Nonostante nell’ultimo quinquiennio non siano stati molto prolifici, basta solo nominare i Jamiroquai per far sì che ci balzino subito in testa hit come Virtual Insanity, Cosmic Hirl, Runaway o Seven Days in Sunny June, conosciute anche dai sassi. L’immagine che si sono costruiti duramente (e meritatamente) è quella di band produttrice di grandi hit funk-pop in grado di invadere piste e playlist per buona parte dei discussi anni ’00. Ma qual era, in origine, la vera ricetta vincente dei londinesi capitanati da Jason “Jay” Kay?
Prima di tutto lui, il frontman, vero leader e visionario del progetto basato interamente su cavalcate soul, funk e acid jazz.

Già l’acid jazz, quella corrente quasi succursale dell’house che nei primi anni ’90 faceva così cool dire di ascoltare, specie nell’Inghilterra che dettava il passo a tutti gli altri dancefloor europei. E infine un impianto ideologico ben radicato, costruito attorno a battaglie ecologiche e messaggi per lo più condivisibili.
Nascono i Jamiroquai (nome dichiarazione di intenti crasi tra le parole Jam + Iroquai, lemma per indicare delle tribù native americane, gli Irochesi) pronti per pubblicare nel 1992 il primo singolo Too Yung to Die, che verrà poi incluso nel disco di debutto dell’anno successivo Emegency on Planet Earth edito per Sony Music la quale non se li fa sfuggire e li ricopre d’oro. È subito prima posizione della classifica UK dopo quasi un milione di copie vendute. L’album è un tripudio di fiati, tastiere, chitarre funky, vocalizzi alla Stevie Wonder (uno dei massimi punti di riferimento per Jay Kay), cavalcate acid jazz e una vocazione pop che manda in classifica anche i singoli, rendendo When You Gonna Learn? la prima hit di una lunga serie che ancora deve regalare la sua gemme migliori. Jay Kay ebbe la geniale intuizione di rendere noto ai più quello che succedeva nel club grazie a una ricetta pop al limite dell’infallibile. Arriverà l’anno dopo il seguito The Return of the Space Cowboy, utile se non altro per cristallizzare l’immaginario del frontman, con i suoi copricapi tribali e le energiche prestazioni dal vivo, prima di prendersi la scena per i dieci anni successivi che vanno da Travelling Without Moving a Dynamite.

Ma facciamo un passo indietro e torniamo al debutto. Dopo tanto parlare di hit e dancefloor si penserà che oggi tutto si voglia dare tranne che una tranquilla buona notte. La verità è che proprio mentre scorrevo la mia mente per cercare qualcosa di jazzato o proveniente dalla black music da proporre sono incappato in questo brano, Blow Your Mind, capace, oltre che di inserirsi perfettamente nel mood qui ricercato, anche di offrire lo spunto per una retrospettiva interessante su questo gruppo. E allora buon ascolto e buona notte.

 

Andrea Fabbri