Siamo alle porte di Febbraio e sappiamo già quale sarà il frutto più chiacchierato dell’anno: l’albicocca.

Come mai? Grazie al film di Luca Guadagnino: Chiamami col tuo nome/Call me by your name.

In lizza per ben quattro Oscar, l’ultimo film della trilogia del desiderio (che comprende I am love e A bigger splash) scava nei ricordi di tutti gli spettatori che lo guardano trascinandoli in quell’estate afosa del 1983, da qualche parte in Lombardia, in cui nasce e si consuma l’amore tra due ragazzi: Elio e Oliver.

Procediamo con ordine: il film è tratto dall’omonimo romanzo del 2007 di André Aciman e i due protagonisti sono interpretati magistralmente da Thimothée Chalamet (Elio) e Armie Hammer (Oliver). Il film, come già detto, è ambientato negli anni Ottanta e rappresenta un po’ quello che si potrebbe chiamare l’amore di formazione che tutti, almeno una volta, abbiamo provato. Dirompente, ostinato, profondo e, come spesso accade, destinato a morire presto.

Descrivere la trama sarebbe inutile, questo film non va raccontato, va gustato di persona. Ma ci si può permettere di fare qualche considerazione a riguardo o, perlomeno, di tracciare una sottile linea attraverso i suoi simboli ricorrenti e le loro diverse interpretazioni:

Le Albicocche

Questo film non è semplicemente un colorato e raffinato disegno dell’amore omosessuale, ma un manifesto della giovinezza e soprattutto, dell’amore giovane, quello che viene rappresentato per l’intera pellicola dalla figura dell’albicocca.

C’è un bel discorso, nei primi minuti del film, in cui il padre di Elio e Oliver discutono sull’etimologia della parola “albicocca”. Oliver spiega come questo termine non derivi dall’arabo, come inizialmente aveva supposto il professore, ma dal latino: praecoquus (precoce), a sua volta dal verbo praecoquĕre, cioè “maturare precocemente”. Un chiaro riferimento all’amore tra i due ragazzi che nasce e si distrugge nell’arco temporale di un’estate, ma anche un riferimento al personaggio di Elio: diciassettenne che passa le giornate a trascrivere e suonare musica, che scopre l’amore nell’età in cui sarebbe appunto “precoce” farlo, ma la stessa in cui, per forza di cose, si è più indifesi e troppo immaturi per valutare le cose con raziocinio. L’albicocca, in questo senso, può essere vista come rappresentazione del desiderio dei protagonisti, la loro pulsione sessuale, il loro desiderio di possesso.

Le Mosche

Non può passare inosservata la presenza costante di mosche in alcune scene del film. È difficile pensare che con una regia così attenta ai particolari sia stata lasciata al caso una presenza così invadente: facendo un’analisi più accurata possiamo notare come in realtà le mosche appaiano principalmente in determinati momenti del film; per esempio quando in una scena iniziale Elio è da solo in camera e inizia a toccarsi. C’è un simbolismo dietro questo dettaglio? Probabilmente sì. La mosca è un animale che di primo acchito si associa allo sporco, ma non è totalmente corretto: più nello specifico le mosche sono attratte dai cibi e dalle sostanze polpose e umide, per esempio dalla carne. In questo senso, si potrebbe collegare la figura della mosca al desiderio carnale intrinseco nel personaggio di Elio.

La villa

Luca Guadagnino ha scelto con molta cura le sue location, la villa in cui il film è stato girato è stata per molto tempo il sogno del regista, che infine ha desistito dall’acquistarla a causa del suo prezzo esorbitante. La villa risale al XVII secolo ed è stata allestita da Violante Visconti di Modrone, figlia di un duca lombardo, che non è una set designer, ma sicuramente una persona con un gran gusto e soprattutto una cultura approfondita di ciò che poteva esserci o meno nella villa di campagna di una famiglia borghese degli anni Ottanta.

Giulio Ghirardi ©
Giulio Ghirardi©

 

 

 

 

 

 

La villa, per quanto riguarda lo spettatore, potrebbe essere posizionata su un altro pianeta: lontana apparentemente da tutto, immersa nella natura, circondata da ruscelli e laghetti. Gli spazi interni sono ampi, ogni finestra affaccia su vedute smeraldine, lo stile shabby-chic, unito a un rustico antico, da cui la casa è colmata rende gli ambienti accoglienti e famigliari senza essere pretenziosi. Nonostante la storia si svolga in estate e nonostante la glicerina a mo’ di sudore sulla pelle degli attori, ciò che traspare dallo schermo è un rilassante quanto ambiguo senso di frescura: manca quella tradizionale componente afosa (i tipici panorami riarsi del sud) che di solito compare nei film estivi italiani. Tutto sembra essere inglobato dal sentimento fresco di Oliver ed Elio e dalla giovinezza pura di quest’ultimo.

Le statue elleniche

L’amore tra Elio e Oliver è stato contestato su alcuni social, dove si è fatto notare che la differenza di età tra i due giovani fosse troppo ampia e quindi perversa. In realtà, bisogna considerare un dettaglio molto importante: il fatto che la storia si svolga durante il ritrovamento di alcuni bronzi ellenici. I bronzi potrebbero fare riferimento non solo a un’idea estetica ben precisa (lo statuario Armie Hammer non è stato scelto a caso), ma anche alle relazioni tutt’altro che insolite che nascevano nell’antica Grecia tra maestro e allievo o, più in generale, tra un uomo adulto e un fanciullo, cioè un adolescente. Queste relazioni erano completamente normali e ricoprivano un ruolo di primaria importanza nella vita del ragazzo: sancivano la sua iniziazione, erano una sorta di rito di passaggio nella società.

Sempre riguardo alle statue elleniche, c’è una scena meravigliosa in cui una statua di bronzo viene fatta emergere dal lago di Garda: è il momento in cui questo simbolo acquisisce maggior vigore. Sembra proprio che quella statua antica appena ritrovata, affiorata dalle acque del lago sotto gli occhi di tutti, rappresenti le pulsioni e i sentimenti di Elio emergenti dal suo inconscio.

Infine, nella prima manciata di minuti del film ci sono alcuni fotogrammi che mostrano i costumi di Elio e Oliver appesi nella vasca da bagno: questi piccoli frammenti portano lo spettatore a nutrire un senso di intimità profondissimo (chi non ha mai steso il proprio costume nella vasca?) e allo stesso tempo una sorta di feticismo neanche troppo timido, dove i costumi lasciati ad asciugare sembrano annunciare quasi in modo sfacciato l’esplosione del desiderio carnale imminente.

Su questo film è stato detto molto, in molti lo associano a un omaggio al voyeurismo di Bertolucci, ma i riferimenti potrebbero essere potenzialmente infiniti, ecco perché qui non ne faremo nessuno. Questo è un film che merita di essere riconosciuto per la sua unicità e la sua bellezza delicata, non può essere catalogato nemmeno come omosessuale, perché guardandolo si perde completamente, scena dopo scena, la percezione di un’identità sessuale, per lasciare spazio all’identità dei sentimenti e alla fisionomia dell’amore, che gode di una perfetta anonimia di genere.

 Aspettiamo che finisca l’estate

risponde Elio con una semplicità disarmante alla domanda che Oliver gli pone una volta arrivati nella piazza del paese deserta: «Cosa fate qui?»

Fosse stato per noi, non avremmo mai fatto finire l’estate.