Qualche giorno fa ho avuto la fortuna di imbattermi in una di quelle rare dichiarazioni capaci di posizionarsi, con quell’ istinto da killer d’area piccola che solo i geni e i paraculi possiedono, in quel martoriato territorio semantico dove convivono il merdone annunciato e la verità incontrovertibile.

Lil Wayne (ve lo ricordate Lil Wayne, sì?) durante un’intervista in un serale della ABC, Nightline, ha fatto precipitare la temperatura dello studio dichiarando che lui, che è “Young, Black, Rich”, col movimento Black Live Matters non c’entra niente. Anzi, nemmeno gli risulta tanto chiaro che senso abbia la cosa. Il buon Weezy, che sarà pure un Milli disinformato e superficiale ma non è nato ieri (o almeno non è nato ieri chi si occupa del suo ufficio stampa), ha fatto marcia indietro sostenendo di essersi semplicemente adeguato alla piega nonsense che l’intervista stava prendendo. Un’arrampicata sugli specchi che non ha convinto i più e che qualcuno dal web ha descritto efficacemente come il momento in cui Lil Wayne ha perso il suo “seat at the table”.

A Seat At The Table”, che non a caso è il titolo del bellissimo disco con cui Solange Knowles ha finalmente dismesso i panni della sorella minore, è l’immagine potente di una richiesta precisa: rivendicare per sé il diritto alla complessità e farlo misurandosi con la collettività.

Ora, che il superuomo à la Kanye è in crisi se ne erano ormai accorti pure i sassi. Il maschio alpha che batte il pugno sul tavolo per il suo croissant (highlight memorabile di Yeezus che ci accompagnerà fino alla fine dei nostri giorni) e che schiaccia la vita col Range Rover sembrerebbe addirittura il retaggio di un hip hop edonista e quasi imbarazzante spazzato via per sempre da dischi come To Pimp a Butterfly o Coloring Book.

Oggi Kanye West non si paragona più a Gesù Cristo ma gioca quasi a fare il San Giuseppe con le sneakers di design (Wolves), Beyoncè può permettersi citare New South Negress tra una promessa da sugar mama e l’altra (Formation) mentre Frank Ocean beh, somiglia proprio a Trayvon Martin (Nikes).

L’hip hop del 2016 sa bene che non c’è niente di più politico del privato. Quando un paio di mesi fa mi sono ritrovata a dover recensire Blonde la prima impressione che ho avuto (e anche l’unica a resistere ai ripetuti ascolti necessari) è stata quella di trovarmi di fronte, nel bene e nel male, ad un impeccabile esercizio di sintesi. Blonde in poche parole è il perfetto manuale di produzione di un album nel 2016.

Ci sono le riflessioni sulla vita e sulle relazioni rubate agli amici e alla notte, anche se la sua Facebook Story può solo impallidire di fronte al disincanto di Angie Extravaganza e del suo monologo incastonato da Blood Orange nella sua bellissima Desirèe (un motivo in più per includere Freetown Sound e Paris Is Burning nel programma di tutte le scuole del regno).

Ci sono i riferimenti trasversali che spaziano dagli arrangiamenti barocchi di Seigfried al dream pop à la Durutti Column di Ivy : la prova provata che non è più possibile considerare il post punk ad appannaggio esclusivo di ragazzini bianchi tristi e denutriti (citofonare The Weeknd o Danny Brown per ulteriori conferme).Poi ci sono i racconti fiume, a chiosa.

Futura Free, è lo stream of consciousness a cui Frank Ocean affida la chiusura del disco ed il paragone con Kendrick Lamar e la sua Mortal Man è immediato. Il parallelismo tra i due brani, suggerito in primo luogo dalla forma, diverge però bruscamente e lo fa quando dello stesso soggetto narrativo viene fatto uso diametralmente opposto. L’oggetto narrativo in questione è Tupac Shakur.

In Mortal Man il rapper californiano, cui viene data voce attraverso una sua vecchia intervista per un’emittente svedese, è il profeta compianto di una generazione intera: l’immaginario dell’album fino ad allora nascosto dietro ad un titolo criptico, To Pimp a Butterfly, si dipana, semplice eppure minaccioso, una specie di helter skelter raccontato da Esopo. Tupac è un Huey Newton che non ha mai smesso di credere nel sistema scolastico: è sì l’uomo forte, ma soprattutto, è l’uomo consapevole.

