Con quale frequenza raccontiamo la storia della nostra vita?
Aggiustandola, migliorandola, applicandovi tagli strategici?
E più avanti si va negli anni, meno corriamo il rischio che qualcuno intorno a noi ci possa contestare quella versione dei fatti, ricordandoci che la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato.
Agli altri, ma soprattutto a noi stessi.

 

Il piccolo volume di Julian Barnes può piacere o meno, sia dal punto di vista della trama sia dal punto di vista dello stile: un registro leggero e senza troppe pretese. È una lettura che impegna poco più di un pomeriggio di sole, non stanca ed è talmente breve che non dà nemmeno il tempo di annoiarsi.
La narrazione è tenue e lineare, niente di particolarmente estroso. La storia è semplice e abbastanza chiara: il protagonista, il suo gruppo di amici, la sua ragazza e il fatto che lei diventi la ragazza di un altro ma, purtroppo, non un altro qualsiasi.

Ci sono ampi spazi di respiro e riflessione, e ci scappano anche due risate.
Peccato il finale: lo sconsiglio caldamente, credo che l’editoria avrebbe potuto tranquillamente farne a meno.
Il libretto di Barnes, però, pone l’accento su qualcosa con cui tutti prima o poi dovremo fare i conti: la memoria.

Attenzione!

Non si parla di memoria assoluta, qui la memoria è una cosa strettamente personale, un’accozzaglia di informazioni raccolte e stipate in scatoloni sistemati alla bell’e meglio nella propria soffitta.
La memoria è raccontata e in questo modo si trasforma in una storia a parte: un ricordo arrangiato, sistemato, tagliuzzato qua e là, un ricordo che diventa più interessante, più affascinante, più coinvolgente. Anche più sofferente, certo. Dipende tutto dall’intenzione che si ha, dallo scopo che si persegue e dall’ascoltatore che ci siede di fronte. Se poi l’interlocutore non può nemmeno obiettare e smentire ecco che la fantasia prende il sopravvento e uno “Scusi” al supermercato può diventare l’occasione – persa – di trovare l’amore della vita.
Qualcosa cambia se Alter ed Ego comunicativo si sovrappongono, come nel caso de Il senso di una fine, dove il protagonista è messo alle strette da una lettera che lui stesso ha scritto, decisamente poco somigliante alla copia impressa nella sua mente, che lo costringe anche a ridimensionare l’opinione che aveva di sé.

Il romanzo breve/racconto lungo di Barnes è diviso in due parti: nella prima sarete amici e convinti sostenitori del protagonista, nella seconda penserete che avrebbe dovuto prendere due schiaffi in più quando era piccolo.
Ricordiamoci, però, che è umano e, meraviglia delle meraviglie, anche noi lo siamo.

 

 

Photo credit: The Rerum Natura