come per esempio Francia e Belgio, dove si parla di quantità significative come migliaia di persone; i foreign fighters italiani ritornati dai teatri orientali di guerra, inoltre, sono molti meno rispetto ai gruppi contro i quali le polizie di altri paesi europei si sono ritrovati a fare i conti.