A metà aprile Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno bombardato la Siria, a seguito dell’attacco chimico di Douma avvenuto la settimana precedente. Questa è la motivazione ufficiale dell’azione congiunta dell’asse occidentale, quindi; i missili avrebbero avuto come obiettivo proprio i depositi di armi chimiche in Siria. Quest’azione ha provocato reazioni fortemente contrarie da parte di Russia, Iran, Cina e Bolivia, destabilizzando ulteriormente lo scenario internazionale.

Aleppo, 2018

L’attacco era stato preannunciato dal presidente Donald Trump venerdì 13 aprile, durante un discorso alla nazione presso la Casa Bianca: era quindi impossibile per il presidente statunitense tirarsi successivamente indietro, anche per una questione di reputazione. Uno dei problemi principali rimane però la mancanza di prove a sostegno dell’accusa degli alleati nei confronti di Assad: non esistono al momento fatti che dimostrino quanto dichiarato dagli alleati. Gli Stati Uniti avevano già bombardato la Siria nell’aprile dello scorso anno, anche se si era trattato di un attacco di entità minore.

Trump, la May e Macron hanno ribadito che si trattasse di un attacco mirato e limitato ai siti strategici che ospitavano le armi chimiche; il 21 aprile gli ispettori internazionali, facenti parte del team dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW), sono potuti entrare a Douma, luogo del sospetto attacco chimico. Siria e Russia continuano intanto a negare l’attacco dell’8 aprile denunciato dai paesi occidentali: addirittura il portavoce dell’esercito russo, Igor Konachenkov, ha dichiarato che Mosca ha “prove che dimostrano il coinvolgimento diretto del Regno Unito nell’organizzazione della provocazione nella Ghouta orientale”.

La questione sulla Siria e le armi chimiche non è una novità, anzi, esiste un precedente dalle conseguenze molto importanti; la notte del 21 agosto 2013 fu sferrato un attacco su Damasco, in particolare nell’area di Ghouta, per il quale vennero utilizzate armi chimiche al gas Sarin. Circa 1400 persone morirono tragicamente e a seguito di quest’episodio la comunità internazionale si pronunciò chiedendo chiarezza. Damasco respinse le accuse, e la questione si concluse quando a settembre di quell’anno venne consegnato il rapporto definitivo sulla verifica dell’utilizzo di armi chimiche: venne confermato il loro impiego ma non vennero riconosciuti responsabili. 

Ad inizio 2014 è uscito un rapporto del Mas­sa­chus­setts Insti­tute of Tech­no­logy che contraddiceva la versione dell’amministrazione Obama sull’accaduto. La Casa Bianca aveva infatti incolpato Assad per gli attacchi chimici, mentre per gli studiosi dell’Institute of Technology la git­tata del mis­sile rudi­men­tale tro­vato dagli ispet­tori Onu non poteva essere supe­riore ai due chi­lo­me­tri e, considerando la mappa delle forze in campo sul territorio siriano, il punto da cui era partito il missile si trovava nelle aree controllate dai ribelli jihadisti che combattono Assad.

Oggi risulta ugualmente difficile fare chiarezza sull’accaduto, sia perché la guerra civile siriana è in atto dal 2011, sia perchè, anche una volta ottenuta la certezza circa l’utilizzo o meno di armi chimiche, risulta difficile rintracciare gli effettivi esecutori materiali.

Esistono precedenti accertati circa le brutalità messe in atto dal regime antidemocratico di Assad, tuttavia queste questioni sono particolarmente delicate poiché suscettibili di divenire il casus belli per interventi armati da parte di altri paesi. Le ragioni principali portate avanti dagli scettici anti-americani sono che l’attacco sia stato in qualche modo architettato per delegittimare il regime di Assad e per favorire il sostegno alle forze ribelli; inoltre, dal momento che le forze ribelli si sarebbero trovate quasi sconfitte, il senso di sferrare un attacco così potente sarebbe poco chiaro, soprattutto considerando che, allo scopo di uccidere un numero così limitato di uomini, l’utilizzo del gas parrebbe superfluo.

Si tratta di una questione estremamente articolata e delicata; sicuramente chi ci ha rimesso e continua a rimetterci sono i civili siriani, vittime di un conflitto che dal 2011 ad oggi ha causato almeno 400mila morti, e che ancora non accenna a cessare.