I wanna go home to my baby sometimes
and if I don’t, I will surely lose my mind

Siamo sulla via del ritorno già da qualche ora. Lasciamo per una breve pausa la sezione dell’interstatale 40 che porta a Jackson, la Isaac Hayes Memorial Highway, e ci catapultiamo in un posticino carino, più alla mano dell’inflazionato Hooters poco distante. Comincia a far freddo, e fra un campo da golf e uno di granturco c’è venuta una gran fame. Ci sediamo al banco, sugli alti sgabelli lucenti, andremo via a breve.

Un molto poco silenzioso aggeggio sulle nostre teste ci fa piovere addosso un tepore commovente, qualche vinile appeso qua e là rende giustizia al motivo del nostro viaggio e consola animi già nostalgici, ci sfilano davanti bistecche fumanti e pirofile di patatine che sfamerebbero una squadra di football. ‘Ma quanto ci vorrà per ordinare?’ e pensiamo già di fuggire verso l’Hooters che abbiamo adocchiato prima d’entrare, finché non irrompe sull’altmaniano scenario un blues pazzesco. Nello stesso istante arriva la cameriera a prendere le ordinazioni ma, dimentica di qualsiasi ribb al sangue impregnata di salse zuccherine, la spiazzo con una contro-domanda alzando il dito al cielo: “Who are they?”. Loro chi? Guarda il dito e ah sì, this band, li ho sentiti suonare ad un festival qui a Memphis qualche anno fa, si chiamano, uhm.. Bud Spencer Blues Explosion. Ma dai, sono una figata! La tipa stranamente intuisce un qualcosa d’impercettibile dal mio intercalare, mi sorride: “Sono italiani, sai? Sono vicini tuoi!”.

What. The. Fuck.

Ci rimettiamo in macchina e subito strapazziamo la barra di ricerca di Youtube per cercare ‘sto gruppo, e lo troviamo. Uno pensa subito ad un gruppetto indie parodistico che farà innamorare gli adolescenti coi propri versi sconclusionati e l’aspetto finto trasandato che tanto si porta. E invece.
Boom.

Ruggine, distorsioni q.b., un irresistibile go with the flow che non si sente da un po’. Un bel po’. Questi due pazzoidi giocano con l’elettricità, e quella chitarra lanciafiamme sembra non andare mai fuori uso. Tutto ha un che di misurato e spontaneo allo stesso tempo, strafare sembra d’obbligo per queste due italianissime black souls o forse no, ma si tratta di ritmi minuziosamente riorganizzati da una fervida immaginazione in un viaggio senza confini d’etichetta. Riff esagitati ma sempre disciplinati, un paradosso sinfonico che sta bene addosso a tutto quel che loro creano, un tutto che crea assuefazione.

I Bud sono ‘frutto di un viaggio’, un po’ come il nostro. Un viaggio musicale scandito dalla ‘eccitazione e l’attitudine del grunge che si mischiano ad un blues viscerale.
Siamo in questa immensa terra di mezzo, ed è come se non avessimo mai ascoltato nulla di più adatto, prima.

Due bluesmen dai facili consumi, di quelli che se te li metti in macchina una volta non li fai scendere più. Beh, è ora di lasciare a casina i nostri Black Keys e di far salire a bordo questi due romanacci esplosivi coi piedi in due epoche differenti.
Partono con una combriccola d’alleati musicomani in un furgone usato e girano in lungo e in largo per emanare musica. E per assorbirla. In un pub sentono il blues degli ancora poco famosi (in Italia) Black Keys schizzare prepotente fuori da un juke boxe, e si dicono qualcosa che sarà suonato vagamente come un ‘Ma proviamoci anche noi!’. Figli di contaminazioni musicali fra le più disparate, dal primo all’ultimo album ci presentano un mondo fatto di pezzi che ti ricordano altri, proprio quel pezzo là, quello famoso, ma sì: alla fine non lo sono affatto. Scorriamo i commenti dei saccenti iutubbers e leggiamo che ‘i BSBE sono i White Stripes italiani’, che hanno uno ‘stile ledzeppeliniano’. Che ci può anche stare eh, l’ascoltatore medio non perde occasione di far sfoggio di tutto il suo incommensurabile vocabolario musicale tirando fuori dal cilindro roba che forse manco l’artista stesso aveva mai pensato di poter rassomigliare nel processo produttivo come anche a lavoro ultimato, ma no, stavolta non ci pare proprio una buona idea, raga’.

