Esistono dischi neri come la pece, intrisi di un malessere di chi compone tale da contagiare chi collabora a dire vita a dischi simili e in ultimo, ovviamente, chi ascolta. Ci sono canzoni così tetre che per un momento ci fanno titubare, ci fanno pensare tra noi “quanto può far bene ascoltare tanto dolore, tanta devastazione dell’anima?”. Può far sempre bene, deve far sempre bene. La musica in quanto genuina forma d’arte ha il compito di scandagliare tutta la vasta gamma di emozioni e sensazioni umane, tra le quali inevitabilmente rientra il dolore più atroce per una persona perduta. Perché è un atto di documentazione, un atto di memoria. A questo serviva il disco Tonight’s the Night, registrato da Neil Young con i suoi Crazy Horse (per l’occasione ribattezzati Santa Monica Flyers) nel 1973 ma pubblicato solo nel 1975 perché l’etichetta discografica nutriva troppi dubbi a riguardo. È interamente composto in memoria di Danny Whitten, chitarrista e fondatore dei Crazy Horse, e il roadie Bruce Berry, entrambi stroncati da overdose di eroina. Essi vissero e morirono per il rock and roll, recitata la dedica tra le note di copertina.

L’album appartiene alla cosiddetta trilogia del dolore formata da Time Fades Away e On The Beach e di cui rappresenta il secondo episodio e come in ogni trilogia che si rispetti è il lavoro più incensato da pubblico e critica. Tuttavia, non fu capito dai contemporanei e rappresentò un totale flop di vendite, uno dei punti più bassi, a livello munifico beninteso, della carriera del cantautore canadese. Ciò fu dovuto, come detto, anche e soprattutto per la tetraggine riversata in modo torrenziale in ogni brano del lotto. Canzoni che parlano di perdizione, autodistruzione, fugacità e ovviamente morte. Il tema della morte è quasi uno strumentista aggiunto e tesse tutti i fili che collegano le composizioni. Sin dalla copertina il disco appare oscuro: viene rappresentato un piano americano di Neil Young in bianco e nero mentre quasi aggrappato al microfono sembra parlare col pubblico, capo chino e occhiali da sole indosso. Le sonorità poi sono sporche, distorte, sconquassate, molto più di quanto ci si aspetterebbe da dei Crazy Horse che non hanno mai certo brillato per purezza di suoni, e diventeranno per ciò una linea guida e un mantra da seguire per tutta la generazione undergound e lo fi che si imporrà sui mercati più di dieci anni dopo.

Una spettralità nata per caso da una disgrazia ma voluta a forza su nastro. Le registrazioni infatti avvennero tutte a notte fonda, solo dopo aver attraversato lunghe serate a base dei liquori più amari in cui affogare i demoni e trarre le dovute ispirazioni. Quel che si avverte prestando un orecchio attento, ma neanche troppo, è proprio la cupa sfera di desolazione che avvolge i musicisti e che ancora si sprigiona dai giri del vinile. Neil canta con fili di voce sofferta, esausta, a tratti stonata e sovrastata dalle sferze elettriche della sua chitarra. Tra lente ballate e pezzi più accelerati si sviluppano le dediche e gli addii ai due protagonisti del disco, citati anche per nome qua e là per l’intera durata dell’opera. Ai ricordi di loro si invoca, si interroga, ci si corrode nel rimpianto di non aver fatto qualcosa in più e nel rimorso di aver fatto qualcosa di meno. E si maledice quel male divoratore che può portare gli uomini sull’orlo di un baratro avvolgente, l’eroina e qualsiasi forma di autodistruzione, cui Neil Young è stato sempre fermo oppositore.

Questa notte è la notte. La notte per confrontarsi, spiegarsi, scusarsi, piangere e redimersi. Alla notte segue sempre l’alba e la luce di un giorno radioso, quello che attenderà Neil Young il quale proprio questa notte conclude il suo mini tour italiano a Milano, dopo aver estasiato Piazzola sul Brenta, Lucca e Roma insieme ai Promise of the Real.
Questa notte è la notte. Buona notte.

“Un album fatto per Danny Whitten e Bruce Berry, i quali vissero e morirono per il rock and roll.”

 

Andrea Fabbri