Da bambino mi è capitato, più di una volta, di tuffarmi nelle acque che bagnano l’Isola dei Cavoli (di fronte a Capo Carbonara), maculate di un verde limpido invitante, con precipitose discese nel blu più cupo. Mia madre è sarda e, anche se è stata portata “in continente” a tenerissima età, Villasimius è rimasta una delle tappe privilegiate delle nostre vacanze estive. Verso l’ora più calda, con un piccolo motoscafo usato, preso a buon prezzo da un lontano parente dei miei nonni, attraccavamo a sud di questo largo scoglio brullo e deserto, sormontato solo da un faro di segnalazione per le navi. Era in quel punto, dove ogni volta scendevamo a rinfrescarci, che nel 1979 gli abitanti del luogo calarono, a una decina di metri di profondità, una statua di trachite rosa (realizzata da Pinuccio Sciola) alta più di tre metri, raffigurante la Madonna con il bambino a protezione di chi decidesse di avventurarsi in mare (Madonna del naufrago).

Questa presenza silenziosa, ma ingombrante con la sua mole, mi ha sempre inquietato. Le prime volte neppure volevo tuffarmi. Avevo il terrore che con le sue mani potesse raggiungermi e trascinarmi giù. Solo in un’occasione ho scelto, vinto dalla curiosità, di indossare la maschera e a pelo d’acqua osservare quel monolite adagiato lungo il fianco di una parete di roccia a strapiombo: la scultura di per sé ha tratti aspri e sgraziati (in centro a Villasimius, di fronte alla chiesa del paese, si può ammirare la copia), la donna ha mani e piedi enormi e minacciosi, la bocca aperta in una smorfia dolente, guarda verso l’alto e le grotte scavate degli occhi sembrano specchi opachi e melmosi dentro cui sprofondare. Il mare, il tempo, le concrezioni vive e danzanti che vi hanno preso residenza, i pesci che sembrano sbranarla con pigra ostinazione, sono tutti elementi che hanno contribuito a trasformare, a cambiare quella figura tanto familiare per nostro immaginario cattolico, in qualcosa di controverso. Non si tratta più di un’icona sacra, le correnti sottomarine l’hanno trasfigurata: è diventata (per un ribaltamento beffardo del tempo) un essere antico, più antico degli uomini, qualcosa che si posiziona come un ponte malsicuro fra noi e la natura, con un evidente sbilanciamento verso la seconda.

Valerio Anedda, La Madonna del Naufrago, Villasimius.
Pinuccio Sciola, La Madonna del Naufrago, Villasimius (Ph. di Valerio Anedda)

Il 13 maggio scorso a Venezia, sul Canal Grande, vicino alla Ca’ D’Oro, sono spuntate dalle profondità della laguna, due mani statuarie (e resteranno lì fino al 26 novembre), bianche e imponenti, messe a sostegno della Ca’ Sagredo. L’istallazione, dal titolo inequivocabile Support, è un’opera dello scultore Lorenzo Quinn (figlio d’arte dell’attore americano Anthony Quinn e della costumista veneziana, Jolanda Addolori), patrocinata dal Comune di Venezia e promossa da Halcyon Gallery (con il sostegno di Ca’ Sagredo Hotel), nell’ambito della 57esima Biennale d’arte. L’opera allude alla precarietà della città, alla sua condizione di agglomerato urbano galleggiante che rischia, a causa dei cambiamenti climatici di affondare fisicamente e, di conseguenza, anche culturalmente, portandosi dietro tutto quello che è stata storicamente e quello che ne ha determinato il declino (penso alle spaventose navi da crociera che sembrano voler invadere Piazza San Marco, annientandola, nel lavoro fotografico di Gianni Berengo Gardin). Il messaggio positivo di Quinn è una chiara esortazione affinché i cittadini e tutti quelli che hanno a cuore le sorti di questo tesoro italiano, comincino a darsi da fare, a “prendere in mano” la situazione prima che diventi irreparabile.