I Bud Spencer Blues Explosion suonano esattamente come i Bud Spencer Blues Explosion.

Non c’è spazio per parentesi nostalgiche, ogni fraseggio qui è il prodotto di un impasto fresco e malleabile intriso di idee che suonano come una ventata d’aria fresca in un posto che ne ha davvero bisogno. E non è l’America, questa, this is Italy. La terra fertile per il pop comodo in cui la scena indipendente soffre un freddo antartico da abbandono, eppure un fuoco lo abbiamo proprio qui davanti a noi. C’è il ruvido blues dell’hill country, quello grezzo del delta, c’è psichedelia, ci sono accostamenti improbabili e slide contorsionistici e melodioso fracasso tutti assieme. Pattern armonici cautamente sovrapposti cui la lingua italiana fa magistralmente da collante.

If you can’t dig the blues, you’ve got a hole in your soul.
Ma non si pensi che, chi il blues lo ama, abbia l’anima intatta. No, l’anima ce l’ha a brandelli e i costanti tentativi di ricomporla è proprio questo, il suono che fanno. Perché ‘il blues è perdere qualcuno che ami e non avere abbastanza soldi per tuffarti nell’alcool’, Henry Rollins insegna. E uno che non ha soldi per una bottiglia di whisky si strugge in un lamento, ma di quelli incazzati. Lo senti nelle distorsioni incisive ma mai eccessive, nel suono devastante dei crash onnipresenti ma che sanno scegliersi la giusta pausa.

“Che cosa era successo a Richard? Niente. Era solo ubriaco, e c’era l’America di notte, e risuonava il blues.”
Jack Kerouac, Diario di uno scrittore affamato

L’album più genuinamente blues dei Blues lo abbiamo già tatuato sul cuore, è ‘Do it’. Come il do it yourself di cui si fanno promotori, e lo fanno alla grande. Dallo stereo parte ‘Giocattoli’, e siamo subito nelle selvagge praterie americane a buttare la testa su e giù fingendoci barbuti motociclisti con occhiali scuri su Harley scoppiettanti tirate a lucido. Il rombo di motori non ci spaventa, a sostituirlo c’è quello di una chitarra. Che ruggisce, altroché! Lo dimostrano i primi live, come quello di ‘Fuoco Lento’, in cui il pubblico è in visibilio che manco alla curva sud dell’Olimpico, per la carica energetica che il duo sprigiona sul palco con una resa da album studio. O forse anche meglio.

Perché ci sono cose che i microfoni non catturano, roba che i freddi mixer non renderanno mai, vibrazioni, strane entità fluttuanti, che appartengono soltanto al suono vivo e che, al ritorno da un concerto, non saprai mai raccontare con parole reperibili in questo universo.

No, non salirò a calci in culo fin sulle stelle.

L’ultimo album è uscito ormai troppo tempo fa, nonostante riecheggi ancora prepotentemente da tutte le casse degli aficionados. Ogni pezzo è una bomba a orologeria che tradisce il proprio compito e manda in mille pezzi i finestrini della macchina quando meno te lo aspetti. Nah, un po’ te lo aspettavi.
Avanti e indietro e al contrario, dopo ‘Mama’ ti senti attonito e frastornato come appena sceso dalle montagne russe. ‘Troppo Tardi’ è arrivato in fretta e non si torna indietro, ci si rilassa con una ballad dal taglio perfetto. Perfetto per il sole che sta andando giù, perfetto per la brezza tiepida che senti sul braccio, perfetto per un momento che vuoi ricordare. Cose che sai ti mancheranno, perché ti mancano già dal primo istante in cui le incontri.

Vengo dal Mississippi, a testa alta come gli eroi
Al sud ho preso un fucile
e l’ho riempito di verità

E sono loro, a mancarti maledettamente, perché quando pensi che, dopo esser stati in giro a far concerti per anni, restano comunque un fenomeno (un grande, impareggiabile fenomeno blues a livello nazionale) isolato, di nicchia, ti scende la lacrimuccia e speri che entrambi stiano già mettendo un po’ in standby i propri side-projects che ormai sono occupazioni a tutto tondo, e tornino a sfornare album.
Qua c’è un pubblico che li aspetta come quei figli unici che, mettendosi a martelletto nei padiglioni auricolari dei genitori, riverberano senza sosta quesiti disperati: “Me lo fate un fratellino? Eh? Me lo fate?”.

Ce lo fate ‘sto fratellino, Bud?