Tuttavia Frank Ocean, uno che ha fatto del suo esasperato amore per l’anonimato la sua campagna più efficacie, non è Kendrick Lamar e il suo Tupac non è un guerriero.

They tryna find 2Pac

Don’t let ’em find 2Pac

He evade the press

He escape the stress

Morto oppure solo ben nascosto secondo i cospirazionisti più impenitenti, per Frank Pac ha conquistato il suo diritto ad appartenere a sé stesso soltanto, si è fatto abbastanza piccolo da poter essere amato senza essere temuto.

Ora si può credere che l’hip hop nel 2016 si risolva in questa dicotomia. Oppure no. Io ho deciso di buttare i miei due cent sul compromesso che ha preceduto il presente e che nel presente è più vivo che mai, anche se non ha mai funzionato. Io il compromesso lo chiamo Nina Simone.

I Wish I Knew How It Would Feel To Be Free

Quando firma il suo primo contratto discografico nel 1958 per la Bethlehem Records Nina Simone ha 25 anni. Ha una situazione finanziaria incerta, un marito sbagliato e il sospetto di aver sbagliato, oltre che il marito, pure carriera. Purtroppo per lei, non riuscirà a liberarsi di nessuno dei tre.

La giovane Eunice non riesce a trovare spazio perché il colore della sua pelle sembra nemico del suo talento. La disciplina e l’applicazione in cui costringe la sua giovinezza non bastano a fare di lei la più brillante interprete di Bach del suo tempo né tantomeno l’interprete modesto delle sue aspirazioni o delle sue passioni. Essere una donna nera nell’America dove dondolano strange fruits non si concilia con la serenità ovattata del talento che basta a sé stesso, per una donna nera c’è sempre qualcosa che non può essere taciuto.

Per Nina Simone Mississippi Goddamn è un voto laico e vestire i panni di high priestess della protesta civile avrà per lei un prezzo altissimo. Se è vero che per varcare i confini è necessario fidarsi delle proprio gambe, per essere portavoce di un’ idea è necessario consegnarsi al giudizio del tempo in cui si vive e la battaglia delle Pantere Nere finirà soffocata prima che dalla violenza delle istituzioni dal timore della gente di perdere il poco già conquistato.

Il rispetto e l’ammirazione che il mondo sembra nutrire per la fierezza delle sue interpretazioni, ancora oggi esempio più luminoso di quella che viene spesso definita black excellence, finiscono per trasformarsi presto in aperta diffidenza. Le radio boicottano i suoi dischi, l’America dell’intrattenimento ha paura di quella donna e del negoziato sociale che non ha paura di rifiutare. A pagarne le conseguenze non saranno solo i dischi, l’intera vita familiare di Nina, già frustrata dai rimpianti giovanili e da una grave forma di disturbo bipolare, ne uscirà a pezzi. Per il resto della sua vita, Nina Simone non riuscirà a sentirsi a casa in nessun luogo. Nemmeno in quella villa liberiana in cui si rifugerà per sfuggire alle tasse evase e al compromesso mai accettato.

Eppure Nina Simone non morirà in Liberia da monarca assoluto di sé stesso come un Kurtz qualsiasi. Nina Simone, alla fine, quel compromesso sarà costretta ad accettarlo. Negli ultimi anni passati tra Svizzera e Francia accetterà di curarsi, di esibirsi nei più importanti festival jazz europei, di intrattenere e di rassicurare il pubblico. Di rimpicciolirsi abbastanza da poter essere amata.

Stars, they come and go

Nel 1976 Nina ritorna a Montreux e, nel mezzo di un’esibizione intensa e a tratti surreale per l’ amarezza e la vulnerabilità che l’artista di Tryon sceglie di vestire come un manto, suona un brano di Janis Ian, Stars.

Like athletes in a game we break our collarbones

And come up swinging

Some of us are downed

Some of us are crowned

And some are lost and never found

Ci vogliono le spalle larghe per essere consapevoli, caro Lil Wayne, ma per fortuna quest’anno ne abbiamo vista qualcuna.