Oltre questa interpretazione, semplice e funzionale alle esigenze “della committenza”, che l’autore non ha mancato di fornire in molte interviste, non posso evitare di pensare osservando queste braccia protese, al nostro rapporto con la natura, al nostro essere minuscoli e tremendamente prepotenti, prevaricanti, addirittura tiranni nei confronti di forze su cui abbiamo un controllo, il più delle volte, soltanto supposto: le mani di Quinn sono le mani di un gigante, di un essere uscito da un mondo sottomarino sconosciuto, per venire in nostro soccorso. Ma sono mani che potrebbero cambiare idea, mani che potrebbero scegliere di accelerare il processo distruttivo, cancellare ogni traccia della nostra civiltà così egocentrica.  L’acqua sembra un essere ambiguo che ci osserva con attenzione, come il pianeta liquido e gelatinoso Solaris raccontato da Andrej Tarkovskij, capace di nutrirsi delle debolezze umane, degli abissi che abbiamo dentro, per cambiarci, fino a renderci folli. Fino a distruggerci.

Lorenzo Quinn, Support, Ca’ Sagredo, Venezia, 2017.
Lorenzo Quinn, Support, Ca’ Sagredo, Venezia, 2017.

Ancora storie legate al mistero dell’acqua.
Sempre a Venezia (dal 9 aprile al 3 dicembre, a Punta della Dogana e a Palazzo Grassi), ha aperto i battenti da più di un mese ormai, la mostra iperbolica e ambiziosissima di Damien Hirts (Treasures From The Wreck Of The Unbelievable), frutto di quasi dieci anni di lavoro. Al di là della qualità dell’evento (descritto in maniera accurata da Arianna Cavallo sul Post), la cosa che mi interessa in questa sede è il pretesto, inventato da Hirst per mettere in piedi questa grande operazione, tanto commerciale quanto suggestiva: leggenda vuole (perché di leggenda si tratta) che l’artista nel 2009 si sia interessato, finanziandolo, al recupero da parte di un’equipe di archeologi, di una nave
affondata quasi duemila anni fa a largo dell’Africa orientale, piena di oggetti incredibili, dal valore inestimabile, appartenuti a Cif Amotan II, uno schiavo liberato e in seguito arricchitosi enormemente. L’oggetto dell’esposizione veneziana sarebbe proprio il famoso tesoro, che la nave trasportava nella sua capiente stiva: 189 manufatti di dimensioni, materiali e carattere diverso, provenienti da ogni parte della terra. Il ricco artista britannico non lascia niente al caso: in mostra insieme ai ritrovamenti proietta video ed espone fotografie che documentano l’impresa, ogni opera porta i segni delle alghe, di concrezioni marine e del passaggio inesorabile del tempo.

Ma quello che più mi interessa è il momento in cui Hirst, dopo aver scoperchiato questo improbabile Vaso di Pandora, svela il gioco, la sua truffa dichiarata: le sculture, assemblate insieme alla sua equipe, evidenziano una commistione di stili, motivi e materiali differenti, alcuni plausibili (bronzo, vetro, marmo), mentre altri capaci di generare il cortocircuito perfetto che sta alla base di questa dispendiosa farsa (acciaio, LED, resina). Inciampiamo in un Pippo completamente incrostato di rocce vive (riconoscibile solo dall’iconica silhouette) e un Topolino per mano a una riproduzione scultorea di Hirst che si finge Cif Amotan, troviamo un Optimus Prime dei Transformers assediato dai coralli e il busto di una divinità egizia che somiglia a Pharrell Williams. Come se il tempo nelle profondità oceaniche non contasse o fosse soggetto a leggi differenti, fosse qualcosa che mescola le carte in tavola, rendendo tutto in qualche modo omogeneo e coerente, ma sempre e comunque qualcosa di altro, che non ci è dato di comprendere.

