Quando si parla di settimana della moda di Milano, viene subito in mente un’orda di pseudo influencer, personaggi famosi e persone bizzarre per i più vestite anche male (ma sì, quante volte abbiamo detto, guardando al telegiornale le persone in attesa fuori dalle sfilate “Mi vesto meglio io quando vado a fare la spesa”, oppure “Ma andassero a lavorare”?). Ebbene, che ci crediate o no, la moda è uno dei più grandi business che fanno girare l’economia, sopratutto quella italiana. Ma non solo: se pensate che sia una cosa che non vi riguardi vi consigliamo di riportare alla memoria le parole di Miranda Priestly ne Il diavolo veste Prada.

Ma, la moda, è solo questo? Inserire sui social post in cui si partecipa agli eventi modaioli e si comprano vestiti costosi mentre si parla uno spiccato accento milanese imparato dai film di Massimo Boldi degli anni ’90 (e invece sei di Mazara del Vallo) ?  No, questa è la parte inutile della moda. Questa è solo la patina gelatinosa che riveste in parte, ma non interamente, il cuore di questo mondo che non è moda, ma fa la moda: le idee, le ispirazioni, gli omaggi e gli studi che gli stilisti, i direttori creativi o artistici perseguono per arrivare alla creazione di una collezione; che non è solo una sfilata di capi d’abbigliamento ma, in alcuni casi, quando ci troviamo alla presenza di Sua Maestà Alessandro Michele per esempio, diventa una trasposizione di ideali, cultura e attualità in forma di…vestiti.

Veniamo a noi. Il 21 Febbraio è il turno della tanto attesa sfilata di Gucci. Streaming online ovunque, ma basta seguire qualche personaggio giusto su instagram per guardarla come se si fosse seduti in prima fila (ma bisogna non fare caso a tutti i “Bellooo” “Che carinoooo” “Adorooo” che si sentono in sottofondo ndr).

Scenografia ai limiti dell’asettico e dell’inquietante: le sedie sono quelle delle sale d’attesa degli ospedali, mentre al centro della sala campeggia un tavolo operatorio sobriamente spoglio. Senza macchinari, senza paziente.

Inizia il sottofondo sonoro: rumore di tacchi, il suono della frequenza cardiaca riportato dalla macchina, una porta che si apre e le prime modelle che iniziano a sfilare. Si vede subito che qualcosa è diverso: c’è una sorta di coinvolgimento mentale, una specie di effetto-specchio che rende quasi impossibile non cogliere in quei vestiti, nelle espressioni dei modelli e nell’ambiente ricreato, un sentimento di inquietante famigliarità che fa l’occhiolino agli incubi da reparto psichiatrico, quasi deviando l’attenzione dai capi di abbigliamento. Non bisogna aspettare molto per vedere il primo modello camminare sulla passerella con la riproduzione esatta della sua testa tra le mani. Apriamo la prima, grande parentesi dell’articolo:

Cyborg Manifesto

Siamo nel 1984 e Donna Haraway si cimenta nello scrivere una sorta di saggio sulla teoria cyborg applicata ad argomenti come la politica, la medicina, la guerra e la biologia (per riassumere). Questo saggio verrà annoverato tra le dottrine femministe “alternative”, ma infilarlo in uno schieramento così stringente non è corretto, soprattutto per i concetti che la Haraway cerca di spiegare nel suo libro (edito tempo fa da Feltrinelli, ormai reliquia di qualche fortunata libreria). Perché abbiamo riferimenti a un’opera cyborg in una sfilata di Gucci?

Spieghiamo a grandi linee i concetti nel libro della Haraway: tutto il libro ruota intorno al concetto di cyborg, un ibrido tra organismo e macchina, in senso metaforico (ma forse nemmeno troppo): si fa riferimento all’ambito della medicina, facendo notare come esistano macchine che tengono in vita umani e come col passare del tempo sia sempre più diffuso l’utilizzo di protesi. Il secondo riferimento è quello sulla guerra; indicata come una sorta di orgia cyborg in cui umani e macchine insieme generano la distruzione. Non è tutto: a questo punto si passa al discorso sui riferimenti di genere e all’innalzare il cyborg a entità suprema in quanto privo di distinzione di genere e di una Genesi che lo ricolleghi genealogicamente a una struttura famigliare o a un essere divino.

Quello che Alessandro Michele fa sfilare nella sua sala operatoria è il concetto di molteplicità dell’identità, in un’epoca in cui non solo la personalità dell’individuo è sfaccettata, ma si può scegliere di essere tante cose diverse anche grazie all’aiuto/danno apportato dalla tecnologia.

Sempre in tema con questa idea, poco più avanti troviamo diversi modelli sfilare con diversi tipi di animali tra le mani

Il cucciolo di drago nel barattolo

Ormai diversi anni fa, sugli allora nascenti media/social venne fuori la storia di un tipo che avrebbe conservato nella sua cantina un cucciolo di drago in barattolo arrivato da chissà dove. La prima di tante fake news, si potrebbe dire. Ebbene, la storia è stata poi annoverata tra le più bizzarre trovate pubblicitarie della storia. Infatti, l’inventore l’avrebbe ideata solo per ottenere visibilità e poter sponsorizzare così il suo libro appena pubblicato.

Trovate un breve articolo qui.

Sebbene molti lo abbiano scambiato per un omaggio a Game of Thrones (ma signori, anche basta suvvia) questo piccolo rimando all’idea goliardica di Mitchell è perfettamente in linea col discorso dell’identità molteplice creata oggi con i media. O forse era un modo romantico di vedere la beffa: quasi come se si volesse invece smentire tutto e dire “Sì, il drago c’era davvero in quel barattolo”.

In entrambi i casi bisogna notare come la Makinarium sia stata formidabile nella riproduzione di quelli che possiamo in definitiva chiamare gli “effetti speciali” della sfilata.

Per chi non lo sapesse la Makinarium è l’azienda che si è occupata dei visual effects del film Il racconto dei racconti, aggiudicandosi diversi premi nei vari concorsi cinematografici.

 

In definitiva, chi o cosa c’è su quel tavolo operatorio?

In modo molto esaustivo e anche un pelo egocentrico si potrebbe dire: noi.

Alessandro Michele viviseziona con una sfilata di moda quelli che secondo il suo punto di vista sono o, in alcuni casi, dovrebbero essere la nostra società, i nostri modi di fare, le nostre attitudini. Un po’ in linea col pensiero che Sorrentino metteva nella scena del botoxparty de La grande bellezza.

Siamo ancora umani? Sì, ma ancora ci agitiamo come pazzi da ricovero con i nostri cellulari-protesi in giro per le strade, ostentando estetica e superficialità come se non importasse, fingendo anche di essere passati oltre alle distinzioni di genere: tutti pro LGBT, tutti con le tessere ARCI in mano quando serve, ma poi, quanti vedono una sfilata di Gucci fare scalpore ed esclamano oltraggiati “Queste sono cose da donne o da gay”?

Quanti hanno il coraggio di ammetterlo?