Sembra proprio che in alcune canzoni si possa instillare, oltre alla essenziale dose di parole e musica, anche un pizzico di destino, una componente fatale che le contraddistingua in ogni dove e in ogni quando e che le renda poi, va da sé, classici istantanei. È il caso della ben nota Redemption Song di cui fa specie dover chiarirne l’autore, ma per amor di completezza diciamo un generico Bob Marley.
Chi scrive (e credo anche gran parte di chi legge) per questioni anagrafiche non ha potuto provare quella curiosità la prima volta che ha letto il titolo e poi si è cimentato all’ascolto, ma sono sicuro che avrebbe avuto sin da subito la sensazione che con quel pezzo si avrebbe avuto a che fare per molti anni e, in secondo luogo, che qualcosa di più sotto ci fosse, non foss’altro che il re del Raggae aveva buttato fuori una canzone che raggae non era. Redemption Song, tratta dall’ultimo album in vita dell’autore Uprising, è infatti un semplicissimo brano folk vecchia maniera, uno di quelli che finisce dritto dritto nel repertorio base di cinque canzoni di qualsiasi novizio allo strumento a sei corde. E il testo? Profetico, foriero di speranza, incoraggiante, dal sapore d’addio. E anche lì, in effetti, di addio si trattava, essendo il brano un commiato alla vita da parte di Bob Marley, pronto ad abbracciare appieno la sua dottrina che ha seguito fino a morire.
Insomma, tutte le caratteristiche per essere un brano unico, unico nel senso etimologico del termine, e impossibile da contestualizzare in qualsiasi altra faccenda. Ma la musica non ragiona mai con questi parametri elitari, figuriamoci poi il folk. Chiunque lo poteva suonare, chiunque lo poteva cantare, chiunque lo poteva rispettare, quel messaggio. E così fu: un classico infinito lanciato come un uccello di pace nell’empireo dell’ingegno umano grazie al suo messaggio di libertà, gioia condivisa e da condividere, speranza, fede.

Fatalismo si diceva? Sì perché il brano tanto bello, significativo e commovente come detto rappresenta anche il saluto da parte del jamaicano al suo pubblico e alla sua specie tutta. Una costante che accomunerà anche altri bravi autori di canzoni pop, per altro non gli ultimi arrivati in fatto di paternità dei generi di riferimento: Joe Strummer dei Clash e Johnny Cash.
Il primo eseguirà anch’esso il brano prima della prematura morte nella sua ultima opera Streetcore, registrato con i Mescaleros. Una versione fedele all’originale e il motivo è semplice: tolto l’ovvio fatto che Strummer per nostra fortuna non è mai stato uno sperimentatore, una canzone folk di quella paradisiaca semplicità non ha bisogno di rischi da rivisitazione. Anche questa volta il risultato è dei più intensi per ricchezza di emozioni (la musica vive di queste), con l’ausilio del produttore Rick Rubin al piano e all’armonica

Nel secondo caso si tratta invece di una pubblicazione postuma, proveniente dalla raccolta Unearthed (che titolo meraviglioso) di Johnny Cash, curata e prodotta da Rick Rubin, sempre lui, fidato collaboratore negli ultimi anni di carriera del Re del Country e il quale rilancerà lo stesso nel mercato musicale che conta grazie alla serie di album American Recordings le quali daranno vita anche all’omonima etichetta discografica del produttore in questione.
La cosa più incredibile? Che Rick Rubin, non pago di aver messo mano ad ambo le versioni, deciderà di unirle dando vita a un cosiddetto mash-up ancora più celebre delle due sorgenti appena descritte, da molti travisato come un improbabile featuring di Joe Strummer e Johnny Cash in punto di morte, poiché entrambi dipartiti rispettivamente nel 2002 e nel 2003.
Poco importa, ci resta un’immaginifica collaborazione che sembra echeggiare direttamente dal cielo, sotto l’egida guida di un Bob Marley che non sembrava far altro che aspettarli lassù da vent’anni.
Ed è questa la fantastica storia di una canzone che è più del suo spartito. Buonanotte.

Andrea Fabbri