Damien Hirst, Treasures from the Wreck of the Unbelievable, 2017.
Damien Hirst, dalla mostra Treasures from the Wreck of the Unbelievable, 2017.
Damien Hirst, Treasures from the Wreck of the Unbelievable, 2017.
Damien Hirst, dalla mostra Treasures from the Wreck of the Unbelievable, 2017.
Damien Hirst, Treasures from the Wreck of the Unbelievable, 2017. Ph. Irene Fanizza.
Damien Hirst, dalla mostra Treasures from the Wreck of the Unbelievable, 2017. Ph. Irene Fanizza.

H.P. Lovecraft, re della narrativa horror e della mitologia demoniaca, in uno dei suoi racconti più celebri, Dagon, riporta la vicenda di un soldato, sfuggito alla prigionia tedesca durate la Prima Guerra Mondiale e poi naufragato in un punto imprecisato dell’Oceano Pacifico: dopo giorni senza una chiara direzione, la sua imbarcazione si arena contro una superficie fangosa e maleodorante, l’acqua ha assunto uno stato lugubre e parzialmente solido, per certi tratti persino percorribile a piedi. L’uomo, non avendo altre alternative, comincia a esplorare questa distesa di pesci putrefatti e melma, fino a raggiungere un baratro vertiginoso dentro cui scorre l’acqua oceanica che sembrava fino a quel momento sparita: al di là di questa voragine scorge uno strano mausoleo, decorato con curiosi geroglifici stilizzati a tema ittico in bassorilievo e un mostro marino, dalle sembianze parzialmente umane, uscito dalle acque per abbrancare il monumento e liberare nell’aria un richiamo sonoro incomprensibile. Una volta a casa, sopravvissuto a questa sventura, il soldato comincia a pensare ossessivamente alla leggenda filistea del Dio-Pesce Dagon e auspica, all’apice del delirio che lo porterà a meditare il suicidio, il ritorno di una civiltà di esseri marini che metteranno fine alla miserabile condizione umana, portando a galla il loro antico regno e gli oscuri misteri dell’oceano.

Arno Rafael Minkkinen, fotografo finlandese trasferito da piccolo a New York con la famiglia, ma perennemente legato alla natura selvaggia e sconfinata del nord Europa, nel lavoro Water and Sky, distorce i corpi, li nasconde e poi li annulla, li diluisce nelle trasparenze acquatiche come se stesse cercando la chiave di un segreto che determini la metamorfosi fra questi due soggetti così intimamente connessi, eppure per certi versi alieni, l’uno dall’altro. Sembra che l’uomo, attraverso l’acqua, cerchi di spersonalizzarsi e mutare in qualcosa di diverso da sé stesso, di diventare natura e purezza, un’entità da confondere col paesaggio, che non sembri costantemente un’anomalia.

Arno Rafael Minkkinen, Ismo's Stick, Fosters Pond, 1993.
Arno Rafael Minkkinen, Ismo’s Stick, Fosters Pond, 1993.

 

Arno Rafael Minkkinen, Asikkala, Finlandia, 1992.
Arno Rafael Minkkinen, Asikkala, Finlandia, 1992.

L’impressione è che la natura, attraverso segni tangibili, da tempo stia cercando di metterci in guardia su questa nostra condizione di “anomalia” passeggera e sulla fragilità delle nostre maestose cattedrali nel deserto. E che noi, una volta ancora, con l’inscienza che ci contraddistingue, la stiamo ignorando con un sorriso beffardo stampato in faccia.

Non posso pensare al mare profondo senza rabbrividire all’idea degli esseri che forse, in questo stesso momento, si trascinano e guizzano sul fondo melmoso, intenti nell’adorazione degli antichi idoli di pietra e nell’arte di scolpire le loro detestabili fisionomie su obelischi sommersi di granito. Sogno il giorno in cui usciranno dai flutti e stringeranno negli artigli immensi i resti dell’umanità insignificante, logorata dalle guerre…il giorno in cui le terre sprofonderanno e il fondo oscuro dell’oceano salirà in superficie, nel pandemonio universale. (H. P. Lovecraft, Dagon)

Alessandro Pagni